Giustizia, giustizialismo, politica: Gianni Cuperlo, affronta con Il Riformista un tema su cui tanti altri dirigenti dem si sarebbero, anzi si sono finora, sottratti. E lo fa con il suo solito coraggio e finezza intellettuale.

Partiamo subito dal cuore della questione: sinistra e il garantismo. Un rapporto complicato, difficile, prima, durante e dopo Tangentopoli. La metto giù brutalmente: non credi che da parte della sinistra, e di quella che ne è sempre stata la forza maggioritaria – il Pci, poi il Pds, i Ds e infine il Pd – ci sia stato un eccesso di subalternità al “partito dei giudici”?
Prima sarebbe giusto chiedersi se la formula che usi anche tu, il “partito dei giudici”, corrisponde alla realtà. “Partito” significa una organizzazione strutturata, tenuta assieme da un collante ideologico o programmatico, nell’accezione frequente quel collante sarebbe stata la distruzione della classe politica, per altro selezionando al suo interno gli obiettivi di volta in volta da colpire sino ad annullare. A questa tesi personalmente non ho mai creduto e non intendo credere e non solo perché nella magistratura italiana ci sono pagine e biografie che testimoniano una assoluta lealtà democratica, ma per la funzione che in tempi e ambiti diversi quella magistratura ha svolto. Penso al costo, anche in termini di vite, tributato alla lotta alle mafie, al ruolo esercitato dai magistrati del lavoro con una lettura estensiva di norme destinate a garantire diritti prima negati, o al lavoro di giudici impegnati in anni recenti sulla frontiera della tutela dei cittadini stranieri, compresi i minori non accompagnati, con sentenze che spesso hanno anticipato le scelte della politica. Rimuovere tutto questo è già una premessa che finisce col distorcere una lettura complessa. Poi altra cosa, non meno seria, è capire se e quando singoli magistrati o filoni d’inchiesta si sono mossi in una logica estranea a un codice di regole tali da preservare allo stesso tempo autonomia e indipendenza dell’azione penale e il rispetto dei diritti della persona sulla quale si è chiamati ad indagare e che non è un colpevole che cerca di farla franca, ma un cittadino innocente sino al grado finale di giudizio. Letto così il termine garantismo altro non indica che la giusta difesa delle garanzie per ogni individuo che, quando accusato, vive la sproporzione di forza tra un giudice che ha dietro a sé la potenza dello Stato e un imputato che, per quanto potente sia stato, dinanzi a quel giudizio è solo, a meno di non poggiarsi sul contrappeso di un’organizzazione criminale. Del resto sono i magistrati più illuminati a rammentare la formula di Montesquieu sulla consapevolezza del potere giudiziario come un “potere terribile”, Condorcet avrebbe chiosato “odioso”, perché a differenza di ogni altro potere pubblico, legislativo politico amministrativo, decide della libertà, e dunque della vita, delle persone. Ecco il motivo per cui quello che chiamiamo garantismo non può ridursi a ragione di scontro politico, perché è molto di più che una bega tra parti o fazioni, è l’essenza del diritto. Senza le giuste garanzie semplicemente viene meno la natura della giurisdizione e si aprono le porte a derive pericolose.

Non mi hai risposto però sulla cultura giuridica dei partiti in cui hai militato.
Le forze a cui ti riferisci – la sequenza Pci, Pds, Ds, Pd – non hanno mai sposato la teoria più estrema sul “partito dei giudici” e questo a me pare un fatto positivo, invece è accaduto che per timore della impopolarità o convenienze di corto respiro abbiano sottovalutato o taciuto episodi di cattiva condotta di singole procure e singoli magistrati. Non lo considero un peccato veniale, tutt’altro, fosse solo perché ha alterato un corretto rapporto tra organi e poteri distinti del nostro ordinamento con la politica troppe volte collocata, anche per sua responsabilità, in una posizione subalterna non al primato della legge, cosa di per sé ovvia, ma a logiche e procedure antitetiche a ogni forma di garantismo.

