L’imperativo è uno: garantire la qualità delle decisioni rese dalla magistratura, in modo tale che a essere tutelati siano innanzitutto i più deboli. Ma per far sì che ciò avvenga servono risorse economiche e personale negli uffici giudiziari. Ecco l’sos lanciato dalle toghe che ieri hanno preso parte al dibattito inaugurale della tre giorni di confronto organizzata da Magistratura Indipendente, guidata da Luisa Napolitano, nelle sale della Fondazione Premio Napoli, presieduta dal penalista Domenico Ciruzzi.

«Si tratta di un programma molto denso e ambizioso per tentare di riflettere insieme sulle riforme – ha spiegato Napolitano – e per vedere se queste hanno rispettato la cultura della giurisdizione che è un valore importante per la magistratura». A proposito, nella cultura della giurisdizione il fine giustifica i mezzi? A rispondere è stato Giuseppe De Carolis di Prossedi, presidente della Corte d’appello di Napoli. «Bisogna chiarire preliminarmente quale sia il fine. Perché se il fine è nobile, cioè il miglioramento della qualità della giurisdizione o la tutela dei diritti dei più deboli, può anche andare – ha spiegato De Carolis – Se il fine, invece, è solo quello di eliminare le carte, è un obiettivo che niente e nessuno può giustificare».

E quindi qual è lo scopo della giustizia? «Magistrati e avvocati esistono esclusivamente per consentire anche ai più deboli di trovare un giudice che renda loro giustizia. Bisogna intervenire quindi perché la giustizia non sia solo numeri, ma garantisca una qualità delle decisioni», ha affermato De Carolis prima di fare il punto sulle criticità che affliggono gli uffici napoletani. «C’è una distribuzione irrazionale delle risorse umane – ha sottolineato il presidente della Corte d’appello – Le risorse umane che vengono allocate in primo grado sono cinque volte superiori a quelle presenti nel secondo grado. Avevamo chiesto più personale, ma ciò non è avvenuto. Anzi, 750 addetti sono stati destinati al processo di primo grado e 168 a quello di secondo grado».

Cita la livella di Totò, Luigi Riello, il procuratore generale della Repubblica, per sottolineare la necessità di restituire credibilità alla magistratura: «Totò, nella sua poesia ‘A livella, parlò di un magistrato, un re e un grande uomo per indicare le categorie più rispettabili. Oggi Totò scriverebbe lo stesso? Ho i miei dubbi». Poi la riflessione sugli scandali che hanno travolto la magistratura: «Siamo in questo stato per la colpa di pochi ma non di pochissimi, con il concorso di molti che hanno contribuito anche con il loro silenzio. Dobbiamo fare un esame di coscienza». Al tavolo anche Giovanni Melillo, procuratore della Repubblica di Napoli.

«Bisogna procurarsi la fiducia della collettività, perfino dell’imputato – ha detto Melillo – Bisogna abbandonare gli atteggiamenti incompatibili con questa professione e prendere atto che la magistratura è chiamata a svolgere un ruolo di responsabilità rispetto al funzionamento complessivo del sistema». Sulla stesa lunghezza d’onda anche Antonio Tafuri, presidente del Consiglio dell’Ordine degli avvocati di Napoli: «La giustizia serve ai più deboli e dobbiamo essere in due a tutelarli, cioè avvocati e giudici. Altrimenti la giustizia, a Napoli e altrove, non ha più alcun significato».

Nata a Napoli il 28 settembre 1992, affascinata dal potere delle parole ha deciso, non senza incidenti di percorso, che sarebbero diventate il suo lavoro. Giornalista pubblicista segue con interesse i cambiamenti della città e i suoi protagonisti.