Il Partito Democratico è garantista nei convegni e troppo spesso giustizialista in aula. In tanti hanno rotto l’argine che Enrico Letta aveva alzato tra i dem e il Movimento, sbandando alla prima occasione. E sì che era un’occasione pubblica, di quelle solenni. L’esecutivo di Giorgia Meloni muove i primi passi all’indomani della fiducia ottenuta, dopo la Camera, anche dal Senato. Nell’aula di Palazzo Madama è andato in scena il primo intervento di Roberto Scarpinato, appesa la toga al chiodo, in veste di parlamentare.

Un gran debutto al primo giorno di scuola, tanto per puntare i piedi anche all’interno del gruppo 5S e far capire allo stesso Conte, neo deputato, chi è che comanda nel Movimento, nella camera alta. E Conte deve essersi sentito minacciato davvero se il giorno dopo dedica un tweet a sottolineare l’aderenza al pensiero dell’ex magistrato. “Proprio così”, scrive infatti su Twitter il presidente del Movimento cinque stelle, rimarcando quanto affermato del senatore Scarpinato. Cosa aveva detto? “Noi siamo le nostre scelte, presidente Meloni. E lei ha scelto da tempo da che parte stare. Non dalla parte degli ultimi, non dalla parte della Costituzione, non dalla parte dei martiri della Resistenza, di coloro che per la difesa della legalità costituzionale hanno sacrificato la propria vita”, le parole di Scarpinato.

Per poi abbandonarsi a una coda polemica, facendosi beffa delle regole sul tempo di parola assegnato, superato di oltre due minuti in barba al rispetto degli altri senatori e in spregio ai richiami del presidente La Russa:Meloni, lei si dice contro la mafia. Bene, ma bisogna andare contro alla mafia dei colletti bianchi, contro la corruzione. E il suo governo si regge sull’accordo con una forza politica il cui leader ha intrattenuto rapporti pluriennali con la mafia ha avuto collusioni”. I senatori del M5S scattano in piedi per applaudire e trascinano nella foga diversi colleghi seduti sui banchi dem. Gli applausi a scena aperta rivelano per la prima volta, in questa diciannovesima legislatura, quanto deboli siano le resistenze dei riformisti in seno al Pd. Il garantismo di facciata nasconde una tentazione scivolosa: riappropriarsi di quel patto indecente siglato nel 1992 con certa magistratura e tornare a cavalcare la tigre contro gli avversari politici.

La saldatura tra i dem di oggi e quella deriva di allora rivive in aula, sotto gli occhi di chi può ben vedere chi si spella le mani per Scarpinato e chi no. “Io non ho certo applaudito”, rende noto il senatore Andrea Martella, segretario del Pd Veneto. “Non si possono fare le elezioni cavalcando i populismi e poi pensare di affrontare la fase di governo con le stesse idee”, dice Martella al Riformista. Vale per la maggioranza ma anche per il M5S. “Dobbiamo essere coerenti con la prevalenza di posizioni riformiste nel nostro partito”, indica sul piano della giustizia, mettendo in guardia i suoi colleghi di gruppo dalle libere uscite. “Pochi hanno applaudito Scarpinato”, ci dicono dal gruppo Pd. Si riconosce nei filmati Susanna Camusso. E Walter Verini, che però specifica: “Non ho condiviso tutto il suo intervento ma l’esigenza di tenere altissima l’attenzione e la lotta alle mafie l’ho condivisa molto. Per questo alcuni di noi (io tra questi) hanno applaudito”.

Prova a gettare acqua sul fuoco Anna Rossomando, che del Pd è Responsabile giustizia ed è vice presidente del Senato: “Francamente non mi pare rilevante chi ha applaudito o meno l’intervento del senatore Scarpinato. Piuttosto sulla Giustizia credo sia importante dare attuazione alle riforme Cartabia approvate durante la scorsa legislatura, a partire dall’organizzazione degli uffici e dalle risorse, perché il garantismo vive anche nell’attuazione delle norme. E aggiungo che la cultura delle garanzie non prevede che si possa parlare di carcere come se il problema fosse l’edilizia carceraria, come fa la destra. Su questi argomenti misureremo il grado di garantismo di tutti. E una verifica arriverà presto, sull’ergastolo ostativo, già approvato alla Camera pochi mesi fa con un accordo complessivo”. Prende le distanze da Scarpinato anche Andrea Orlando, uno dei nomi che la sinistra interna fa balenare in tema di primarie per il prossimo segretario.

“I magistrati – dice l’ex ministro del lavoro riferendosi a Scarpinato – dovrebbero smettere di fare i magistrati quando entrano in Parlamento e fare i parlamentari. Non c’è nesso tra repubblica presidenziale ed un’impostazione politica di origine neofascista. Esiste il rischio che ci possa essere una curvatura autoritaria, ma il momento di discuterne non è questo”. All’intemerata rivolta dall’ex giudice a Forza Italia risponde dal Salone della Giustizia un senatore azzurro dai toni sempre frizzanti: per Francesco Paolo Sisto, già sottosegretario di Draghi, l’intervento dell’ex magistrato Scarpinato è stato “un po’ vintage, tornare indietro alle conflittualità tra pubblici ministeri arrabbiati e politica e giudici… non c’è più tempo. L’Italia non si può più permettere guerre di religioni, abbiamo bisogno di riappacificare il cittadino con la giustizia”, che “non può di diventare un argomento divisivo”.

Il governo, in tema di Giustizia, accende i motori. Ieri mattina c’è stato il primo colloquio tra il ministro della Giustizia, Carlo Nordio, e il vicepresidente del Csm, David Ermini. All’incontro nella sede del Ministero, in via Arenula, hanno partecipato anche il nuovo capo di gabinetto, Alberto Rizzo, e il segretario generale del Csm, Alfredo Viola. I dossier sono tanti e urgenti.

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Ph.D. in Dottrine politiche, ha iniziato a scrivere per il Riformista nel 2003. Scrive di attualità e politica con interviste e inchieste.