Brutta aria per il procuratore Nicola Gratteri, e per tutti quelli come lui, cacciatori bravi a sparare ma che poi nel carniere portano poca roba a casa, se dovesse passare la proposta del vicepresidente del Csm. David Ermini è un avvocato del Pd ed è anche uno che la sa lunga, quindi non ignora che lanciare la sfida ai pubblici ministeri perché dimostrino le proprie capacità anche ottenendo le condanne definitive di coloro che hanno accusato e arrestato, è una vera bomba, qualcosa di rivoluzionario. Nessun magistrato, e men che meno quello dell’accusa, oggi risponde mai delle proprie azioni. Perché in realtà le regole per valutare l’attività delle toghe ci sono già, anche se le “assoluzioni” da parte del Csm sfiorano sempre il 100%. Ma nessuno è mai andato a guardare i risultati dei processi.

Basterebbe cominciare a dare una sbirciatina ai provvedimenti di custodia cautelare. Se un procuratore, che è capo della polizia giudiziaria, fa catturare cento persone, e magari illustra il suo blitz in una bella conferenza stampa, ma poco dopo tra gip, tribunale del riesame e cassazione gliene scarcerano 50, cioè la metà, quel pm è stato professionale o fallimentare? E soprattutto: con le regole di oggi, a chi risponde delle proprie azioni quel pubblico ministero? Assolutamente a nessuno. Può fare lo sceriffo, come in Usa, dove però il district attorney viene eletto e cacciato se non porta a casa risultati e fa spendere inutilmente denaro pubblico. O può essere solo notaio, come il pm inglese, inesistente fino a poco tempo fa, e che si limita a raccogliere le prove che gli porta la polizia. E neppure riveste un ruolo politico come è in Francia, dove la pubblica accusa deve render conto al proprio capo gerarchico, cioè il ministro di giustizia. Il pm italiano può fare ciò che vuole.

La proposta di Ermini si infila diritta nel filone culturale aperto dalla ministra Marta Cartabia la quale, nella sua relazione alla commissione giustizia della Camera, aveva insistito molto sulla preparazione giuridica dei magistrati e sulla loro formazione, non solo rispetto ai giovani praticanti, ma anche a chi ambisce a cariche direttive. Va anche detto però che il vero “eroe” del momento non è tanto Ermini quanto Antonio Di Pietro, che non è un omonimo, ma proprio lui, quello di Mani Pulite e Tangentopoli. Nell’attesa di un suo libro-pentimento che faccia concorrenza per copie vendute al Sistema di Palamara e Sallusti, ci accontentiamo (e non è poco) di quanto dichiarato in un’intervista al Giornale. È stato nei giorni in cui le clamorose assoluzioni al processo Eni a Milano hanno suscitato una valanga di critiche nei confronti di chi, il pm De Pasquale, aveva svolto le indagini. Di Pietro critica quell’inchiesta, anche se “salva” l’ex collega. Ma coglie l’occasione per affermare qualcosa di clamoroso.

«Dal primo momento – dice – proprio perché conosco il modello di indagine posto in essere da una parte dei pm della Procura della repubblica, l’inchiesta mi ha lasciato molto perplesso». In che cosa consiste questo “modello” di indagine alla milanese (non solo) di cui parla Di Pietro? «..si tratta di un modello di indagine alla ricerca di un reato, non è un modello di indagine alla scoperta di un colpevole di un reato certo, avvenuto». Come a dire, per esempio, che quando Ilda Boccassini faceva controllare chiunque di sera entrasse nella villa di Berlusconi per partecipare alle famose “cene eleganti”, la pm non aveva ancora scoperto il reato da perseguire ma aveva solo individuato il presunto reo da colpire, Silvio Berlusconi. Cose così, insomma. Alla faccia della famosa obbligatorietà dell’azione penale (che tra l’altro non esiste in nessun Paese occidentale), da sempre invocata ogni volta che qualcuno osa criticare certi metodi d’indagine. Oggi più che mai, se è importante sapere come va a finire l’inchiesta, come chiede Ermini, forse lo è di più capire come e perché è cominciata, come suggerisce Di Pietro.