Perdutamente.
Da diversi anni ormai siamo seduti sull’orlo di un discorso interrotto. Orfani alla disperata ricerca di un senso, quello che insieme era presupposto e che da soli è dura. Oste o professoressa, maestro o sindaca, grafica o cooperatore, startupparo o coworker, partita Iva o assessora, agricoltore o deputato. Scossi, sparsi. Condotti in ogni dove, silenziosa ritirata. Ognuno con le sue ragioni e i suoi torti, soprattutto. Quanto tempo buttato a cercarli. Non possiamo tornare, quelli di allora non ci sono più. Meno male. Non è storia, men che meno sociologia. L’anagrafe può rimanere chiusa. Una generazione recintata dalle biografie, scelta senz’altro criterio che l’immanenza della vita. Incontrammo la politica con una pantera. Oppure nello stretto di uno stadio, lungo i carrugi di Genova.

Chi ebbe vent’anni in un punto qualunque di questi qua. Chi tentò una strada, perché il mondo che c’è toccato in sorte s’ha da cambiare e c’è vita oltre il ponte. In quel cercare si strinsero nodi che non si possono sciogliere. Cacciati nell’angolo di un cassetto quando meno te l’aspetti eccoli là. Si capirà soltanto poi che non potevamo vincere. Epifania di una catastrofe, la sconfitta ci apparì. I lutti fanno male.  Ciascuno per farci i conti ha bisogno di tornare a sé, tormentarsi col senso di colpa fino a perdersi. Il tempo è galantuomo e alla fine mostra che di colpe non ne avemmo. Che la colpa non è categoria della politica.  Che la sconfitta era maturata altrove, veniva da lontano. Che nel cuore di quei conflitti si compiva il miserere di un’epoca. In fondo aveva ragione la maglietta: chi lotta col cuore non può perdere. O vince o impara. Torna la pace e forse la voglia.

Padri e madri, figlie e figli.
Vent’anni un attimo fa. Amaro il sorriso che torna alla fatica che ci costò uccidere i padri. Ma oggi le madri siamo noi. E questa realtà capovolta ci chiama. Parla a quel pertugio ove giace il desiderio di prendersi cura, di mettersi a disposizione. Ma son altri i vent’anni su cui scommettere. Il mondo gonfio di rancore li odia. Altro lascito che la paternale non ha. Se avessimo una fiche sarebbe una puntata secca e senz’appello. Sui vent’anni di questo ventunesimo secolo.  Vanno in bici. Hanno conosciuto i kamikaze, la crisi economica che permane, l’epidemia e la segregazione. Non hanno nulla da perdere.  S’ergono e sorgono, in ogni dove un ributto. C’è forza: serve riconoscerla, nominarla, darle spazio. Donare a sé stessi l’ebbrezza di una brulicante uscita da scuola. L’umanità che viene è la nostra bandiera.

Da lungi.
(Le stelle lucevano rare tra mezzo alla nebbia di latte: sentivo nel cuore un sussulto, com’eco d’un grido che fu). Non sarà un’adunata di reduci malconci a pasteggiare ricordi e malinconia. Le vie in cui consumammo la diaspora ci hanno insegnato che avevamo ragione. Siamo molte di più di quelli che si riconoscono. Perché la minorità è una condizione del tempo e non dell’anima. Perché guardare il mondo da un angolo è comunque dotarsi di una prospettiva. Perché la paura soffoca, ma la sofferenza crea. Perché la distanza e la clausura sono l’anticamera della sepoltura.  Perché sarà del tempo a venire un’epocale lotta tra la nuda vita e la libertà e ci iscriviamo a parteggiare per la seconda, pur contro i favori del pronostico. Perché non è bella quest’abitudine di farsi saltare in aria. Perché in galera ci vanno solo i poveri Cristi e l’ergastolo è l’omicidio dei benpensanti. Perché lavorare stanca e un robot vive meglio d’un casellante.  Perché ci piace non essere, in special modo là dove ci aspettano. Perché quello che conta davvero è il futuro. Il futuro che c’è, non quello che un giorno arriverà.

SETTE TESI

I Can’t Breath.
Nelle strade degli States prende vita un movimento globale che pretende il riconoscimento dell’eguaglianza sostanziale. Reclama l’autogoverno della pubblica sicurezza e denuncia lo stato d’eccezione divenuto paradigma di controllo dei territori urbani da quando l’ideologia securitaria è subentrata a quella della sicurezza sociale. Vuol fare i conti con i retaggi coloniali, razzisti, discriminatori della storia scritta dai vincitori. Parla di una nuova eguaglianza delle differenze mentre contesta l’inclusione differenziale di una cittadinanza meramente formale. Grida che è giunto il tempo di farla finita con il razzismo. Per questa via evoca la persecuzione dei migranti che ammanta di vergogna la storia dell’Europa contemporanea e le storie di discriminazione di quanti rimangono fuori dal muro. Nel Mediterraneo come in Messico o in Ungheria. Da queste ferite del nostro presente globale prende corpo un’utopia della libera mobilità, il progetto di una cittadinanza globale. Un mondo senza confini sovrani in cui migrare diventerà un incontestabile diritto umano.