Uno Stato di diritto si fonda sull’equilibrio tra i poteri costituzionali. Questo sulla carta, anche se fondamentale per l’Italia repubblicana, qual è, o dovrebbe essere, la Carta costituzionale. In realtà, e la storia anche più recente è piena di casi del genere, continuiamo ad assistere a una reciproca “invasione di campo”.
Anche in questo caso la metafora funziona a metà. Di solito l’invasione di campo viene sanzionata pesantemente, se stiamo allo sport con la squalifica del terreno o pene più severe. Qui parliamo dei poteri dello Stato, ciascuno in teoria indipendente e sovrano rispetto agli altri. Lo ricordo per dire che in quella nostra Carta sono scolpiti principi che valgono finché una maggioranza adeguata non abbia volontà e forza per modificarli, dall’obbligatorietà dell’azione penale a carriere uniche per giudici e pubblici ministeri, il tutto nella cornice dettata all’articolo 27 “Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”, che essendo noi la patria di Beccaria pare una formulazione coerente coi trascorsi più elevati della nostra cultura giuridica. Ora, quella che tu chiami “invasione di campo” si determina quando uno dei poteri in questione si sottrae all’esercizio della propria funzione evadendo dal perimetro delle regole prescritte. Poi, può trattarsi di una violazione della norma o della propria responsabilità, ma in entrambi i casi – il magistrato che usi la carcerazione preventiva come arma di pressione psicologica verso l’indagato oppure, su un piano diverso, la politica che abdichi alla sua funzione di vigilanza e sanzione di comportamenti illegittimi trincerandosi dietro lo scudo della mancata rilevanza penale degli stessi – ecco, in entrambi i casi dovrebbe essere compito e interesse delle istituzioni e organi coinvolti ripristinare una condizione di normalità. La magistratura attraverso il proprio organo di autogoverno, la politica con un’opera assente da troppi anni di selezione rigorosa delle sue élite.

Il giustizialismo. È un “virus” che ha attecchito anche a sinistra, o è un elemento costitutivo, quasi identitario, di una sinistra convinta che esista, e vada praticata, una “via giudiziaria al socialismo”?
Non so chi teorizzi la “via giudiziaria al socialismo”, esistesse davvero lo gemellerei con la “democrazia illiberale” di Orban, due ossimori senza morale né costrutto. Quanto al giustizialismo la riflessione dovrebbe scavare a fondo iniziando col dire che è esistito e tuttora temo esista una forma di giustizialismo incistato dentro gli apparati dello Stato. Cosa sono le morti di Federico Aldrovandi, Stefano Cucchi, Giuseppe Uva? Dei tragici incidenti in alcuni casi sanzionati ex post? O piuttosto riflettono una logica che il contenzioso accusatorio lo risolve per vie brevi anche a costo di condannare a morte l’indagato sino a sentenza eseguita da chi quel cittadino avrebbe avuto il dovere di garantire nei suoi diritti?

Immagino che per te siano la seconda cosa.
Sì, ma vedi è relativamente semplice considerare quegli episodi come a sé stanti, intrusioni anomale dentro un ordinamento sano e che si dimostra tale perseguendo, laddove può, le mele avvelenate finite nel gran cesto dello Stato di diritto, eppure anche questo rischia di essere un alibi nel senso che è vero, se guardiamo all’omicidio di Stefano Cucchi, lo Stato ha palesato il suo lato oscuro e la sua capacità di illuminarlo perseguendo i colpevoli, ma la realtà è che una concezione autoritaria dello Stato e del suo rapporto col cittadino ha radici profonde nella storia e le ha su entrambi i versanti, quello del potere esercitato e del potere subito. Luigi Manconi in coda al bellissimo saggio scritto a quattro mani con Federica Graziani (Per il tuo bene ti mozzerò la testa. Contro il giustizialismo morale. Einaudi 2020) cita un antico detto sardo, in una delle sue versioni recita “Anc’u tengasa arrori de sa giustizia”, la si può considerare una maledizione sulla testa di qualcuno e la traduzione non lascia dubbi, dice più o meno “che tu possa finire inseguito dalla giustizia” nel senso esteso dello Stato. Ma tornando in continente vai a rileggere il capitolo dove Pinocchio derubato delle monete denuncia il furto e mosso a commozione il giudice per lui si aprono le porte del carcere, passa qualche mese e un’amnistia libera i furfanti col burattino che per ottenere via libera dalla guardia si autodenuncia “malandrino” anch’egli. Pensaci, generazioni di italiani hanno incrociato per la prima volta il tema della giustizia nel più celebre romanzo per l’infanzia, e l’hanno fatto scoprendo in età precocissima che in galera ci vanno gli onesti e i manigoldi finiscono riveriti!

