«Un’orribile mattanza o il frutto di un’istituzione malata?». Questo interrogativo che don Franco Esposito, parroco della casa circondariale di Poggioreale, lancia dalla sua pagina Facebook ispira una riflessione a partire dai fatti del 6 aprile 2020, ovvero i pestaggi avvenuti all’interno del carcere di Santa Maria Capua Vetere. Il gip Sergio Enea quella vicenda la definì proprio «un’orribile mattanza». Che fosse un atto estemporaneo o l’epilogo operativo di un sistema distorto è quello che si cerca di capire. Anche in tribunale.

«Indignarsi per quello che è successo nel carcere di Santa Maria di Capua Vetere è poca cosa, ma credo che anche fare un processo e mandare in carcere un po’ di persone serva a poco, se non addirittura ad aumentare il sentimento di vendetta da una parte e la rabbia dall’altra», sostiene don Franco che una posizione rispetto all’interrogativo la prende. «Quello che è successo è il frutto di un sistema, quello carcerario, che in sé è disumano e degradante». Per il sacerdote «non sono tanto le azioni violente emerse grazie alle telecamere di sorveglianza a dover essere condannate, ma è un sistema violento che quotidianamente, anche senza violenze fisiche, contribuisce a creare rapporti di inimicizia alimentati da una realtà che è contro l’uomo». Una mattanza che ha generato ferite più nella dignità che nel corpo e che «non possono certo essere rimarginate con le condanne» che, a loro volta, «distruggeranno persone e famiglie di nuovi condannati e manterranno le ferite aperte e sanguinanti».

Nel 1971 il professor Philip George Zimbardo, con l’aiuto dei suoi assistenti, allestì nei sotterranei del campus di Stanford una finta prigione, reclutando una ventina di giovani studenti volontari perché la metà di loro diventasse per due settimane un gruppo di detenuti e l’altra metà un gruppo di guardie nell’improvvisata prigione di Stanford. Le guardie svolgevano regolari turni di otto ore e indossavano una divisa. L’esperimento dimostrò che comuni studenti, indossati i panni delle guardie, si trasformarono in aguzzini e i ragazzi detenuti, dopo qualche iniziale tentativo di resistenza, divennero passive vittime delle loro angherie. Cosa stava succedendo a quei soggetti sani, equilibrati, appartenenti alla classe media, acculturati e privi di qualsiasi comportamento deviante? Dopo appena due giorni i detenuti iniziarono a protestare per la loro condizione.

Le guardie, dalla loro, iniziarono a praticare nei loro confronti forme sempre più violente a livello fisico e psicologico. I carcerati furono costretti a cantare canzoncine, a defecare in secchi che non potevano svuotare, a pulire a mani nude le latrine. Zimbardo fu costretto a mettere fine al suo esperimento che, in principio, avrebbe dovuto durare quindici giorni dopo appena sei, perché iniziarono gli episodi di violenza. «Il bilancio di quell’esperimento – dice don Franco Esposito – è quello che accade quotidianamente nei penitenziari». «Le attività rieducative ridotte all’osso per mancanza di fondi e di personale, e anche il lavoro con percentuali irrisorie diventano un alibi per giustificare un sistema fuorilegge che produce il 70% di recidiva. Mentre l’esperimento di Stanford fu interrotto, la pena del carcere in Italia rimane l’unica risposta che lo Stato sa dare davanti al male e alla violenza».

«Permettetemi ora di sognare – conclude – Cosa succederebbe se invece di processi e condanne per i fatti di Santa Maria si proponesse un progetto di riparazione dove le vittime e i colpevoli potessero scegliere, liberamente, di percorrere un serio cammino di consapevolezza di ciò che è veramente accaduto, per poi potersi incontrare, guardarsi negli occhi, ragionare sui danni provocati, sulle ferite inflitte, sulle conseguenze delle azioni compiute e subite, e poi aiutate da persone preparate, cercare il modo per riparare?».

Napoletana, laureata in Economia e con un master in Marketing e Comunicazione, è giornalista professionista dal 2007. Per Il Riformista si occupa di giustizia ed economia. Esperta di cronaca nera e giudiziaria ha lavorato nella redazione del quotidiano Cronache di Napoli per poi collaborare con testate nazionali (Il Mattino, Il Sole 24 Ore) e agenzie di stampa (TMNews, Askanews).