L’università Federico II è entrata in carcere per garantire il diritto allo studio, ma cosa fanno per i detenuti le altre istituzioni in Campania? C’è un burrone dopo lo studio in cella e manca un ponte tra il mondo fuori e quello dietro le sbarre. Tra i detenuti iscritti a Scienze erboristiche e scarcerati nell’ultimo anno, nessuno ha proseguito gli studi nonostante i docenti del Polo universitario federiciano abbiano dato massima disponibilità. Il problema è che spesso il mondo fuori non concede alternative e non dà concretezza a una seconda possibilità.

Chi esce di prigione torna, il più delle volte, nel proprio ambiente di origine dove l’impegno universitario viene ostacolato più che incoraggiato e dove la necessità di trovare un lavoro per vivere diventa l’unica esigenza da soddisfare. L’Italia ha il più alto numero di iscritti all’università, ma il minor numero di laureati in Europa e in carcere il diritto allo studio è garantito in 75 istituti penitenziari su 190. Ci sono 69 detenuti laureati e 514 diplomati, ma anche più di 390 analfabeti.

A Napoli il Polo universitario penitenziario della Federico II, all’interno del carcere di Secondigliano, è una delle esperienze più virtuose di sinergia tra le istituzioni università, provveditorato regionale dell’amministrazione penitenziaria e direzione dell’istituto di pena. Ed è un progetto su cui il rettore Matteo Lorito, di recente eletto alla guida dell’università Federico II, e la professoressa Marella Santangelo, responsabile del Polo, hanno promesso di continuare a investire: il Polo universitario per le detenute donne è già un progetto concreto, quello minorile rivolto ai reclusi più giovani è un’idea a cui si sta lavorando e una maggiore sinergia tra studenti fuori e dentro il carcere è uno step solo rimandato a causa della pandemia. Resta, tuttavia, il nodo legato alle opportunità una volta fuori dal carcere di cui si è discusso in occasione della Notte dei ricercatori.

Quel «ponte tra dentro e fuori» di cui parla Nello, detenuto del carcere di Secondigliano e studente in Scienze erboristiche. «Siamo studenti come altri – dice intervenendo alla Notte dei ricercatori per la prima volta aperta anche agli studenti che vivono reclusi negli istituti di pena – Uno scambio farebbe bene sia a noi sia a chi sta fuori e non conosce il carcere, per abbattere i pregiudizi che ancora ci sono sul carcere».

«L’opinione pubblica ci guarda sempre con pregiudizio e la politica pensa più alle prossime elezioni che alle prossime generazioni» dice Alessandro, studente detenuto. «L’università in carcere è come una cattedrale nel deserto» osserva Diego che in cella studia Economia e Commercio. «Studiare in carcere serve ad accrescere il proprio bagaglio culturale ma rischia di essere qualcosa fine a se stesso se una volta fuori non si riesce a metterlo in pratica» commenta Sebastiano, detenuto e studente al terzo anno di Giurisprudenza. L’inserimento lavorativo è una nuova sfida.

«Partendo dalle criticità di oggi si può puntare più in alto – sottolinea la professoressa Santangelo – Non devono esserci lauree di serie A e lauree di serie B». Lo studio in carcere non è solo una bella storia. «È parte della nostra missione – ribadisce il rettore Lorito – Ogni laureato per noi è importante, porta evoluzione sociale. Andremo avanti con questo progetto, abbiamo le risorse per farlo».

L’obiettivo per il futuro è un ulteriore salto di qualità. «E mandare a sistema la programmazione» aggiunge la direttrice del carcere di Secondigliano, Giulia Russo. «Lo studio in carcere è ancora a macchia di leopardo, bisognerebbe estenderlo a più istituti di pena – osserva il garante regionale dei detenuti, Samuele Ciambriello – Solo con la cultura si può garantire al detenuto il diritto a ricominciare, a ricostruire, a ricollegarsi con la società».