Vuoi dirmi che le nostre patologie o l’assenza di una vera cultura garantista affondano in un passato remoto?
Voglio dire che il discorso non lo risolvi in due battute, ma detto ciò il giustizialismo dell’ultima stagione ha conosciuto un balzo brusco di qualità e su quello il peso del Movimento 5 Stelle è stato rilevante. Se vuoi per la stessa premessa di quella forza che come tutte le pulsioni rivoluzionarie tese a sovvertire un ordine pre esistente non limitandosi a correggerne vizi o storture contrappone il principio di legittimità a quello di legalità scegliendo di anteporre il primo all’altro. La radice del Movimento, l’epica della piazza del Vaffa, i suoi campioni civili, si muovevano lungo questa linea. Non contava che una cosa fosse legale, se la si giudicava illegittima andava colpita, perseguita. Ancora Manconi e Graziani lo indicano con precisione nell’analizzarne la lingua, il lessico adottato e costellato di sinonimi propri dell’abbattimento, un rovesciamento completo e radicale dell’ordine ereditato.

Tutto chiaro, ma adesso al Governo coi 5 Stelle ci siete voi.
Lo so bene e anche per questo dico che se una discussione seria sul giustizialismo dobbiamo farla cerchiamo di non ridurla a una polemica sterile. Ma proprio in questo senso lasciami dire che l’ultimo anno di governo non è passato invano nel senso che la cultura gialloverde era altra cosa dall’impronta data dall’ingresso nell’esecutivo del Pd. Si sono fatti investimenti sul trattamento puntando a una esecuzione della pena più efficacemente rieducativa, si è reclutato del nuovo personale. Per contrastare il rischio di diffusione dei contagi nelle carceri si sono introdotte norme innovative che hanno esteso misure alternative. Fammi citare un bando della Cassa delle Ammende e del Ministero per quasi 6 milioni di euro che penso debbano essere ulteriormente finanziati e che è destinato a reperire domicili idonei così da consentire anche ai poveri di accedere a misure alternative. Per ridurre il sovraffollamento e affrontare l’emergenza sanitaria già ora infatti si prevede che in prossimità della fine pena, gli ultimi diciotto mesi di detenzione o parte di essi si possano trascorrere ai domiciliari, il punto è che spesso i giudici di sorveglianza non li concedono per mancanza di una abitazione idonea o perché si tratta di detenuti senza fissa dimora. Potrà apparire un dettaglio, personalmente la considero una norma di civiltà.

