«Napoli non può più permettersi di restare isolata dal resto del Paese. È arrivato il momento di cambiare tutto. Bisogna ripartire dai quartieri “difficili”, perché negli anni si è creata una frattura pericolosa tra le varie zone della città, e di fare in modo che i giovani si allontanino da Napoli soltanto per le vacanze e non per cercare fortuna»: l’attore e regista Gianfranco Gallo offre al Riformista la propria visione della capitale del mezzogiorno.

Lei è un attore del grande e piccolo schermo: quale film le ricorda la Napoli attuale?
«Senza dubbio Le quattro giornate di Napoli di Nanni Loy perchè bisognerebbe cominciare a liberare la città da tante cose, a cominciare dai troppi luoghi comuni e dall’isolamento nel quale è piombata negli ultimi anni. Napoli andrebbe affrancata da tanti piccoli grumi di potere che si sono creati e che in qualche modo hanno occupato la città».

Com’è cambiata l’idea di cultura, in questi anni, a Napoli?
«Da quando ho cominciato a fare questo lavoro, è cambiato il mondo ma non le persone ai posti di potere. Napoli è una fucina di cultura e di artisti, l’abbiamo visto col cinema e con le serie tv che negli ultimi anni hanno avuto la nostra città come location o addirittura come protagonista. Dal punto di vista creativo è Napoli che identifica l’Italia con i suoi prodotti cinematografici e televisivi. Gli artisti ci sono e qui ci saranno sempre perchè la città crea stimoli. Anche il disequilibrio che c’è tra una parte e l’altra della città – luci e ombre, tutto e il contrario di tutto – favorisce la creatività, ma non basta».

Che cosa manca?
«Abbiamo bisogno di persone che gestiscano questo continuo fermento libero. In questo siamo carenti: non abbiamo chi programma. Mi auguro che il nuovo sindaco cambi questo stato di cose e dia una nuova vita alla cultura».

A proposito del nuovo sindaco, c’è qualcuno dei candidati, presunti o effettivi, che vede bene alla guida della città?
«Credo innanzitutto che ci voglia una discontinuità con l’amministrazione di oggi. Conosco Sergio D’angelo e lo sostengo. Attualmente credo che incarni quella sinistra che mi rappresenta».

Di che cosa avrebbe bisogno la città?
«Senza dubbio di attenzione al sociale e di regole. Poi c’è un’altra questione da risolvere: in questi ultimi anni Napoli si è arroccata, come se fosse un territorio estraneo al resto del Paese quando invece non è così. Il prossimo sindaco deve avere la consapevolezza dei problemi che ci sono qui, portarli all’attenzione del Governo e, soprattutto, deve creare un dialogo. Oggi Napoli non è in condizione di isolarsi, dobbiamo creare sinergie e dialogo con tutte le forze in campo. È finito il tempo di fare le battaglie in solitaria. Questa crisi, come tutti i momenti difficili, ci dà l’occasione di ricominciare da capo ed è proprio questo che dobbiamo fare».

Che opinione ha dei dieci anni di amministrazione de Magistris?
«Il compito che aveva all’inizio del suo mandato non era semplice. È stato un’onda d’urto che ha liberato il Comune da certe dinamiche. Poi, negli ultimi anni, si è isolato troppo: questa sua tendenza ad andare sempre contro tutto e tutti non ha fatto bene alla città».

Tra i candidati c’è anche un magistrato, Catello Maresca. Che opinione hai di lui e più in generale di un pm che sceglie di fare il sindaco?
«Non mi piace dare giudizi sulla persona, che reputo senz’altro di spessore e molto capace, ma sarei stato più contento se avesse detto “non voglio più fare il magistrato” invece di limitarsi a chiedere l’aspettativa. Inoltre pare che sia sostenuto dal centrodestra che è una coalizione con idee molto lontane dalle mie. Non capisco come ci si possa sottoporre al giudizio dei napoletani con uno schieramento così lontano dal Sud e dai suoi interessi. E poi c’è un’altra questione: la magistratura non dovrebbe avvicinarsi alla politica, i magistrati non dovrebbero proprio prendere in considerazione l’idea di candidarsi. Non reputo giusto che la magistratura si esponga così tanto anche in tv, non credo ci sia la necessità di stare sotto i riflettori».

A prescindere da chi vincerà le elezioni, quale dovrà essere la priorità del nuovo sindaco?
«Dovrà occuparsi delle zone più difficili della città: abbiamo delle aree di Napoli di cui nessuno s’interessa, bisognerebbe riservare a queste realtà un’attenzione particolare. E poi deve cambiare il modo di realizzare i progetti per le periferie».

Cioè?
«I progetti per i giovani – perchè è da lì che si deve partire – non devono ghettizzare ancora di più i ragazzi che vivono in territori a rischio. Un progetto fatto per Scampia e realizzato entro i confini di Scampia non funziona più: vanno realizzate iniziative per l’integrazione. Immagino un progetto culturale dove ci siano ragazzi provenienti da tutti i quartieri della città. E poi i ragazzi vanno seguiti, invece adesso, finito il progetto, restano soli e ancora più delusi dalla società. Proporrei ai miei colleghi una sorta di staffetta: per un anno mi occupo io di loro e dei progetti culturali, l’anno prossimo se ne occupa un altro artista e così via. Bisogna unire i quartieri perché ora c’è una separazione pericolosissima».

Come sarà Napoli tra dieci anni?
«Immagino una città nella quale finalmente si possa fare tutto senza bisogno di andare altrove. Tra poco sarà nelle sale il mio film: ho deciso di fare tutto qui a Napoli con professionisti napoletani, quindi non posso che augurarmi una città dotata delle strutture indispensabili per finalizzare i prodotti che nascono dal talento di un artista senza che una troupe sia costretta ad andare a Roma per chiudere un film. Vorrei si avverasse il sogno di Massimo Troisi raccontato in Ricomincio da tre: quando gli chiedevano “Venite da Napoli: siete emigrante?”, lui rispondeva “No, sono napoletano ma non emigrante”. Con quelle parole Troisi sottolineava come troppi dessero per scontato che un napoletano lontano da Napoli fosse un uomo in cerca di fortuna a migliaia di chilometri di distanza dalla sua terra. Ecco, vorrei che i napoletani andassero via da Napoli per fare una vacanza e non perché costretti dalla mancanza di opportunità».

Nata a Napoli il 28 settembre 1992, affascinata dal potere delle parole ha deciso, non senza incidenti di percorso, che sarebbero diventate il suo lavoro. Giornalista pubblicista segue con interesse i cambiamenti della città e i suoi protagonisti.