E il secondo giorno, quello della fiducia piena al suo governo, Giorgia Meloni ha messo da parte la “visione politica” seppure identitaria ma anche un po’ equilibrista ed è entrata nel merito. I vaccini “non sono un atto di fede ma devono avere una base scientifica”. Via libera al contante “perché la moneta elettronica penalizza i più poveri”. La polizia ha usato i manganelli sui manifestanti? “È stato necessario se quei manifestanti volevano impedire ad altri di manifestare ed esprimersi”.

Il carcere misura la civiltà di un paese e l’alto numeri dei suicidi ne misura quindi l’inciviltà. “Tutto vero, ma la soluzione non è la depenalizzazione bensì costruire e avere più carcere perché non si può pensare di garantire il bene se chi agisce nel male non paga mai”. E la pace, “non si fa in piazza con le bandiere tricolore, non si ottiene con la resa democratica ma sostenendo la democrazia”. Accusata, il giorno prima, quello dell’esordio alla Camera dei deputati, di non aver pronunciato alcune parole chiave di questo tempo – ad esempio vaccini e pace – di essere stata troppo “generalista” e anche un po’ “ambigua”, di aver certamente fatto un discorso politico, utile ad esaltare la sua leadership (innegabile) nel centrodestra ma di non essere entrata nel merito, ieri la presidente del Consiglio ha risposto nel merito per tre quarti d’ora seguendo decine di fogli di appunti presi in oltre cinque ore di dibattito generale. Risposte chiare, che non volevano piacere a tutti e che volevano essere molto chiare. Forse anche più di quello che poi sarà nei fatti.

La fiducia sarà piena e totale anche nella camera alta del Parlamento italiano. Le tensioni con gli alleati, arrivate a vere e proprie spaccature tematiche sulla politica estera e a rivendicazioni sulla stessa leadership dell’alleanza, sono magicamente scomparse. Tutto svanito. Tutto a posto. “Molte bene” ha detto Meloni dopo l’intervento di Silvio Berlusconi, un discorso intenso, da padre nobile del centrodestra che chiede gli venga riconosciuto che “tutto questo oggi è possibile grazie ad una sua intuizione di quasi trent’anni fa” e che rivendica “l’impronta liberale, europeista ed atlantista della coalizione”. C’era grande attesa e qualche timore che al Cavaliere potesse nuovamente scappare il freno. Che si potesse ripetere la scena thriller del giorno dell’elezione del Presidente del Senato quando Forza Italia decise di non votare la fiducia. Alla fine tutti in piedi e standing ovation.

L’intervento della senatrice Licia Ronzulli, un paio d’ore prima, aveva già allontanato dubbi e timori. La capogruppo è stata al centro di un braccio di ferro infinito nella fase di formazione del governo: Berlusconi la voleva ministro, Meloni no. Ha vinto la premier ma quel no è una ferita difficile da chiudere. “Ci hanno dipinto divise, ma oggi qui, da donne e da mamme possiamo dirlo, non è vero” ha detto Ronzulli. La premier l’ha degnata di una veloce occhiata e poi ho rimesso gli occhi sui fogli che andava scrivendo. Anche Salvini non ha creato ulteriori tensioni. Il vicepremier vuole fare, ha bisogno di risalire nei sondaggi, ha poco tempo. Meloni gli sta dando agio e gioco: il ministro dell’Interno Piantedosi ha già firmato una circolare per non fare entrare nei porti italiani le navi delle Ong; ci sarà una qualche forma di flat tax; si metterà mano “in modo sostenibile” alle pensioni. Ieri anche il via libera al contante su cui giusto in mattinata il vicepremier ha presentato un disegno di legge. Meloni-Salvini: si registra una straordinaria intesa sui temi (per ora). O sono d’accordo, oppure uno dei due insegue l’altro che per non farsi superare. Vedremo. Lo capiremo nelle prossime settimane.

Scoppiata la pace nella maggioranza, ieri si sono fatte vedere un po’ meglio le opposizioni. Simona Malpezzi (Pd) è rimasta sui temi, accusandola di essere stata “vaga e contraddittoria nelle linee programmatiche”. Matteo Renzi ha fatto un intervento politico, uno dei suoi quando in aula non vola una mosca. “Le faremo opposizione, a viso aperto, con la politica, non con il vocabolario. Perché mentre quelli che le siedono accanto (Lega, ndr) facevano Quota 100, noi facevano Industria 4.0, investivamo in cultura con cui è dimostrato che si mangia e firmavano le unioni civili che ancora mi tremano le mani per l’emozione. Quindi noi non vi regaliamo la parola identità. Le auguro – ha aggiunto – di vincere la sfida del governo sapendo che noi saremo da un’altra parte e anche che mai attaccheremo le famiglie degli avversari”. Da Renzi è arrivato un consiglio non richiesto ma sincero: “Si ricordi di essere felice, noi saremo leali cercando di dare una mano alla nostra democrazia, come devono fare le persone che riconoscono quelli che escono vincenti dalle elezioni”.

