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Il Quirinale e il metodo Ciampi: l’uomo di sinistra che seppe attrarre consenso anche dalla destra
Uomo di sinistra, non comunista, di cultura azionista, prima combattente e poi partigiano
Carlo Azeglio Ciampi è stato un grande Capo dello Stato, per molti il migliore della Seconda Repubblica. Non c’è dubbio che l’alto profilo di Ciampi, formatosi in Banca d’Italia – la nostra unica Ecole Nationale – sia decisivo nel giudizio su quello che è stato uno statista riconosciuto. Ma altrettanto peso nella valutazione della sua presidenza lo ha avuto il metodo della sua elezione al Quirinale.
Presidente del Consiglio del primo governo che vide la partecipazione dei post-comunisti (anche se per pochi giorni) e ministro del Tesoro negli esecutivi di centrosinistra guidati da Romano Prodi, fu individuato per il Colle da Walter Veltroni allora segretario dei Ds, che però ebbe l’intelligenza politica di concertarne la designazione con due leader del centrodestra allora all’opposizione, Gianfranco Fini, capo di Alleanza nazionale e Pierferdinando Casini, segretario dei centristi. Un’ operazione bipartisan, condotta alla luce del sole, che costrinse poi a convergere sulla candidatura anche Silvio Berlusconi.
Uomo di sinistra, non comunista, di cultura azionista, prima combattente e poi partigiano, Ciampi seppe attrarre il consenso ufficiale della destra parlamentare che con quel voto – oggi dimenticato a sinistra, ma sorprendentemente anche nel partito della Meloni – legittimò se stessa: Ciampi, salito al Colle il 13 maggio 1999, è stato il primo Presidente della Repubblica, eletto col voto concordato e ufficiale della destra post-missina. Tanto che il decimo Presidente, ex resistente, ma pure ex ufficiale nella Seconda guerra mondiale in Albania, compì il gesto più significativo del dopoguerra in direzione di una storia condivisa e di una ricercata riconciliazione nazionale, con una inaspettata celebrazione a El Alamein (20 ottobre 2002) nel 60º anniversario della battaglia, dinanzi ai “reduci di ogni Nazione” e “a rendere onore a tutti i caduti”; il suo fu un discorso tanto elevato, quanto criticato dalla sinistra radicale e “antifa”: il Presidente disse: “una lapide italiana ricorda ‘mancò la fortuna, non il valore’. A nessuno mancò il valore”.
Lo storico Gabriele De Rosa, incoraggiato da quella celebrazione, “svelò” dopo tanti anni la sua partecipazione come giovane ufficiale a quella battaglia con un piccolo ma interessante taccuino di guerra (“La passione di El Alamein”, Donzelli, 2002). Merito del polo progressista fu quello di proporre e fare votare alla destra una propria personalità, ma di prestigio indiscusso, aliena da volontà di contrapposizione e visioni di parte, adottando il metodo di una condivisione preventiva; merito della destra fu quello di sapere cogliere, insieme alla qualità dell’uomo, il significato politico e lo spirito repubblicano di quella partecipazione che le veniva richiesta.
Gli italiani ci guadagnarono un inquilino del Quirinale, rispettato sul piano interno e internazionale, arbitro imparziale nelle dinamiche politiche e istituzionali: un vero rappresentante dell’unità nazionale che si disse contrario all’ipotesi della rielezione che gli era stata prospettata, perché la riteneva contraria ai principi della Costituzione. Il modo nella vita delle istituzioni è essenza non forma: il metodo Ciampi è una lezione attualissima. Pleonastica sarebbe ogni spiegazione, inelegante qualunque paragone.
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