Europa
Giornata dell’Europa, ora affrontiamo i nodi e superiamo le ideologie
Quale migliore occasione della “Giornata dell’Europa” per superare gli steccati ideologici e provare ad affrontare i nodi dell’Europa – che sono tanti – con quel sano realismo che nell’attuale condizione storica è l’unica via d’uscita credibile da un dibattito usurato e abusato. Partendo dal cogliere in questa giornata non un giorno da “celebrare” in maniera enfatica e dunque politicamente sterile ma su cui “riflettere” in maniera costruttiva. Soprattutto in Italia dove il tema “Unione Europea” che nulla c’entra con il concetto culturale e spirituale d’Europa, assume ciclicamente le fattezze di uno scontro tra due opposte tifoserie che dividendosi su posizioni manichee si annullano vicendevolmente e mostrano al resto dell’Europa un dibattito dalle tinte surreali e talvolta puerili.
La prima è quella dei “ventotenniani” che vedono nell’integrazione europea la soluzione ad ogni male, la risposta a tutte le nostre necessità, e nell’Europa federale incarnata nell’immagine antistorica degli Stati Uniti d’Europa la tappa finale del processo europeo. La seconda è quella dell’antieuropeismo ante litteram, apodittico e lapidario, fondato su una percezione reale degli aspetti negativi dell’Unione europea, ma indebolito da quei fattori economici che rendono un passo indietro utopistico quanto la costruzione di quell’Europa federale osannata da chi ne vede solo i pregi, ma difetta nel riconoscerne il male strutturale, l’impianto burocratico e tecnocratico, privo di qualsiasi elemento tipico dell’umanesimo europeo.
Le due posizioni sono inconciliabili e inefficaci. Chi parla oggi di Stati Uniti d’Europa è fuori dalla realtà storica, e chi paragona il futuro dell’Europa con parallelismi funambolici agli Stati Uniti d’America dimostra di non considerare i fattori storici, antropologici e sociali che rendono l’Europa diversa dagli Usa. Basterebbe l’elemento della lingua – primo fattore di qualsiasi integrazione politica – per mostrare la folle fallacia di tali teorie, o la profonda diversità storica che caratterizza le nazioni che dovrebbero comporre questa fantomatica unione politica. Oltre alla antistoricità di un processo che andrebbe in senso opposto alla sempre maggiore necessità storica di rafforzamento degli Stati nazionali alla luce delle sfide globali che già affrontiamo e che man mano aumenteranno. L’Europa di oggi incapace di recepire le necessità dello stesso popolo europeo in tutte le materie di sua competenza (Green Deal e immigrazione), porta su di se le cicatrici di ogni nazione: dai timori tedeschi, alle ambizioni francesi, dal disinteresse spagnolo alla complessa posizione italiana, dove si confrontano le due culture di cui abbiamo accennato e dove si fa largo a destra quell’euroscetticismo di matrice conservatrice, che contrariamente alla miope posizione tanto dell’ europeismo fanatico, quanto dell’antieuropeismo apodittico, fonda la sua riflessione partendo da una comprensione dell’Europa come “comunità”, ricca e forte delle sue differenze e indirizzata ad una sempre maggiore “cooperazione” che non ha nulla a che vedere con l’ omologazione e la rinuncia alla propria identità e sovranità nazionale.
Recuperare lo spirito della CECA e della CEE e riconoscere gli errori di Maastricht, e i salti nel vuoto dei primi anni duemila, è l’unica strada politica possibile per l’Europa se vuole avere un futuro. Fare un passo indietro, per prendere meglio la spinta e superare gli steccati dell’ideologia europeista, che rappresenta oggi il primo grande limite alla cooperazione, a partire dal tema impellente della sicurezza e della difesa. La difesa comune è cooperazione e sinergia nell’autonomia di ciascuno, senza pretese folli di “eserciti comuni” o altre amenità che spesso si sentono ripete da taluni propagatori di suffumigi. Così come puntare sul nucleare è l’unica strada possibile per l’autonomia energetica e dunque anche strategica.
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