Il “Cantiere” della sinistra visto da un grande filosofo della politica: Mario Tronti. Considerato uno dei fondatori dell’operaismo teorico degli anni Sessanta, le cui idee si trovano riassunte nel libro del 1966 Operai e capitale, Tronti ha insegnato per trent’anni all’Università di Siena Filosofia morale e poi Filosofia politica. È stato eletto in Senato nel 1992 nelle fila del Partito democratico della sinistra e nel 2013 nelle fila del Partito democratico. Dal 2004 è già presidente della Fondazione CRS (Centro per la Riforma dello Stato) – Archivio Pietro Ingrao.

«La fotografia del campo politico del centrosinistra non è adeguata a questa nuova fase, bisogna rimettersi in discussione perché questo spazio nuovo che si è aperto, a favore di vento, vede una destra molto forte, capace di radicare la sua presenza in modo particolare nella capacità di interpretare le paure di chi si è sentito debole. Un governo è forte se i soggetti politici che lo sostengono lo sono. Se si lavora anche per costruire soggettività politiche più forti si dà una mano affinché il governo operi nelle condizioni migliori». Così Roberto Speranza nell’interessante webinar di Italianieuropei. Come declinare politicamente e culturalmente queste considerazioni?
Ho seguito naturalmente in diretta l’incontro organizzato da Italianieuropei. Ne ho letto le non poche cronache, comprese le gustose ironie sulla parola “cantiere”, in effetti un’idea non nuovissima e non particolarmente feconda. Una prima osservazione. Sono state riferite le presenze dei soli uomini politici noti. Ignorati i contributi femminili di Ida Dominijanni, Nadia Urbinati, Elly Schlein, nel merito tutti di pregevole livello. Un malcostume giornalistico che si ripete senza rimedio. Comunque, commentiamo. L’inadeguatezza non del centro-sinistra ma della sinistra nella fase attuale è una fotografia ormai sbiadita, tanto è il tempo che la conserviamo nei nostri cassetti. Parlarne è sempre utile. Il problema è che non basta parlarne. A quando la “grande iniziativa” per sbloccare la situazione? È questa che ci vuole. Una scossa. Non un aggiustamento. Ho sentito la solita litania sulle opportunità che il dopo della pandemia ci offre, da non buttare, da non sprecare. Se la cosa può essere vera per il Paese, con le imponenti risorse forse a disposizione, non è detto che lo sia automaticamente per la sinistra. Qui non ci saranno risorse esterne da utilizzare al meglio. Devi mettere in campo le tue idee, la tua soggettività, la tua volontà. È come quando si dice: a questo governicchio Conte non c’è alternativa. Ma alternativa non ci sarà se non la produci. E se non c’è per adesso, la devi preparare per subito dopo. E già da ora. Vedo in giro una sorta di fatalismo panglossiano sugli effetti della pandemia. Ritengo più utile e opportuno un severo accorgimento. Bernardo Soares, l’alter ego di Pessoa, in quel testo profondissimo e attualissimo, Il libro dell’inquietudine, riporta quella frase di Heine, che fa oggi al caso nostro: dopo le grandi tragedie finiamo sempre per soffiarci il naso… Caro Speranza, attenzione, siamo ancora contro vento. Non mi rassicura, come vedo assicuri molti, la vittoria di Biden.

