Una volta Mario Tronti ha scritto che, più ancora che uno studioso marxista, egli si sentiva un filosofo comunista. E, in effetti, questa sua autocollocazione è, al compimento dei 90 anni, la più pertinente per coglierne il tratto biografico caratteristico. Non che non vanti frequentazioni dei classici, al contrario. Ha peraltro curato, appena trentenne, la pregevole raccolta degli Scritti inediti di economia politica di Marx. E da terribile ragazzo timido, allievo di (un molto giovane anche lui) Lucio Colletti, egli si è formato sulla base del paradigma scientifico di Marx che negli anni ’50 veniva contrapposto allo storicismo che imperversava (non senza una certa abilità nell’investimento egemonico togliattiano) quale volto canonico della cultura del Pci.

Al contributo eterodosso di Della Volpe riconducono i suoi primi lavori. Nella calibratura della “logica specifica dell’oggetto specifico” Tronti però aggiunge subito una sua cifra molto personale. E la astrazione determinata dellavolpiana diventa in lui l’astrazione reale, l’ipostasi che si concretizza in dominio dispotico del capitale suscettibile di una indagine empirica dentro la nuova fabbrica altamente tecnologizzata nella quale si assiste al diventare soggetto della forza lavoro. Su questo farsi cosa-potere delle idee egli esercita una certa influenza anche su alcune pagine di Colletti. Il quale, negli anni successivi, percependo, sulla scia di Kelsen e Popper, che assumere una contraddizione reale come qualcosa di esistente (ipostatizzazione) è incompatibile con la logica aristotelica del sostrato adialettico dirà addio al marxismo.

Per Tronti invece quegli elementi mistico-teologici, che della Volpe aveva scovato in radice come fondamento nascosto della dialettica hegeliana denunciata per questo come costruzione irrazionale e romantica, saranno pur distanti dal nucleo empirista di un “galileismo morale” ma sono componenti reali dell’agire collettivo, miscele che operano sul piano delle credenze, sedimentazioni delle fedi. Anche per questo innesto nel suo lavoro teorico di componenti ricavate dal grande pensiero conservatore, negli anni settanta Tronti va oltre la celebrazione della “rude razza pagana” che senza dio e senza l’oppressione della tirannia dei valori prepara un solitario assalto al cielo in nome di un immanentismo radicale. L’incontro con Schmitt e la teologia politica si colloca in questo clima di esplorazione dei fondamenti aurorali del politico moderno in occidentale inteso come il sovrano che costruisce con il volere intransigente un nuovo ordine. E’ lo stimolo di Machiavelli o del Seicento inglese che lo proietta oltre lo schema diadico Operai-Capitale per accarezzare i fondamenti dell’autonomia del politico e con essa il gusto per la sapiente tattica e il senso della manovra che con l’affondo risolutivo rovescia la scacchiera.

Se le categorie del politico introducono alle suggestioni della grande decisione, all’accarezzamento della produttività della situazione di eccezione, per Tronti accompagnare Lenin in Inghilterra rimane pur sempre il vero obiettivo. Proprio “Massimiliano Lenin” si conferma in lui come il modello esemplare di un disincantato realismo politico. Con l’organizzazione e la strategia, una minoranza coesa spezza la catena di cartone del capitale nella sua posizione periferica di estrema debolezza e, trionfando in una perfetta condizione di eccezione, inaugura un tempo radicalmente discontinuo. La passione trontiana per la grande politica, per il Novecento come tempo della politica, è in fondo anche nostalgia di Lenin, di un pensiero estremo che con il successo pragmatico ha scandito le tappe costruttive della politica di massa in occidente.

Con la lettura di Hobbes si affianca, al potere costituente che occupa il palazzo d’Inverno con una mossa di eccezionale virtù del Soggetto, la nozione di un potere complesso, cioè di una macchina impersonale di procedure e comandi. “Laboratorio politico” è in fondo il tentativo di scomporre gli ingranaggi del grande Leviatano, di descrivere gli specifici dispositivi funzionali del sistema astratto comprendendolo nei suoi ritmi temporali con uno sguardo che si colloca oltre ogni rassicurazione affidata a una qualche grande sintesi comunque a disposizione. L’agire accorto, lo chiama Tronti, lo avvicina con sempre maggiore forza al culto del gioco politico non subalterno di chi decifra le alchimie delle istituzioni e quindi anche al metodo di Togliatti che nel tempo egli celebra come figura esemplare della politica che si organizza muovendosi con destrezza tra mediazione e conflitto.

Il passaggio dal totus politicus al trionfo del totus antipoliticus tormenta molto l’ultimo Tronti che detesta il politico dilettante alla ricerca del selfie perché del tutto noncurante di quel serissimo fondo tragico che, sulla scia di Weber, egli ritiene connaturato organicamente all’agire politico. All’avvocato del popolo preferisce ancora l’avvocato Lenin. Nel suo assoluto odio per l’antipolitica che estirpa progetto, complessità, radicamento sociale, immagine di un nemico Tronti vede il compimento di una profonda catastrofe culturale. In fondo, nel dualismo che oggi gli appare incomponibile tra pensare estremo ed agire accorto, egli percepisce di vivere nel tragico e per questo il sentimento della scissione lo apre a curiosità mistiche o al tragitto molto soggettivo di uno spirito libero rispetto alla chiacchiera postmoderna.

La sconfitta del movimento reale non va per lui esorcizzata e però, per non renderla insuperabile e definitiva, occorre sempre guardare le cose alla radice per modulare organizzazione e ipotesi di nuovi conflitti di classe. Forse Mario per i suoi Novant’anni gradirebbe un saluto che egli stesso proponeva ai tempi del Centro Riforma dello Stato. Alla vigilia di Natale, con i compagni che lavoravano con lui, brindava, anche con la giusta dose di ironia naturalmente, alla rivoluzione. Che per lui, consapevole del disastro degli esperimenti del Novecento ma non per questo vinto, continua ad essere il destino.