Durissimo lo scontro della premier Meloni con l’ex pm antimafia Roberto Scarpinato. Il senatore dei 5 Stelle in una sorta di requisitoria in difesa della storia e della memoria, ha incentrato il suo intervento sul “fascismo che è sopravvissuto come ideologia nel neofascismo”. Passando da Ordine nuovo e altre formazioni neofasciste, Scarpinato ha messo in fila, logica e storica, “il neofascismo, lo stragismo della destra per arrivare al presidenzialismo”, cioè al progetto di riforma costituzionale che è uno dei punti chiave del programma Meloni. È stato uno degli interventi seguiti con più attenzione, stupore e stizza dalla premier. Che nella replica ha liquidato così: “Senatore Scarpinato, per il tramite del presidente La Russa, vorrei dire che dovrebbe colpirmi che una persona che ha avuto la responsabilità di giudicare gli imputati nelle aule di tribunale emerga oggi un approccio così smaccatamente ideologico.  Purtroppo, mi stupisce fino a un certo punto, perché l’effetto transfert, che lei ha fatto, tra neofascismo, stragi e sostenitori del presidenzialismo è emblematico dei teoremi con cui parte della magistratura ha costruito processi fallimentari, a cominciare dal depistaggio nel primo giudizio per la strage di via D’Amelio. E questo è tutto quello che ho da dirle”.

Applausi e standing ovation. Non solo dai banchi del centrodestra. Un piccolo cameo che si ripeterà altre volte in questa aula. Subito dopo Scarpinato ha preso la parola la senatrice Giulia Bongiorno (Lega): “Mai avrei immaginato di prendere nuovamente la parola, vent’anni dopo, dal procuratore Scarpinato…”. Che fu la pubblica accusa nei processi a Giulio Andreotti di cui Bongiorno era la giovane e poi vincitrice avvocata. Ma torniamo ai punti del programma che ieri Meloni ha voluto specificare. “Non l’ho fatto ieri perché credo che prima di tutto si debba avere una visione di paese, che è quella che ho cercato di darvi ieri e che manca da anni all’Italia. Una volta capito dove vogliamo andare, poi entriamo nello specifico”.

Ragionamento di per sé impeccabile. Così come sulla visione di paese si può in generale essere d’accordo. Sono i contenuti che ha voluto specificare che invece apriranno il dibattito. Sui vaccini, ad esempio. Meloni ha voluto rispondere all’ex ministro della Salute Beatrice Lorenzin che le ha chiesto una parola di chiarezza sulla “fiducia nella scienza”. La risposta è stata secca: “Non c’era evidenza scientifica nel somministrare i vaccini ai bambini sotto i 12 anni. Mentre c’era assoluta evidenza scientifica del danno che gli abbiamo fatto chiudendoli in casa invece che portarli a fare sport. Altra cosa che la scienza ci dice che avremmo dovuto fare”. Lorenzin poi ha giudicato “gravissime” le parole di Meloni. “La comunità scientifica riteneva indispensabile vaccinare i bambini per non farli ammalare e per proteggere gli adulti fragili. Portarli a fare sport, poi, avrebbe significato creare ulteriori focolai”.

Tranchant su manganelli, carceri e pace, Meloni ha voluto precisare anche cosa intende quando dice di voler procedere con gli aggiustamenti al Pnrr. “Dobbiamo attivare l’articolo 21 del Next Generation Eu come previsto quando ci sono modifiche di contesto. Come vogliamo chiamare il fatto che i materiali, causa inflazione, sono aumentati del 35%?. E che dire del fatto che nel 2022 dovevano spendere 42 miliardi e invece ne abbiamo spesi 31? E’ chiaro che dobbiamo apportare delle modifiche”. Peccato che attivare l’articolo 21 voglia dire ammettere di non rispettare il cronoprogramma, bloccare tutto e ottenere nuovamente il via libera di 26 paesi. Sarebbe un pessimo incipit per il governo Meloni.

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Giornalista originaria di Firenze laureata in letteratura italiana con 110 e lode. Vent'anni a Repubblica, nove a L'Unità.