«Garantismo non significa lasciare le cose come stanno e chiudere gli occhi di fronte a vicende poco chiare come quella tirata fuori da Il Riformista, delegando al potere giudiziario il compito di modificare lo stato di cose esistente. La politica non può, non deve, chiamarsi fuori, quando lo ha fatto sono successi disastri. Questo discorso vale per tutti, anche per il Movimento 5 Stelle». Ha diviso la sua vita pubblica tra l’impegno accademico e quello politico, ricoprendo in ambedue gli ambiti incarichi di grande prestigio e responsabilità.

Luigi Berlinguer è stato Rettore dell’Università di Siena dal 1985 al 1994, Segretario generale della conferenza dei rettori delle Università italiane fino al 1994, ha conseguito lauree honoris causa dalle Università di Toronto, La Plaza, Sorbona, Buenos Aires ed è stato insignito dell’ordine di Gran Croce della Repubblica di Germania. Nella XIII legislatura è stato ministro della Pubblica istruzione, dell’università e della ricerca scientifica e tecnologica nel governo Prodi e poi ministro della Pubblica istruzione nei due governi D’Alema. Ed ancora: nel quadriennio 2002-2006 è stato membro del Consiglio superiore della magistratura, e successivamente parlamentare europeo. E qui ci fermiamo, perché è sufficiente questo parziale curriculum vitae, per indicare la statura politica e intellettuale del nostro interlocutore.

Questo giornale ha tirato fuori Cinquestellopoli e “l’affaire Philip Morris”. La politica, tranne alcune eccezioni, sembra timorosa nell’intervenire. Perché?
Vede, io non mi considero un interventista tout court, un patito dell’intervento sempre e comunque. Perché a volte le cose dell’assetto sociale non possono essere tutte determinate dalla volontà politica. La vicenda che meritoriamente questo giornale ha tirato fuori s’incardina in questo discorso più generale. Il punto qual è: se l’equilibrio sociale, fisiologico, deve prevalere su un intervento riequilibratore che, però, in qualche modo introduce una ferita nella società. Io sono del parere che il riequilibrio va assicurato prima di tutto come una linea etica, cioè di giustizia. Infatti si ama anche chiamarlo giustizia sociale. Quindi non un’accettazione passiva di ingiustizie sociali. Per questo io sono comunista, sono un uomo di sinistra. E la sinistra si ripropone di modificare la tradizione dell’equilibrio sociale, e di non considerare automaticamente l’esistenza della povertà come un dato fisiologico della società. Perché laddove si annida un elemento di iniquità, di ingiustizia, di sopraffazione del più forte sul più debole, la nostra concezione generale, non solo sociale, della giustizia non lascia spazio all’inerzia. Da questo punto di vista sono interventista. Così come credo fermamente nella distinzione, fattuale e non solo semantica, tra classe dirigente e casta. Per venire allo specifico. Garantismo non significa lasciare le cose come stanno, o tolleranza dell’iniquità, che spesso nasce dall’abuso della propria autorità, palese o mascherato. Io questo confesso che non l’accetto. Il concetto di garantismo va oltre. E questo ragionamento si attaglia anche alla vicenda Philip Morris-Casaleggio rivelata dal Riformista. La giustizia richiede un riequilibro ed è questa convinzione che mi ha portato ad aderire alle idee socialiste. Non si tratta di emettere sentenze, ma esigere trasparenza, questo sì. Io sono perché le politiche che tendono al riequilibrio non debbano arrendersi. Per quanto mi riguarda, il garantismo deve declinarsi anche in termini di giustizia sociale. Ma tutto ciò deve avvenire nel pieno rispetto delle regole democratiche e questo è il punto delicato del socialismo moderno.

Tutto questo come si cala in questa vicenda specifica che pone al centro il modus operandi di un movimento, i 5 Stelle, che si era posto come l’emblema dell’antipolitica, con incorporato, come elemento identitario, quel giustizialismo tanto caro a Marco Travaglio?
Premesso che nelle ultime elezioni il Movimento 5 Stelle è stato il primo partito quanto a consensi ricevuti e quindi è una cosa da rispettare, aggiungo subito che quel movimento non mi piace, ma non per questo lo considero illegittimo o da contrastare con metodi violenti, assolutamente no. I 5 Stelle hanno un successo storico ma una debolezza nella strumentazione in tutte, ma proprio tutte, le proposte che fanno. Proposte che tendono ad una sorta di passivo fisiologismo dell’arcaicità. Di fisiologismo passivo verso l’equilibrio tradizionale o gli equilibri tradizionali. E che quindi vedono nell’introduzione, per esempio, della modernità, qualcosa di negativo, anche se questo atteggiamento viene mascherato dietro una indefinita idea di cambiamento. Anche se oggi c’è una inflazione di questo termine e non c’è partito che non dica: noi siamo una forza di cambiamento. Fa figo dire che uno è per il cambiamento. Ma oggi si sta affermando una cosa che io considero più rivoluzionaria di quella del passato…

