Mauro Squillante non ha ricevuto così tanti auguri neanche il giorno del suo matrimonio. Ha accompagnato con la sua Napoli Mandolin Orchestra Ermal Meta nella terza serata del 71esimo Festival di Sanremo. Con lui, sul palco dell’Ariston, Olena Kurkina, Adolfo Tronco e Luca Petrosino. Ed Ermal Meta ha vinto: ha vinto con Caruso di Lucio Dalla nella serata delle cover, nel giorno dell’anniversario della nascita del cantante bolognese – Dalla che sognava di tornare a nascere napoletano e che al 4 marzo 1943 dedicò una delle sue canzoni più ricordate, presentata al Festival 50 anni fa.

Un premio, quello della serata delle cover, ancora più gratificante perché conferito attraverso il voto dei musicisti dell’Orchestra. E se Ermal Meta – nato in Albani a e cresciuto a Bari – non è stato perfetto nel napoletano della canzone, l’arrangiamento e l’esecuzione hanno fatto il resto. Lui ha consolidato il suo primato nella classifica provvisoria della competizione canora; la Mandolin Orchestra ha portato quella quota partenopea quest’anno poco rappresentata a Sanremo.

Squillante è presidente dell’Accademia Mandolinistica Napoletana. Un punto di riferimento, nella conservazione e nella promozione dello strumento, che ricorda e valorizza – con lezioni e tour in tutto il mondo – un patrimonio inestimabile ma spesso trascurato. Lo stesso Squillante si è diplomato al Conservatorio Pollini di Padova, quando a Napoli ancora non esisteva una cattedra specifica. Proprio su impulso dell’Accademia il Conservatorio San Pietro a Majella ha istituito infine una classe specifica. Il maestro ha tenuto – al passato, per via della pandemia – masterclass e concerti in tutto il mondo. È docente al conservatorio Martucci di Salerno. Ha collaborato con Louis Bacalov, René Jacobs, Andrea Marcon, Peter Maag, Antonio Florio, Gabriele Ferro e Alessandro De Marchi tra gli altri. Sanremo, però, è sempre Sanremo.

 

Maestro, ci racconti, com’è andata al Festival?

“Sanremo è una macchina micidiale. L’aspettativa era grande, ci siamo emozionati e siamo stati bene. Si è creato un bel clima con Ermal Meta – una persona vera, di grande sensibilità: io difficilmente mi sono emozionato così ascoltando qualcuno cantare – e con le ottime professionalità e sensibilità artistiche che abbiamo incontrato. Una bellissima esperienza. E poi non è che quando inizi a suonare il mandolino metti in preventivo di andare a Sanremo”.

È un avvenimento così singolare?

“Io di solito mi occupo di altro: i palcoscenici sono quelli della musica classica, teatri e non televisioni, masterclass. E poi nell’immaginario il mandolino è considerato un po’ datato. Sbagliato: lo strumento mantiene tutto il suo fascino, come abbiamo appurato in molti casi”.

Vi siete sentiti rappresentanti della napoletanità all’Ariston?

“Certo, attraverso i social abbiamo notato come molti concittadini stessero aspettando la nostra esibizione”.

Vi ha stupito?

“No, con i napoletani abbiamo un ottimo rapporto, da tantissimi anni. Quando abbiamo fatto i concerti a Piazza Plebiscito sono venute migliaia di persone. I napoletani ci conoscono. Chiaramente cercano anche la novità, ma la nostra cultura millenaria, così forte e radicata, resta un punto fermo”.

Qualche anno fa era stato piuttosto critico con l’impegno che la città dedica a promuovere la musica napoletana. Resta dello stesso avviso?

“Per ascoltare il mandolino a Napoli bisognava chiedere il permesso a Conte prima e a Draghi ora. Comunque, covid permettendo: prima della pandemia le cose non stavano andando male. Anzi, il 2019 è stato un anno sorprendente per l’Accademia: abbiamo fatto numeri pazzeschi. Facevamo nove concerti al mese per i turisti, alla Chiesa di Santa Maria della Colonna; tournée all’estero; live in piazza. Si è tutto sgonfiato, naturalmente, ma questa crisi ci ha aiutato a chiarire qualcosa che normalmente può anche sfuggire”.

Che cosa?

“La pandemia ci ha fatto capire la differenza tra quello che è solido e quello che non lo è. Quello che è solido resiste. Quando appena è stato possibile, l’estate scorsa, noi abbiamo lavorato; ora siamo appena stati a Sanremo. Siamo una realtà tosta insomma. Inaffondabile. Certo non mancano le difficoltà, anche perché tutto quello che proponiamo è iniziativa nostra. Le istituzioni non ci sostengono”.

Ci spieghi.

“L’Accademia sopravvive in locali in affitto. A Napoli è inutile rivolgersi alle istituzioni. Per il momento riusciamo a mantenerci. Di solito teniamo concerti, eventi, lezioni. Arrivano anche dall’estero a studiare alle nostre Masterclass. È l’attività che ci ha permesso di proporre e di ampliare la nostra proposta, oltre che l’orchestra. Quando arrivi in Grecia ti accolgono con il bouzouki. A Napoli siamo riusciti per un po’ a fare lo stesso con il mandolino”.

Che cosa manca alla musica napoletana per essere valorizzata come succede con il flamenco in Spagna, il fado in Portogallo o il tango in Argentina?

“Credo serva responsabilità da parte della politica. Valorizzare le eccellenze della città vuol dire anche fare delle scelte e assumersi il coraggio che ci vuole per prenderle. Noi abbiamo dimostrato, da privati, che il mandolino a Napoli vive e dà lavoro. Il Comune invece non ci ha aiutati. I politici dovrebbero smettere di fare i modaioli e capire che con la cultura si mangia eccome”.

Che cosa servirebbe per valorizzare questo patrimonio?

“Una sede: un posto che ci permetta di insegnare, di fare un museo, di tenere eventi. Tutto questo riempirebbe un vuoto. La gente quando arriva a Napoli cerca anche questo, e lo abbiamo sperimentato e dimostrato mettendoci in gioco da imprenditori. Quando abbiamo chiesto aiuto ci è stato negato, con i motivi più squallidi e strani. Mi dica lei che città è questa. L’unico aiuto, in questo periodo di crisi, ce lo dà il proprietario che ci viene incontro”.

Giornalista professionista. Ha frequentato studiato e si è laureato in lingue. Ha frequentato la Scuola di Giornalismo di Napoli del Suor Orsola Benincasa. Ha collaborato con l’agenzia di stampa AdnKronos. Ha scritto di sport, cultura, spettacoli.