Non vi nascondo che mi è difficile parlare e scrivere del dottor Gratteri nascondendo un pregiudizio negativo. E so bene che questo è un limite: un giornalista non deve avere pregiudizi. Mi sforzerò di essere olimpicamente oggettivo e imparziale. Però devo dirvi che ascoltare Gratteri e i giornalisti che lo hanno interrogato mi ha dato un grande dolore. Ho avuto l’impressione che nonostante le sagge parole ascoltate in molti discorsi pronunciati all’apertura dell’anno giudiziario, viviamo ormai in un clima di opinione pubblica assolutamente assuefatto a uno spirito di devastante giustizialismo. E che ormai sta prevalendo l’idea di una società sottoposta all’etica e all’autoritarismo.

Gratteri si è limitato a raccontare il suo punto di vista. Quello di un combattente, non di un magistrato. Impegnato in una terra dove la ‘ndrangheta controlla persino il battito del cuore dei cittadini. Ha detto così. E nella quale non si può essere garantisti come a Milano. Ha detto di essere disinteressato all’appoggio dei partiti e di volere l’appoggio della gente. Ha esaltato una manifestazione che si è tenuta a Catanzaro qualche giorno fa sotto il suo ufficio, per sostenere la sua battaglia e deprecare le critiche che erano state sollevate dal procuratore generale Lupacchini (successivamente stangato dal Csm che ha ritenuto illegittime le critiche a Gratteri).

Gratteri ha spiegato che il suo compito è quello di “liberare la Calabria”. Lui è così, pensa questo. Ha sempre considerato come un fastidio burocratico il ruolo che in realtà gli è stato assegnato dalla legge, che è quello di non liberare proprio nessuno ma di perseguire i reati, con gli indizi, le prove, e riscontri, i testimoni e tutto il resto. Gratteri è una persona limpida: non ha mai e poi mai nascosto o camuffato il suo pensiero e le sue intenzioni.

Il problema è che durante i trenta o quaranta minuti di intervista, condotta da ben cinque giornalisti, Gratteri ha avuto via libera. Ogni sua affermazione è stata sommersa dagli appalusi del pubblico. Neanche un sussurro di dissenso. Nessuno lo ha preso di petto, come avrebbe fatto con un ministro, o un deputato o persino con un assessore, se questi avessero sostenuto tesi e opinioni così evidentemente in contrasto con le regole della democrazia e con la Costituzione. Nessuno ha provato a spiegargli che lo Stato di diritto è un’altra cosa. Che il magistrato non è uno sceriffo, e non è Garibaldi, è un funzionario dello Stato. Che i diritti degli imputati sono sacri. Che arrestare un innocente è una cosa molto grave, per l’innocente e per la società. Che non è vero che il fine giustifica i mezzi. Niente di tutto ciò.

Giornalista professionista dal 1979, ha lavorato per quasi 30 anni all'Unità di cui è stato vicedirettore e poi condirettore. Direttore di Liberazione dal 2004 al 2009, poi di Calabria Ora dal 2010 al 2013, nel 2016 passa a Il Dubbio per poi approdare alla direzione de Il Riformista tornato in edicola il 29 ottobre 2019.