Extinction rebellion.
Lo sviluppo capitalistico, il saccheggio delle risorse naturali, la distruzione degli ecosistemi procedono a un ritmo dissennato che mette in discussione la sopravvivenza della specie umana. Contro questa deriva irrompono le giovani generazioni e il loro diritto al futuro.
Il primo sciopero globale contro il disastro climatico istituisce una nuova e potente dicotomia. Non si tratta dell’ambientalismo per come l’abbiamo conosciuto finora. Il movimento si colloca agli antipodi di ridicoli discorsi su decrescita o consumo etico-critico-responsabile e non si sazia nemmeno di una generica proposta di modello alternativo. Fino ad oggi il rispetto e la valorizzazione della natura sono stati associati alla rinuncia. Ma da qualche tempo il piano ha cominciato a ribaltarsi.  La macchina per chi ha vent’anni non è più un sinonimo di libertà.
Si va in bicicletta perché è più cool che andare in moto, non perché ce lo impone la crisi petrolifera. Sono forme di vita più consone ed armoniose a divenire attraenti per coloro che rivendicano il presente come proprio tempo. È questa inedita carica di senso il volano di una mutazione possibile. Una nuova ecologia politica, pragmatica e trasformativa, cresce sulle macerie delle passate ideologie.

Differentemente.
Una terza grande faglia attraversa lo scenario globale. In forme rinnovate e creative, il movimento per l’autodeterminazione delle donne avanza una critica radicale all’organizzazione patriarcale del mondo. In particolare ci interessa quella direttrice che contesta la violenza come cifra simbolica dell’organizzazione sessista e del potere maschile, ma lo fa senza accettare la rappresentazione della donna come vittima designata, docile e sottomessa. Al contrario scommette sulla libertà, sull’autodeterminazione, sulla potenza del corpo come singolarità irriducibile.

Lavora e valorizza il cambiamento che già oggi attraversa la sfera del desiderio e contesta gli stereotipi dominanti mostrando come le forme di vita contemporanee, di donne e uomini, siano ormai strette all’interno della vecchia rappresentazione simbolica. Rimane, sullo sfondo, un silenzio tombale. La rappresentazione del maschile come virile, predatorio, violento, appropriativo non corrisponde più alla realtà. Ma non ci sono uomini che lo dicano. Sopravvive, come un atavico tabù, un silenzio fatto di vergogna e di dolore. Sembra giunto il momento di squarciare anche questo velo.

La classe operaia va in paradiso.
Il declino dell’era industriale e la globalizzazione hanno innescato una transizione epocale che deve essere assunta nella sua irreversibilità. Un salto di paradigma che segna il tramonto della civiltà del lavoro novecentesca (e della sua etica) e impone di pensare soggettività e progetto sulla base di una nuova antropologia politica. La rottura dell’orizzonte nazionale come dimensione regolativa dell’economia e l’avvento delle tecnologie digitali come forma egemonica di produzione del valore rendono definitivamente obsoleto il tradizionale armamentario che ruota intorno a keynesismo, politiche industriali, lavorismo, spesa pubblica, etc. Emerge, invece, la necessità di immaginare un nuovo welfare a vocazione universalista, digitale, cooperativa, post-industriale e, per quanto possibile, sovranazionale.

Dopo lo Stato-nazione, oltre la sovranità.
Lo spazio politico europeo è l’orizzonte minimo in cui una politica dell’emancipazione può prendere piede. È necessario prefigurare un nuovo repubblicanesimo federalista, municipalista e democratico che respinga la dimensione statuale sovrana come luogo principe della decisione e della partecipazione. La mera uguaglianza individuale fra soggetti giuridici astratti si è spesso tradotta in omologazione formale, finendo col negare valore alle differenze dei territori, degli interessi, delle capacità, delle comunità e perfino all’eventuale potenziale dei particolarismi. La novecentesca rappresentanza politica, fondata sul principio secondo cui l’autore s’identifica nell’attore, ovvero sul nesso politico-sociale teorizzato e praticato dai partiti di massa del secolo scorso, si è dissolta. La stanca litania tesa a resuscitarla come tale nel corpo di una rinnovata sinistra ideologica non fa i conti con la morfologia delle nostre società. Per queste ragioni di fondo, un agire politico che miri a cambiare il mondo non può che assumere la rappresentanza come una dimensione puramente strumentale, da attraversare con eterna spregiudicatezza. La dialettica propria dei modelli anglosassoni offre un terreno di battaglia più consono rispetto ai posticci riti rappresentativi del vecchio continente.

I demoni della transizione italiana
La costruzione simbolica del nemico e le forme della sua demonizzazione ammantano di malinconia l’ultimo quarantennio di storia della sinistra italiana. Craxismo, berlusconismo, renzismo, populismo sono gli “ismi” attorno ai quali si è cercato di cristallizzare un nemico per ricostruire identità smarrite e mobilitare un popolo sempre più sfuggente.  Definirsi per contrarietà significa non essere arrivati in tempo.
Eppure, proprio la capacità dell’avversario di costruire un discorso popolare, in grado di attraversare efficacemente il prisma della comunicazione televisiva e post-televisiva, è stato l’indicibile bersaglio della critica. Cosicché quest’ultima è divenuta posizionamento etico, contrapposizione emozionale: una presunta differenza antropologica radicata in un irenico quanto artificiale passato di responsabilità, legalità e moralità.  Tutta da scrivere rimane la storia di questi quarant’anni alle spalle, da cui molte miserie del presente hanno origine.

«Pensino ora i miei venticinque lettori che impressione dovesse fare sull’animo del poveretto quello che s’è raccontato».
Chi scrive sente di appartenere a una generazione di mezzo, far parte di un transito: tra antiche certezze cadute e nuove possibilità che vanno aprendosi. Per un lungo tempo la grande sconfitta di cui siamo figli, lo spazio nel quale abbiamo consumato il ricordo della nostra gioventù, ci ha messo in un angolo.  Il pudore nel raccontare il crollo ci ha ridotto al silenzio. Incapaci anche di fare memoria. Ancora oggi la paura, la rabbia e il mutismo dominano la scena. Riprendere parola, incrinare l’afonia significa già ricominciare. Eppure ciascuno di noi sente di non potervi riuscire da solo.  Ecco perché queste parole chiedono di ricostruire uno spazio pubblico. Noi siamo qui.