Vale a dire?
L’idea di realizzare il cambiamento con la democrazia. Realizzare il cambiamento con delle forze d’urto, non c’è dubbio, che però non stravolgono così radicalmente alcuni dei successi della democrazia e soprattutto, e qui c’è una posizione molto netta da parte mia, la tradizione che dice che passa una idea di riequilibrio e di giustizia sociale prima di quella della libertà, non mi va bene così formulata. Il progressista non può essere passivo nell’accettazione della ingiustizia sociale, se non combatte, ad esempio, l’analfabetismo, se non assicura il primo diritto che la Costituzione non nomina esplicitamente anche se lo prevede, cioè l’istruzione. Un progressista non è tale se non vuole combattere la più ingiusta delle iniquità attuali che è la differenza tra chi sa e chi non sa, e quindi il fatto che chi non sa diventa molto più debole rispetto a chi sa. L’analfabetismo nasconde dietro di sé una profonda ingiustizia sociale e non solo una arretratezza culturale vergognosa, perché punisce taluni attraverso lo strumento della non conoscenza. E allora se tu vuoi, come taluni di noi vogliono, che si possa realizzare al massimo una condizione di convivenza degli obiettivi di consolidamento della libertà e della democrazia con quelli della creazione di movimenti di cambiamento sociale verso l’equità e la giustizia sociale, questo, a mio avviso, è il non plus ultra. Ci sono stati momenti in cui le forze rivoluzionarie dicevano: la battaglia per l’equilibrio sociale precede quella della difesa della libertà, può persino essere incurante. Ci sono state forze storiche che hanno che hanno costruito dittature per realizzare la giustizia sociale. Io credo che la giustizia sociale e la dittatura, intesa come annullamento della libertà, siano inconciliabili. L’obiettivo a cui tendere è, a mio avviso, quello di tutela di due grandi diritti della persona umana. Che sono la libertà e la giustizia sociale. La storia sovietica si fonda, in estrema sintesi, sull’assunto che la giustizia può anche essere fatta riducendo fortemente le libertà personali. Questa strada è pericolosa e, per me, inaccettabile.

Ma questa idea di cambiamento da te declinata che ci azzecca, direbbe qualcuno, con un movimento, i 5 Stelle, dell’uno vale uno o delle piattaforme Rousseau che hanno fatto la fortuna e il potere della Casaleggio family?
Mi pare che non ci azzecchi moltissimo. Non mi convince una idea della politica che tende ad annullare le competenze, in nome per l’appunto dell’uno vale uno, così come affidare le decisioni ad una comunità virtuale che come tale risulta più manovrabile…

E tuttavia in un frangente così importante nella storia del nostro Paese, una forza progressista, il Partito democratico, che è anche il tuo partito, regge il Governo Conte II assieme ai 5 Stelle. Come definiresti questa cosa: una strada obbligata, un fatto eccezionale ma contingente o cos’altro?
In effetti direi che c’è un elemento di eccezionalità. La collaborazione governativa, lo stare nello stesso esecutivo di Pd e 5 Stelle non può che essere una strada contrassegnata da una permanente dialettica per conciliare, lasciamelo dire scherzosamente, l’inconciliabile. Sono i numeri che hanno la prevalenza. È il fatto di assicurare un Governo al Paese che crea una eccezionalità. Detto questo, va però subito aggiunto che il Partito democratico non può, non deve rinunciare ad esprimere tutti gli sforzi necessari, naturalmente senza creare scombussolamenti più pericolosi per il Paese, per far maturare una condizione per cui l’alleanza con il M5s sia sempre meno una necessità numerica e sempre più un tentativo di far convergere le strategie politiche, senza che diventino uguali, perché non evidenzino contraddizioni troppo forti. Mi lasci aggiungere un’ultima cosa, a cui tengo molto. Ciclicamente, torna di moda dissertare sullo scioglimento del Pd. Ne abbiamo parlato anche in una nostra precedente conversazione sul Riformista, un termine che io amo, ma ci voglio tornare: il Pd non va sciolto, va ridefinito, in profondità, rafforzandone la cultura politica e il suo radicamento nella società. Quanto poi al termine “democratico”, non lo considero affatto una diminutio, un annacquamento identitario. Io sono orgoglioso di definirmi “democratico”, quando penso a quello straordinario presidente che è stato Kennedy, ucciso perché voleva affermare negli Usa che bianco e nero sono lo stesso colore. E “democratico” è colui, Joe Biden, che ha messo fine alla sciagurata presidenza di Donald Trump. E scusate se è poco…

Esperto di Medio Oriente e Islam segue da un quarto di secolo la politica estera italiana e in particolare tutte le vicende riguardanti il Medio Oriente.