La scelta di un presidente del Consiglio incaricato preso “al di fuori della politica” come Mario Draghi richiama alla mente quella che fece ricadere su Mario Monti l’onere di guidare l’Italia fuori dalla crisi politica, e soprattutto economica, del 2011. A dieci anni di distanza da quello che è diventato il punto di riferimento da sbandierare ogni volta che si allunga lo spettro di un “governo tecnico”, quali sono le divergenze che possono indurci a pensare l’ex presidente della Bce non andrà a schiantarsi contro il muro dell’impopolarità come fu per quello che è passato alla storia come “il premier dell’austerità”?

Innanzitutto, scontato dirlo, il contesto generale. Se è vero che anche Monti si trovò a gestire un momento di forti oscillazioni, riflesso della crisi finanziaria cominciata nel 2008 negli Stati Uniti che aveva provocato in Europa la crisi del debito sovrano e in Italia il concreto rischio di una bancarotta, la vera sfida di un eventuale governo Draghi in piena pandemia sarà quella di gestire e spendere bene i fondi europei per la ripartenza (il cosiddetto “Recovery Fund”, che l’Unione però chiama “Next Generations Eu” per sottolineare il fatto che sia opportuno spenderlo per dare un futuro alle “nuove generazioni” più che un presente a quelle vecchie). La differenza sostanziale è che nel 2011 servivano soldi – da cui le cosiddette riforme “lacrime e sangue” come quella delle pensioni – mentre adesso i fondi ci sono, vanno solo spesi con attenzione.

Una premessa che implica anche la seconda, grande divergenza sui due esecutivi: all’epoca Monti ebbe difficoltà a trovare esponenti politici disposti a entrare nella squadra di governo, intimoriti dalle riforme impopolari preannunciate e dal riflesso che avrebbero avuto sulle loro carriere istituzionali. Per questo fu costretto a circondarsi di tecnici, tra cui professori universitari, avvocati, un magistrato, un banchiere (Corrado Passera), due giuristi, una prefetta (Anna Maria Cancellieri), un ambasciatore e anche un ammiraglio (Giampaolo Di Paola, unico caso nella storia della Repubblica di un militare ancora in servizio a diventare ministro). L’enorme disponibilità di oggi (oltre 200 miliardi, senza tener conto dell’opzione Mes) e la possibilità di incidere sulla ripartenza del sistema Italia post pandemia solletica invece oggi i partiti, dai quali continuano a filtrare aperture anche nelle aree più schierate contro i governi “non politici” come il Movimento 5 Stelle o la Lega.

Sarà certamente anche una questione di appeal: di un Draghi a Palazzo Chigi se ne parla da un po’, ogni tanto il suo nome spunta fuori come fosse il “sogno proibito” di avere come capo dell’esecutivo un’eccellenza italiana riconosciuta a livello internazionale. Nulla da togliere a Monti, che veniva da un’esperienza come commissario europeo per la Concorrenza e – prima – per il Mercato interno. La sua unica sfortuna è venire associato all’uomo che nell’immaginario collettivo nel 2012 ha “salvato l’euro” dalla crisi mostrando i muscoli della Bce.

Il “premier dell’austerità” durò in carica un anno e mezzo, prima di naufragare nel mare dell’oblio ed essere sostituito dal governo Letta (che pure non fece una buona fine), Draghi proverà a costruire una squadra capace di tenere almeno i due anni che mancano al termine della legislatura. Non è chiaro nemmeno se riuscirà a farla partire, ma una cosa è certa: le premesse ci sono tutte.

Napoletano, Giornalista praticante, nato nel ’95. Ha collaborato con Fanpage e Avvenire. Laureato in lingue, parla molto bene in inglese e molto male in tedesco. Un master in giornalismo alla Lumsa di Roma. Ex arbitro di calcio. Ossessionato dall'ordine. Appassionato in ordine sparso di politica, Lego, arte, calcio e Simpson.