La memoria muore con la morte di coloro che hanno vissuto gli eventi e ormai sono morti quasi tutti, restando solo coloro che erano bambini che hanno ascoltato e vissuto attraverso il racconto di genitori e nonni. Abbiamo celebrato da poco il Giorno della Memoria, nella data scelta dalle Nazioni unite e che è quella della liberazione dei sopravvissuti di Auschwitz fra montagne di cadaveri, ceneri, cataste di occhiali, scarpe, denti d’oro, capelli, abiti perché il mattatoio per esseri umani ebrei, zingari, omosessuali e nemici del Reich era straordinariamente organizzato, specialmente da quando tutti i campi avevano ricevuto l’ordine di liquidare alla svelta il carico umano accumulato, perché la guerra di Hitler era finita e presto sarebbe arrivata l’ora della giustizia. E si è deciso che quello dovesse essere il giorno del ricordo e abbiamo udito molte volte troppe parole meccaniche, inutili, prove di qualsiasi potere evocativo e anche poco inclini a dare corpo emotivo all’accaduto reale che ormai è sempre più lontano nella conta degli anni, benché sia sempre tragicamente attuale.

Questo è un difetto di tutte le celebrazioni ma in particolare quelle che hanno la pretesa di ingiungere il ricordo senza rinnovare la ferita facendola sanguinare almeno dal centro della pena e dell’indignazione che da qualche parte dovremmo possedere tutti. Come si fa a mantenere la buona intenzione di ricordare? Abbiamo visto più volte nel web ragazzi, per lo più nati nel nuovo millennio, che dicevano, essendo ormai adulti: noi non abbiamo vissuto la guerra mondiale né la guerra fredda e neanche il muro di Berlino. Neanche i nostri genitori hanno vissuto nulla di tutto questo. Eppure. noi esistiamo insieme a voi che un giorno non esisterete più. E poi saremo la totalità di viventi e non avremo più nulla da ricordare. Che cosa significherà allora per noi il Giorno della Memoria? Oggi restano soltanto gli ultimi testimoni, coloro che erano bambini come la senatrice Segre. Io stesso, nel mio minimo, posso considerarmi un testimone perché giocavo nei giardinetti di largo Cairoli appena fuori dal Ghetto con coetanei finiti nel fumo di Auschwitz.

Non c’è altro modo che raccontare storie. Le storie. Giovedì la tv pubblica ha mandato in onda un bellissimo servizio su Rai ragazzi: un programma di undici minuti folgoranti e gentili intitolato “Come foglie al vento” su quel che accadde a Venezia, la città dove fu creato il primo ghetto che dette il suo nome a tutti i ghetti. E lo ha fatto raccontando una storia d’amore limpida e persino sorridente, realizzata da Caterina De Mata e Anna Giurickovic. Dato che ha sfidato la retorica perentoria mostrando un testimone che è figlio di sopravvissuti che racconta qualcosa di non retorico, triste e memorabile come deve essere ciò che resta nella memoria. Un uomo, una troupe della Rai, una barca nei canali porta a visitare luoghi ora muti ma che contengono le urla della caccia all’uomo, ma anche una storia d’amore fra giovani ebrei che vincono, sfuggono alla cattura, attraversano la pancia del mostro generano un figlio che è l’io narrante Riccardo Calimani, scrittore e storico dell’ebraismo e dei al centri della memoria.

Un documentario arricchito da cartoni animati che mostrano i due innamorati come giovani belli, vitali, attraenti, sposati in sinagoga in fretta e furia per fuggire insieme e sopravvivere. Ecco una novità, capace di accendere la memoria: mostrare ebrei avventurosi e belli, innamorati e giovani, espressione dell’unica giusta certezza: dopo l’immane carneficina, il sacrificio umano di massa più diabolico e criminale della storia (che contiene in sé il sacrificio meno ricordato dei gitani, dei prigionieri di guerra, disabili, omosessuali, dei deboli, degli ultimi) tornò a vincere la vita, il mondo riconobbe il diritto non solo di esistenza, ma di impedire che mai più potesse accadere un simile delitto.

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Giornalista e politico è stato vicedirettore de Il Giornale. Membro della Fondazione Italia Usa è stato senatore nella XIV e XV legislatura per Forza Italia e deputato nella XVI per Il Popolo della Libertà.