Non credi che sia venuto il tempo per una riforma del Consiglio superiore della magistratura, e che per una forza progressista come è il Pd, la questione della separazione delle carriere tra la magistratura inquirente e quella giudicante, non debba più essere un tabù inviolabile?
Sì, penso che quella posizione non debba essere un tabù e credo che per molti versi non lo sia già da tempo, ma tanto più andrebbe affrontata senza scorciatoie o manicheismi. A non convincere è l’idea che una soluzione sia di per sé il bene e l’altra la sua negazione per cui conviene sempre ragionare. Separando le carriere i Pm vedrebbero indebolirsi quella cultura della giurisdizione che li obbliga a ricercare anche le prove a discolpa dell’indagato, in tal senso mantenere i pubblici ministeri nel perimetro della giurisdizione può esser letta anche come una maggiore garanzia per la difesa. D’altra parte dopo la riforma dell’ordinamento giudiziario del 2006 già ora una separazione delle carriere passa nei fatti dalla separazione delle funzioni, spesso i magistrati della procura svolgono quella funzione a vita. Come vedi, e parlo da non tecnico, la materia poco si presta a semplificazioni il che spiega perché sul ruolo della magistratura si è ragionato e si continua a riflettere. Anche per questo però, per la complessità della materia, guai se trascuriamo l’impegno della magistratura contro il potere sempre più invasivo delle mafie, capaci di penetrare i gangli della società con fenomeni di mimetismo inquietanti. Discorso analogo per il contrasto alla corruzione, parlo di quella diffusa in ambito economico e amministrativo che somma per decine di miliardi il danno allo Stato e alla comunità.

E quanto al Csm?
Quanto al Csm considero quella del governo, nel complesso, una buona riforma. Introduce regole stringenti per evitare il riprodursi delle cosiddette nomine a pacchetto col Consiglio che evita di procedere a singoli incarichi negli uffici scoperti, ma attende di sommarne un certo numero così da soddisfare gli equilibri delle varie correnti, ecco a questo metodo si pone fine. Ancora, per la prima volta si prevede che l’ufficio studi come i magistrati segretari possano venire reclutati tramite concorsi a cui potranno accedere anche avvocati e docenti universitari esterni alla magistratura stessa. Intendiamoci, il pluralismo ideale anche nella magistratura è un valore da non liquidare sotto l’ombrello della lottizzazione, ricordiamoci che fu il fascismo, e non a caso, a sciogliere l’Anm, come merita rammentare che sono state le correnti progressiste della magistratura a rendere più concreta in alcuni passaggi della nostra storia, non solo recente, l’inveramento di specifici principi sanciti in Costituzione e rimasti a lungo inapplicati.

Converrai però che tutto questo non ha impedito una invasione crescente della magistratura più politicizzata dentro ambiti che non erano i suoi.
Ma vedi anche su questo bisogna entrare nel merito. Penso che in anni recenti abbiamo assistito a episodi che se lasciati senza risposta possono divenire patologie gravi. Anni fa Luigi Ferrajoli con un intervento altissimo tenuto al congresso di Magistratura Democratica indicò quelle che giudicava essere le massime della deontologia giudiziaria muovendo precisamente da quel carattere “terribile” e “odioso” che citavo all’inizio. Perché da lì faceva derivare aspetti decisivi di quella deontologia: la consapevolezza del carattere relativo e incerto della verità processuale; il valore del dubbio e la permanente possibilità dell’errore in fatto e in diritto; la disponibilità delle opposte ragioni e l’indifferente ricerca del vero; il rispetto di tutte le parti in causa; la capacità di suscitare la fiducia delle parti, anche degli imputati; il valore della riservatezza del magistrato riguardo ai processi di cui è titolare, e ultimo ma non ultimo, il rifiuto anche solo del sospetto di una strumentalizzazione politica della giurisdizione.

