I sondaggi sulle intenzioni di voto, che hanno occupato tanto spazio nei media di ogni sorta, ora tacciono. In realtà gli istituti di ricerca stanno lavorando indefessamente per i loro committenti, ma i risultati delle loro indagini non possono essere diffusi pubblicamente (anche se circolano nelle segreterie dei partiti e di qualche giornale). Tuttavia, quando mancano ormai pochi giorni dalle elezioni, si può ragionevolmente sostenere che è difficile che i risultati di queste smentiscano, almeno nelle linee principali, il quadro tracciato dalle ultime ricerche pubblicate. Certo, qualche scostamento anche rilevante è possibile: in particolare la intensa campagna condotta da Conte per i 5s al Sud (e sostenuta, pur di salvare il salvabile, anche da qualche esponente del Pd come Emiliano e forse nemmeno vista con sfavore dallo stesso Letta) e basata soprattutto sulla promessa del mantenimento – e magari dell’estensione – del reddito di cittadinanza che nel mezzogiorno rappresenta una risorsa notevole (e discussa), potrebbe forse sortire qualche effetto molto significativo e mutare gli equilibri stimati sin qui, in particolare nelle regioni meridionali. E altre sorprese, legate alla formazione delle scelte degli ultimi indecisi, possono attenderci.

In ogni caso, qualunque sia l’esito, all’interno dello scenario che emergerà dalle elezioni, sarà comunque di particolare rilievo vedere non solo il dato relativo alla distanza che separerà le due principali forze in competizione (tuttora il Pd sostiene di ambire a un risultato che lo evidenzi come il partito più votato in assoluto), ma anche l’insieme dei dati relativi ai quattro poli presenti nell’offerta politica. E ancora di più sarà importante esaminare i rapporti di forza interni alla coalizione di destra. Come si è potuto agilmente verificare, infatti, la mancata alleanza fra le forze politiche che si oppongono allo schieramento guidato da Giorgia Meloni ha annullato il quadro di competizione fra due soli poli, che pure la legge elettorale ha invano incitato a creare.
Come si sa, lo schieramento di centrodestra è sin qui in pole position ai nastri di partenza del voto “vero” del 25 settembre, e sino ad oggi nessuno sembra poterne insidiare la preeminenza. Tuttavia, il potere negoziale interno alla alleanza fra FdI, Lega e FI sarà in larga misura determinato dai dati numerici rispettivi che usciranno dalle urne, che avranno un peso importante per quanto riguarderà la successiva formazione dell’esecutivo e la scelta dei ministri.

E anche le loro decisioni operative: l’ultimo importante distinguo di Berlusconi sulla politica europea e sull’atteggiamento da tenersi verso Orban (minacciando sin d’ora di uscire dal governo che ancora si deve formare, se prevalessero scelte anti-Ue), non è che un esempio di ciò che potrebbe accadere quando i nodi costituiti dalle diverse inclinazioni dei componenti della coalizione di centrodestra verranno effettivamente al pettine. I due poli minori, il partito di Conte e quello di Calenda e Renzi, senza poter insidiare il primato dei due maggiori, avranno inevitabilmente un rilievo, poiché un sorpasso del nuovo M5S nei confronti del partito di Salvini e/o quello di Calenda nei confronti di FI di Berlusconi possono pesare anch’essi significativamente sui rapporti di forza della coalizione di destra. Calenda e Conte, che certamente faranno parte dell’opposizione dopo il 25 settembre, giocano in queste elezioni il loro futuro, come accade per altri versi per Letta e Salvini.

Il leader del M5S personale, se otterrà, come sembra oggi possibile, un relativo successo nel Sud del paese, anche grazie alla popolarità conquistata ai tempi della presidenza del consiglio e poi sempre mantenuta, ritornerà ad essere in grado di attrarre quella parte del PD che è legata alla storia della tradizionale sinistra italiana. Calenda, dall’altra parte, si gioca la più difficile possibilità di aggregare intorno ad Azione gli elettori che non si identificano più né con la destra né con la sinistra e che si usa tradizionalmente definire di centro, ma che sarebbe meglio qualificare come forze moderate o meglio schiettamente liberal democratiche ed europeiste. Al di là del responso delle urne, resta problematica, a questo proposito, la collocazione dell’unica vera coalizione e possibile vincitrice nel decisivo quadro della appartenenza all’Unione Europea. Come abbiamo già scritto, la leader di FdI sembra aver capito chiaramente che la reputazione sua e quella del suo probabile governo nei confronti dei tradizionali partner dell’Italia dal punto di vista della politica internazionale è di importanza decisiva.

Ma le dichiarazioni di fedeltà all’atlantismo hanno un sapore diverso se si tratta dell’America di Biden o, viceversa, di quella di Trump e dei suoi seguaci (che, per certi versi, vedono Orban con simpatia maggiore di quanto non accada in molti stati europei). I risultati delle elezioni di metà mandato a novembre negli Stati Uniti avranno un peso importante sulla politica italiana e sul senso stesso dell’atlantismo oggi predicato da tutti. D’altro canto, non si può non rilevare che l’europeismo dichiarato di Meloni va insieme alla sua leadership del partito dei conservatori al parlamento europeo, che più o meno difendono la superiorità del diritto nazionale rispetto a quello che deriva dai trattati europei. C’è una abbastanza chiara contraddizione fra il richiedere una maggior integrazione e forza della Europa e al tempo stesso una maggiore autonomia degli stati membri dell’Unione. E il recente voto su Orban ha accentuato i dubbi di molti sull’effettivo europeismo di Meloni.

Insomma, è difficile credere che l’Italia del prossimo governo sarà in grado di far sentire la sua voce a Bruxelles più che l’Italia del governo di Mario Draghi al quale la componente dominante della coalizione di destra si è opposto sistematicamente. Il partito di Giorgia Meloni si dichiara “PRONTI” a governare il paese. Non si può che sperarlo, auspicando inoltre che non si tratti di un semplice auto-incoraggiamento. Non si può nemmeno criticare quello che viene qualificato come il “governo dei migliori” e rassicurare l’opinione pubblica che si designeranno i più competenti per le funzioni esecutive, “per la contradizion che nol consente”. Lo slogan “uno eguale uno” ha fatto il suo tempo e si è spento. Le difficoltà che l’Italia dovrà affrontare nei mesi che ci aspettano ha inevitabilmente bisogno dei migliori dei migliori. Lo obbliga ogni dichiarazione di patriottismo.

Renato Mannheimer, Pasquale Pasquino