Perché?
Se nel paese cosiddetto più avanzato del mondo settanta milioni di persone, la metà dell’elettorato attivo, dopo aver sperimentato un Trump per quattro anni, lo riconfermano nella fiducia, è da leggere come un segnale più che inquietante. Lo scrittore Scott Turow, con la sensibilità dell’artista che a volte coglie meglio il senso della realtà, ha descritto dal vivo la situazione (vedi La Lettura, 22 novembre). Due Americhe: l’America uno, gli abitanti delle città, le minoranze razziali, i sindacalisti, gli elettori con istruzione universitaria, in particolare donne, e l’America due degli “altri americani”, prevalentemente bianchi, delle zone rurali, ostili agli afroamericani e agli immigrati, di bassa istruzione, difensori del diritto di possedere armi, aderenti a fedi ortodosse di rito evangelico. A parte alcune particolarità tipiche dell’eccezionalismo Usa, quella divisione/contrapposizione è qui in mezzo a noi. Ci sono due Italia, due Europa, due Occidente. Questi due blocchi sociali di consenso vanno scomposti e ricomposti ciascuno in altre forme. Questo è il compito, non della politica in generale, che segue il fenomeno come l’intendenza, ma di una politica della sinistra, italiana, europea, occidentale. Una impresa titanica. Ma non impossibile. Perché quella divisione/contrapposizione non è naturale, è storicamente innaturale. Specialmente quando si presenta, e così si presenta oggi, tra privilegi di establishment e pulsioni di popolo. Bisogna allora parlare anche all’altra parte, non solo alla propria, come fa la cosiddetta sinistra attuale. E però questo chiede un mutamento di senso della propria funzione, una rivoluzione culturale nel pensiero, l’acquisizione di un nuovo “sentire” politico, un diverso linguaggio, che si faccia comprendere e che sia capace di convincere. Hillary Clinton, nelle altre elezioni, mise metà dei sostenitori di Trump nel paniere dei “deplorevoli”. In queste elezioni molti cartelli, davanti ai giardini delle case bene, recavano la scritta: “Un altro deplorevole che sostiene Trump”. Erano anche persone che avevano perso un lavoro ben retribuito nel settore manifatturiero, che per bassa istruzione non potevano migrare nelle industrie in crescita tecnologica, che l’insicurezza economica spingeva a paure razziali nei confronti di immaginari concorrenti. La sinistra che non riconosce questo mondo alla fine perde sé stessa.

Ma questo ipotetico “Cantiere” può prendere forma senza una rimessa in discussione del Partito democratico?
Ho notato opportuni accenni di autocritica soprattutto su quel passaggio degli anni Novanta, che ha visto un coinvolgimento nelle prospettive della blairiana Terza via. Da lì sono derivate molte delle successive derive di centrosinistra. È in corso anche una benvenuta riflessione su nascita ed evoluzione del Partito democratico. Avete ospitato sul vostro giornale la discussione su una proposta di autoscioglimento del Pd. Non mi pare una via consigliabile e praticabile. C’è un indifferibile problema di identità di quella formazione politica. Spero che, passata l’emergenza in cui siamo immersi, ci si avvii ad un congresso vero, di stampo tradizionale, a ripensamento ed elaborazione di una visione strategica complessiva riguardo alla propria presenza in Italia e in Europa. Il Pd ha bisogno, a mio parere, di trasformarsi in una forza di sinistra autenticamente popolare, perno centrale di un più vasto campo di alleanze in grado di battere sul campo una destra che riesce immeritatamente a rappresentare istanze, paure, difficoltà esistenziali, bisogni di protezione e di sicurezza, che non sono come tali di destra. Bisogna lavorare, con impegno quotidiano sul territorio, per spostare consenso da una parte all’altra. Per questo ci vuole un ritorno di partito, di forza organizzata, a tutela dei più deboli, dei disagiati, dei dimenticati. Nella dissoluzione delle forme, su cui giustamente Bettini richiama l’attenzione, la dissoluzione della forma-partito ha minato alla radice la funzione della sinistra, oltre che la credibilità, la rappresentatività, l’efficienza del sistema istituzionale. Al congresso del Pd va presentata la nuova forma di questa indispensabile moderna associazione comunitaria.

