Il Tar del Lazio ha dichiarato inammissibile “per difetto di giurisdizione” il ricorso presentato da Piercamillo Davigo contro la sua decadenza da togato del Csm dopo il collocamento in pensione. Il Tar ha indicato la competenza del giudice ordinario “dinanzi al quale la domanda potrà essere riproposta”. Ne parliamo con l’avvocato Giorgio Varano, responsabile Comunicazione dell’Unione Camere Penali Italiane, che commenta ironicamente: «Resto molto sorpreso dal fatto che un ex componente del Csm, l’organo di governo della magistratura, abbia compiuto un errore nell’individuare il tribunale competente. Mi chiedo a questo punto quali competenze siano richieste ai magistrati per fare parte del Csm».

Avvocato Varano, si aspettava questa decisione da parte del Tar?
Non mi aspettavo un ricorso da parte del dott. Davigo contro il proprio organo per una questione che comunque riguarda sostanzialmente la sua persona, come del resto affermato dal Tar che ritiene un “diritto soggettivo’’ quello di Davigo, e non già un “interesse legittimo” di competenza amministrativa. Resto però molto sorpreso dal fatto che un ex componente del Csm, l’organo di governo della magistratura, abbia compiuto un errore nell’individuare il tribunale competente. Mi chiedo a questo punto quali competenze siano richieste ai magistrati per fare parte del CSM: è un organo di rappresentanza delle varie correnti della magistratura o delle varie competenze? Sulla base di quali riflessioni scelgono i capi degli uffici giudiziari, se poi sbagliano a individuare il tribunale competente per un ricorso? Comunque, sono sinceramente sorpreso da questo errore, soprattutto in considerazione del fatto che la sezione della Cassazione presieduta da Davigo aveva un’altissima percentuale di dichiarazioni di inammissibilità dei ricorsi. Per un magistrato che ha deciso tante inammissibilità dei ricorsi altrui non mi sarei mai aspettato l’inammissibilità di un proprio ricorso.

Secondo Lei cosa c’è dietro a questo attaccamento di Davigo alla poltrona?
Abbiamo il dovere di credere a quanto affermato da Davigo che in tv ha spiegato le ragioni del suo ricorso, anche se sinceramente non le ho capite molto, magari la prossima volta cercherò di stare più attento. Dire che il ricorso è per una questione che va oltre la sua persona e che mira a una risposta sulla natura del Csm non è molto comprensibile. Al di là del fatto che il Tar ha chiarito che è una questione soggettiva, aspetto che dovrebbe essergli ben chiaro dopo tanti anni, a mio avviso non è una risposta alle domande sulle ragioni che lo hanno spinto al ricorso.

In un momento in cui la magistratura sta affrontando una profonda crisi culturale ed etica come si colloca l’affaire Davigo?
È paradigmatico del fatto che la magistratura si suddivide in vere e proprie squadre, altro che correnti di pensiero, e che questa suddivisione sia presente più di prima. Secondo lei è normale che su una banale questione giuridica come quella della decadenza dalla carica di consigliere del Csm di un magistrato in pensione, per quasi tutti di chiara soluzione, molte delle votazioni e delle astensioni dei togati siano state orientate non dal merito, ma dall’appartenenza alla corrente o all’alleanza tra correnti?

Lei e il collega Rinaldo Romanelli siete stati i primi ad aprire il dibattito qualche mese fa sulla rivista dell’Ucpi “Diritto e Difesa”. Con quali conclusioni?
L’esercizio delle funzioni giudiziarie è da considerarsi requisito necessario per la permanenza del componente togato nella carica del Consiglio superiore della magistratura. Dopo qualche mese di silenzio, anche una parte della magistratura ha affrontato pubblicamente il tema. Il problema è che questo punto giuridico, anche un po’ noioso perché a tratti di competenza previdenziale, è stato trasformato in un tema politico.