Da molto tempo Giorgio Merlo conduce una battaglia culturale e politica per riportare alla luce il patrimonio ideale del cattolicesimo politico nella particolare versione della sinistra democristiana “sociale”. In questo “Il cattolicesimo sociale, la Cisl, Franco Marini” (prefazione di Daniela Fumarola, Edizioni Lavoro), l’ex parlamentare di Ppi, Margherita e Pd, riavvolge il filo che tenne insieme la sinistra sociale di Carlo Donat-Cattin e Franco Marini, con naturale riferimento all’esperienza della Cisl, che prima di Marini aveva conosciuto leader cattolici marcatamente a vocazione sociale come Ottavio Pastore e Bruno Storti. Non si tratta di storia. Non solo di storia. Merlo scava in quelle profondità per fare emergere una critica severa alla politica di oggi, iper-personalizzata, con partiti, e forse per questo meno provvisori, privi di radici e di orizzonti chiari.

Scrive Merlo: «Quello che stupisce, e che amareggia, è la sostanziale assenza di riflessione e di approfondimento politico e culturale del gotha della cultura e della politologia italiana sulla esperienza di un’area importante e di qualità della vita pubblica, quella cioè della sinistra sociale democristiana. È indubbio, infatti, che la cinquantennale presenza politica della Dc è stata caratterizzata in larga parte dalla concreta elaborazione di alcune sue componenti interne. Tra queste, Forze Nuove e la sinistra sociale sono state indubbiamente tra le principali e di maggiore spessore. Senza dubbio, per molto tempo, le sinistre democristiane hanno collaborato e costruito insieme il progetto politico». In effetti, quando oggi si rievoca la Dc si pensa a tutto tranne che alla corrente che all’epoca qualcuno definiva più “a sinistra” di tutte, e forse per questo meno apprezzate dal resto del partito, ivi compresa la più grande corrente di sinistra, la Base, più votata al grande gioco politico che non alle istanze sociali e sindacali. L’autore non si dà pace di questa damnatio memoriae.

«Forse è arrivato anche il momento che nell’area cattolica italiana, pur senza alcuna deviazione clericale o confessionale, parta un processo di progressiva ma consapevole riscoperta del patrimonio culturale e politico della sinistra sociale. E forse passa attraverso questa strada la riscoperta dell’ispirazione nella politica e in politica. E per poter centrare questo obiettivo, che resta pur sempre nobile e qualificato, servono una strategia e un metodo innovativi, moderni e culturalmente avanzati che sappiano parlare nel partito di riferimento ma soprattutto alla società esterna al partito e alle istituzioni».

C’è una figura che incarna il tentativo di ricucire il nesso tra la grande tradizione del popolarismo, le lotte sindacali e una moderna presenza dei cattolici democratici: questa figura è quella di Franco Marini, «uno statista», che guidò con coraggio il Ppi fino alla creazione della Margherita e del Pd, sfiorando la presidenza della Repubblica e diventando autorevole presidente del Senato. «Marini – scrive Merlo – è stato quasi un unicum nella storia del cattolicesimo sociale italiano. Un unicum perché è stato un grande dirigente sindacale che è poi diventato un autorevole esponente politico nonché leader di partito e anche un riconosciuto uomo delle istituzioni. Un esempio raro nel panorama pubblico italiano perché quando si cita, si parla o si ricorda Franco Marini il pensiero corre immediatamente al dirigente di Forze Nuove e poi segretario generale della Cisl che è diventato il punto di riferimento più autorevole del popolarismo di ispirazione cristiana tra l’inizio degli anni Novanta e sino alla sua scomparsa. Un binomio che non ha trovato eguali in altri partiti e in altre esperienze politiche e sindacali». Una figura, quella di Marini, di cui si sente la mancanza.