Nel bene e nel male i vari settori della magistratura hanno esercitato in questi anni un’influenza su aspetti decisivi della politica italiana. Nel bene una parte di essa (ovviamente primi fra tutti Falcone e Borsellino, ma anche altri magistrati fortunatamente viventi) ha svolto un ruolo fondamentale nella lotta al terrorismo e a mafia-camorra-‘ndrangheta. Altri settori invece hanno svolto un ruolo del tutto negativo su questo terreno decisivo (vedi per tutti il ruolo ambiguo svolto da Giammanco). Ci auguriamo che l’attuale commissione Antimafia, aiutata dal procuratore di Caltanissetta Salvatore De Luca, dia un contributo per fare chiarezza su questioni rimaste del tutto aperte.

Poi, nel caso di Mani pulite, i pm di Milano hanno posto in essere un’operazione di stampo eversivo-rivoluzionario del tutto nuova: non più carri armati e paracadutisti, ma avvisi di garanzia mirati, sparati sulle prime pagine dei giornali e sui tg in apertura di serata. Tangentopoli era un sistema che coinvolgeva tutto e tutti e invece il Psi di Craxi, i partiti laici e l’area di centrodestra della Dc furono rasi al suolo e furono salvati il ristretto nucleo dirigente del Pds e quello della sinistra democristiana: essi potevano non sapere. Di quegli anni esistono interpretazioni di segno opposto. Per alcuni (storici, giornalisti, politici) si è trattato di una positiva operazione di rinnovamento perché oramai i partiti tradizionali erano usurati; secondo altri osservatori invece si è trattato di una rivoluzione di stampo moderno: qualora Curzio Malaparte fosse ancora vivo dovrebbe aggiornare in modo profondo il suo libro “Tecnica del colpo di Stato”.

Il ricorso sistematico alle querele

Non è questa l’occasione per affrontare il merito della questione. Vogliamo invece fare i conti con un altro aspetto del problema che ha un’influenza decisiva sulla libertà di stampa e di manifestazione del pensiero tramite i giornali. Come è evidente dai temi che abbiamo elencato molto sinteticamente, si tratta di questioni storiche e politico-culturali che vanno affrontate su un terreno loro proprio che è quello degli articoli, dei saggi e addirittura dei libri perché si tratta di rispondere a quesiti storici di grande importanza. Al contrario, alcuni esponenti della magistratura stanno trattando il problema come se tutto si potesse risolvere sul piano giudiziario in una grande partita fra guardie (i magistrati) e ladri, coloro che esprimono interpretazioni del tutto divergenti sul piano storico-politico dal terreno giudiziario forse prevalente ma tutt’altro che unanime. Di conseguenza, fondamentali questioni attinenti all’interpretazione della storia italiana dagli anni Novanta in poi vanno affrontate sul terreno loro proprio, che è quello politico-culturale, ma non sul terreno delle querele. Invece il ricorso sistematico a questo strumento ha una implicazione che noi vogliamo qui denunciare: si tratta di porre in essere una autentica lesione della libertà di stampa e di manifestazione del pensiero. Con il ricorso sistematico alle querele vengono colpiti i bilanci dei giornali e anche messe a rischio le libertà dei singoli giornalisti.

La vicenda Sansonetti

Esemplare per tutte è la vicenda riguardante Piero Sansonetti per il quale il pm ha chiesto addirittura tre anni e mezzo per un articolo e (se non andiamo errati) il tribunale in prima istanza lo ha condannato a 100mila euro, che non è una cifra da poco. Siccome oramai da diverso tempo questo ricorso alle querele è esercitato in modo sistematico con l’aggravante che esso punta sulla solidarietà della casta giudiziaria, è evidente che si è davanti a una operazione liberticida con il preciso scopo di costringere al silenzio i rompiscatole. Di fronte alla gravità di questo disegno giustamente il Partito radicale ha indetto una manifestazione proprio per il 25 aprile, giornata dell’antifascismo reale, nel quale evidentemente la libertà di stampa e di manifestazione del pensiero ha un aspetto decisivo.