Sostiene Massimo D’Alema: «Serve una nuova forza politica con un progetto di riforma del capitalismo che renda possibile il contenimento delle diseguaglianze e la tutela dell’ambiente». E ammette: «In passato per puntare al 50% abbiamo pensato che fosse necessario appannare la nostra identità, e così ci siamo persi anche il 30%…». Senatore Tronti, è sufficiente per parlare di un “Nuovo inizio” a sinistra?
D’Alema ha rimesso in campo il concetto di ideologia. Bene. La parola è un po’ usurata. E risulta difficile districarla dal significato di falsa coscienza. Io sono molto legato alla vecchia cara Weltanschauung, concezione del mondo a cui oggi è più necessario di ieri aggiungere Leben, della vita. È sulle forme di vita che bisognerà giocare nel futuro l’antagonismo alla dimensione borghese dell’esistenza quotidiana. Secoli di capitalismo ci buttano tra i piedi una sostanziosa questione antropologica. Per non inciampare, dobbiamo saltare. Non voglio parlare di “nuovo inizio” perché porta male. Mi fa piacere che si torni a parlare di critica riformatrice del capitalismo. Quest’ultima parola nei passati decenni la usavano solo i padroni, mentre era stata sottratta, dalla sinistra, ai lavoratori. Si diceva, nel migliore dei casi, neoliberismo. Temo di non fare in tempo a vedere il ritorno dell’altra bella espressione, Aufheben, superare conservando: che rimane a tutt’oggi la cifra realistica di una rielaborazione del concetto di rivoluzione. Non ho difficoltà a riconoscere che su questi temi siamo oggettivamente in difficoltà. Il problema dell’oltre queste forme presenti di mondo e di vita vede solo sentieri interrotti. Il passaggio dall’utopia alla scienza le repliche della storia ci hanno detto che non è andato in porto. Anzi, ha fatto naufragio senza nemmeno spettatore. La scienza è andata da una parte, l’utopia dall’altra. Siamo tornati indietro. Marx era passato dalla Lega dei giusti alla Lega dei comunisti. Ci risiamo con la Lega dei giusti. Così non si supera niente. Si rimane, democraticamente, da progressisti, prigionieri nella dittatura del presente. Il tutto mi conferma nella tesi che con la reazione antinovecentesca, a dispetto di tanti, troppi, innovatori, c’è stato, c’è, su queste questioni, un ritorno di Ottocento pre-marxiano. È qui che la sinistra deve scuotersi, dare un calcio a sé stessa per come è stata almeno da tre decenni. Poi vediamo che succede: se basta questo per liberare energie, suscitare volontà, ricreare appartenenze, far esplodere militanza. Il minimo di cui c’è bisogno.

Dal futuribile al presente. Nel confronto in questione, Dario Franceschini ha definito il rapporto con il M5S “alleanza inesorabile se si vuole governare”. Inesorabile?
Per rispondere alla domanda devo scendere alcuni gradini. Tanto mi entusiasmo quando penso quelle idee, altrettanto mi deprimo quando vedo queste cose. Conosco la distanza tra il pensare e il fare. E sperimento la fatica, intellettuale, di tenerli insieme. Ma questa di oggi non è una distanza. Questo è un abisso. Nell’incontro di cui stiamo parlando ha trovato posto anche per l’accusa al Pd di governismo. In effetti l’attuale ceto politico della sinistra dà l’impressione che fuori dai Palazzi si trovi come un bimbo sperduto tra la folla. Non sa più che fare, non sa più dove andare. Ora io, come contestato teorico schmittiano della decisione, sono l’ultimo a deprezzare il ponte di comando. Il problema non è il governo. Il problema è il governo a ogni costo. Con qualunque minestra che passa il convento. Se il Pd non si scrolla di dosso questa sola immagine del più affidabile degli establishment non andrà lontano. Rimarrà quello che è, e quello che sono le attuali sinistre cosiddette riformiste europee, una minoranza illuminata non riconosciuta, anzi disconosciuta, e deprecata, dalla maggioranza dei loro popoli. Detto questo, guardo con preoccupazione alla contingenza. Capisco tutte le ragioni, che tengono in piedi questo governo, non le condivido, eppure credo che, pur così malmessi, qualcosa di diverso si possa fare. Si tenga in piedi, turandosi il naso, questa maggioranza. Si attenda l’approvazione della Legge di bilancio. E siccome è evidente che per spendere bene le risorse prossimamente disponibili ci vuole un sicuro comando centrale, con l’autorevolezza per usare le necessarie competenze, ma davvero si pensa di affidare la ricostruzione del dopoguerra pandemico a questo signor Nessuno che briga tutto il giorno per diventare Qualcuno? Si licenzi questo intruso. Per tutto quello che sta per venire c’è bisogno a Palazzo Chigi, come minimo, di un cavallo di razza. Per il bene del Paese. Tra l’altro, questa sarebbe la più sicura assicurazione di vita per il governo sino a fine legislatura. I 5Stelle si metteranno di traverso? Per come li conosciamo, con la minaccia del voto anticipato quelli si bevono anche la cicuta. E questo dice tutto quello che penso di loro. Insomma, la politica del giorno per giorno si può fare al ribasso o al rialzo. Si scelga. Non può essere questo lo scatto che chiedono Bettini e Zingaretti? E Renzi.

Esperto di Medio Oriente e Islam segue da un quarto di secolo la politica estera italiana e in particolare tutte le vicende riguardanti il Medio Oriente.