Martedì a Napoli si svolgerà l’ennesima udienza del processo più pazzo del mondo. Di questo processo so quasi tutto perché riguarda il mio editore. Però mi chiedo: quanti altri processi, dei quali non so niente, si stanno svolgendo in modo simile a questo, cioè in modo folle? Seguitemi per qualche riga. Questo è un processo con rito immediato. Non so quanto tempo ci vorrà ancora perché si concluda, so che, da quando è iniziato, sono passati cinque anni. Immediato? Probabilmente le Procure e i tribunali italiani hanno una idea un po’ vaga del significato della parola immediato. Il processo si svolge con rito immediato per una ragione semplice. Perché l’imputato, e cioè Alfredo Romeo, era stato arrestato. Dunque aveva diritto a un processo in tempi brevi. Tanto che il processo fu diviso in due tronconi: uno – immediato, appunto – contro Romeo; l’altro con rito ordinario contro i suoi 52 presunti complici. Tra pochissimo vi dirò complici in cosa.

Intanto vi faccio notare che una delle ragioni fondamentali per le quali si ricorse all’arresto di Romeo fu una intercettazione nella quale un dipendente di Romeo diceva a un altro dipendente: “tu che sei l’esperto-crimine dell’azienda…”. Crimine? Gridò il Pm. Qui c’è la camorra: arrestatelo. E arrestarono Romeo. Poi si scoprì che in effetti non aveva detto crimine ma cleaning. Che in inglese vuol dire pulizia. Ed effettivamente l’azienda di Romeo si occupava di pulizie. E dunque, probabilmente, non si trattava di una associazione a delinquere ma di un’associazione a pulire. Che però è un tipo di associazione che non si trova in nessuna forma nel codice penale. neanche come concorso esterno… Poi intervenne la Cassazione, stupefatta per i casini combinati, e fece scarcerare Romeo. Però restò il rito immediato. Ormai… dissero. E così oggi si svolgono due processi, molto costosi, per gli stessi ipotetici reati. Di qui solo Romeo e l’architetto Russo (che anche lui fu arrestato perché partecipe di questa associazione a pulire), di là altre 53 persone. Tutte complici, secondo l’accusa, di una serie di atti corruttivi che fruttarono circa 800 euro (sempre secondo l’accusa) ai corrotti. Un po’ meno di 20 euro a corruttore. E ovviamente è meglio non fare un paragone tra questi 800 euro e il costo mastodontico dei due processi.

La difesa aveva chiesto, almeno, di unificarli, in modo da abbattere i costi e magari rendere anche più semplice il dibattimento. Che ora è schizofrenico: di qui il presunto corruttore di là il presunto corrotto. Con la possibilità che uno sia assolto e uno condannato. E quindi che sia affermato il principio giuridico che si può corrompere anche se non si corrompe nessuno. O che si può essere corrotti senza però che nessuno ti abbia corrotto. L’accusa però si è opposta all’unificazione, perché le è sembrata una proposta esageratamente razionale. e i processi non sono mai stati unificati. Se ne fanno due. Però… Però siccome il processo immediato era un processo molto complicato, forse per via della maledettissima assenza di prove e indizi, e che quindi andava per le lunghe, è cambiata per otto volte la Corte. Otto volte? Voi dite che io sto scherzando? No, non sto scherzando: otto volte. Voi conoscete un altro paese al mondo dove possa succedere qualcosa del genere? No, ma che c’entra: vogliamo impedire all’Italia di essere un paese molto speciale?

Martedì comunque prenderà servizio l’ottavo collegio giudicante. Che, ovviamente, dovrà faticosamente informarsi di tutto quello che è successo prima, compresi gli errori di traduzione nelle intercettazioni e gli arresti eseguiti per errore. Ma c’è di più. È successo un grosso guaio. Mentre era ancora il carica il settimo collegio giudicante, e poco prima che fosse nominato l’ottavo, una sentenza emessa a Perugia al processo Palamara ha respinto la richiesta di Palamara di cancellare tutte le sue intercettazioni perché illegali (dal momento che la sede delle intercettazioni non era la procura ma un appartamento in mano ai privati). Perugia ha dato torto a Palamara perché ha dimostrato che le intercettazioni in questione erano tutte state realizzate dopo l’aprile del 2019, e che nell’aprile 2019 la sede degli intercettatori era tornata ad essere la Procura. Ma ha confermato che se invece fossero state realizzate prima dell’aprile del 2019, le intercettazioni sarebbero state tutte da cancellare perché la legge su questo punto è molto chiara.

Già, però le intercettazioni al processo di Napoli del quale stiamo parlando sono tutte precedenti all’aprile 2019. Dunque ora il nuovo collegio giudicante dovrà necessariamente dichiararle inammissibili. E il povero Pm (che è Woodcock e che, per una volta, non ha nessuna colpa in questo pasticcio) dovrà cavarsela cercando indizi e prove senza il supporto delle intercettazioni. Ma la cosa più clamorosa è che, evidentemente, questo problema riguarda centinaia di processi. Non solo a Napoli. Compreso il processo Consip a Roma, nel quale risulta che i Pm hanno formalmente chiesto le intercettazioni alle aziende private. Ci sono le lettere ufficiali. Dio mio che pasticcio. Vi rendete conto di che inguacchio è la Giustizia italiana?

Giornalista professionista dal 1979, ha lavorato per quasi 30 anni all'Unità di cui è stato vicedirettore e poi condirettore. Direttore di Liberazione dal 2004 al 2009, poi di Calabria Ora dal 2010 al 2013, nel 2016 passa a Il Dubbio per poi approdare alla direzione de Il Riformista tornato in edicola il 29 ottobre 2019.