Potremmo dire “vasto programma” ma per buona parte confinato nell’universo delle pie intenzioni.
Le violazioni e alcuni abusi rispetto a quella sorta di decalogo sono stati molti, troppi, e talvolta clamorosi. Citavo l’uso inaccettabile della carcerazione preventiva, ma potremmo aggiungere una prescrizione potenzialmente infinita, la lunghezza della fase di indagine e la brevità del dibattimento, e naturalmente quel protagonismo mediatico di singoli magistrati che ha portato a forme parossistiche con degli pseudo processi consumati dentro talk televisivi dove magistrati incaricati di un’inchiesta ne esponevano le ragioni in favore di pubblico e notorietà. Ancora Ferrajoli in quel suo intervento giudicava “inammissibile” per la deontologia professionale che un magistrato del Pubblico Ministero desse alle stampe un libro titolato Io so e che aveva come oggetto un processo avviato e da lui stesso istruito. Ecco, riuscire a scorgere queste anomalie sine ira et studio è la premessa per porvi un argine, ma insisto non nel segno di una revanche della politica sulla magistratura, perché quello sì sarebbe un errore drammatico. Va fatto nel segno del diritto e del rispetto sacro della divisione dei poteri in uno Stato democratico. Penso sia una vera prova di responsabilità che deve accomunare le diverse istituzioni, governo, parlamento, magistratura. Dentro questa riflessione si colloca ovviamente anche la cultura della sinistra e non serve nascondersi la realtà, c’è bisogno di una chiara ricollocazione al centro di quei principi che fissano nelle garanzie la condizione irrinunciabile per una giustizia giusta. Potrei dirti che serve uno scatto delle coscienze con l’abbandono di ogni cedimento a quel populismo penale che ci farebbe compiere una tripla capriola nel passato peggiore.

Scrive Luigi Bobbio su questo giornale: “Certo è che le vicende giudiziarie che hanno riguardato l’ex sindaco di Napoli ed ex governatore della Campania, con i loro clamorosi e tombali esiti assolutori, schiaffano per l’ennesima volta il “mostro” in prima pagina. E il mostro non è certamente Bassolino, bensì l’attività delle procure, assumendo, senza inutili e controproducenti generalizzazioni, le indagini contro l’ex sindaco e governatore quali fatti paradigmatici di una concezione e di una declinazione concreta perversa e anticostituzionale dei poteri indagatori dei pubblici ministeri in Italia”. Non credi che il silenzio del Pd sulla vicenda che ha riguardato Antonio Bassolino, sia un silenzio assordante?
Credo che da queste vicende Bassolino esca con la dignità e la forza di un uomo che consapevole della sua innocenza ha affrontato ogni passaggio del suo calvario giudiziario con coerenza e rispetto dello Stato, ha rifiutato la prescrizione e ottenuto un riconoscimento pieno della sua correttezza e onestà. Lo giudico un comportamento esemplare in ogni senso, tanto più se comparato a quello di molti esponenti, in prevalenza della destra, che negli ultimi vent’anni hanno cercato in ogni modo di sfuggire non all’accertamento della verità processuale, ma al processo in quanto tale. Vedi, per decenni in parlamento si erano seduti – di qua e di là dell’emiciclo – giuristi di fama, persone di legge e di dottrina che la lotta politica contrapponeva in modo anche aspro, ma che mai avrebbero stravolto l’ordinamento costituzionale per sfuggire a una sentenza. In questo senso davvero un pezzo della destra ha favorito una metamorfosi del luogo. Se posso utilizzare una figura che ha radici antiche, hanno ritoccato il simbolo stesso della giustizia, quella figura rappresentata a lungo munita di bilancia e spada. Da secoli la bilancia, insieme al corpo umano, è il simbolo della simmetria a indicare l’equilibrio, l’equità senza la quale semplicemente non c’è giustizia. Poi c’è la spada, che rimanda alla forza che la giustizia deve avere per fare rispettare il proprio giudizio. Noi abbiamo assistito a una alterazione dei pesi della bilancia col tentativo di sostituire la spada con lo scettro del re. Aggiungi che per molto tempo quella giustizia divina è stata bendata e lo era perché non vedendo l’oggetto del suo giudizio doveva essere e apparire imparziale. Un grande poeta criticò quella benda scorgendovi il simbolo della cecità delle corti e di una arbitrarietà delle sentenze anche se va detto che nell’antologia di Spoon River ciò era detto dal punto di vista della povera gente e non del potente. Dovremmo ricordarcene. Già togliere la benda è un problema, ma se poi c’è chi pensa di sostituirla con uno di quei paraocchi che si applicano ai cavalli allora il problema può trasformarsi in un dramma e questo non possiamo permetterlo.