Le “interdittive antimafia” vanno annoverate tra quelle esclusività delle quali il nostro Paese ama fregiarsi, così compiendo ogni possibile sforzo per assomigliare sempre meno a un Paese civile. Di cosa si tratta? Sono provvedimenti amministrativi affidati alla discrezionalità dei Prefetti. Dunque, veri e propri strumenti polizieschi, con i quali un Prefetto è in grado letteralmente di espropriare, sterilizzare e quindi uccidere una azienda, sulla base del solo sospetto che essa possa essere “infiltrata dalla Mafia”. Essendo una misura di polizia, essa è dunque di natura “preventiva”, “anticipatoria”, “cautelare”; insomma, essa non presuppone un accertamento di responsabilità penale pronunciata da un giudice, e nemmeno un quadro di gravità indiziaria. La valutazione del Prefetto è legata al criterio cosiddetto della “probabilità cruciale”.

Quando leggete queste locuzioni incomprensibili, dovreste aver già capito di quale incivile, assurdità si stia parlando. Basta – dice la giurisprudenza amministrativa- che la infiltrazione mafiosa sia “più probabile che non”, per spalancare al Prefetto le porte di un potere immenso e devastante. Quella azienda, piccola o grande che sia, viene inibita da ogni possibile contratto con la Pubblica Amministrazione. Inoltre, viene esclusa dalla “white list” delle aziende immacolate, e dunque non potrà più partecipare a gare pubbliche, non potrà avere licenze o autorizzazioni amministrative di qualunque genere; eventuali contratti già stipulati sono risolti per recesso, autorizzazioni e concessioni sono revocate; e, dulcis in fundo, verrà automaticamente esclusa da ogni accesso al credito bancario. Insomma, l’azienda è morta. Volete un esempio di cosa significhi quel “più probabile che non”? Eccovelo: se l’azienda è posseduta da persone per bene, amministrata da persone per bene, ha sempre operato correttamente dal punto di vista fiscale, ma tra i suoi dipendenti annovera il nipote di un tizio accusato di essere un boss mafioso, ecco che l’infiltrazione mafiosa è “più probabile che non”.

Voi comprendete bene il risultato di questa aberrazione: interi settori della vita economica del Paese, soprattutto (ma ormai non solo) in territori ad alta intensità mafiosa, sono nelle mani dei Prefetti di Polizia, che esercitano un potere di vita o di morte sulle imprese in nome di sospetti di infiltrazione mafiosa “più probabili che non” . Il Consiglio di Stato (n.4483/2017), chiamato a dare un criterio possibilmente oggettivo di questa formuletta infame, ha precisato: “50% +1”; ora sì che siamo tranquilli.
Il provvedimento prefettizio è ricorribile davanti alla giustizia amministrativa, con il risultato che le conferme, in tutta Italia e poi in Consiglio di Stato, sono superiori al 90% dei ricorsi. Contro questa vergogna senza fine pochi osano battersi, a livello politico, perché in questo Paese se ti azzardi a sollevare anche solo obiezioni a qualunque cosa sia qualificata come “antimafia”, sei marchiato di infamia.

Ci ha provato il senatore Carlo Giovanardi, che si è molto dedicato al problema, raccogliendo le grida di dolore di tanti sventurati operatori economici catturati e strangolati dalla trappola del “più probabile che non”, e mal gliene incolse. Avendo ripetuto in una serie di iniziative pubbliche (conferenze stampa) le denunce già fatte oggetto delle sue iniziative parlamentari, si è trovato indagato e poi imputato di ogni nequizia: minacce volte a turbare le attività di un corpo Amministrativo (cioè il Prefetto di Modena ed il gruppo interforze istituito dal Ministro degli Interni) ed a “costringerli” a modificare la valutazione (“più probabile che non”) riferita a una sventurata azienda gestita da persone per bene; nonché oltraggio a Pubblico Ufficiale (sempre il Prefetto, immagino).

Giovanardi ha eccepito l’insindacabilità delle sue iniziative di parlamentare, ma pm e Tribunale non ne hanno voluto sapere. Quindi il Senato ha ribadito la insindacabilità, e il Tribunale di Modena, tetragono, ha sollevato conflitto di attribuzione davanti alla Corte Costituzionale. Vediamo se almeno qualche brandello dell’art. 68 della Costituzione verrà fatto salvo dalla Consulta. Intanto, siete tutti avvisati. Se qualche persona a voi cara si è vista spazzare via dalla mattina alla sera la propria attività economica, la propria azienda, perché secondo il Prefetto il sospetto di infiltrazione mafiosa, essendo la cassiera del ristorante la cugina del figlio di don Ciccio Vattelapesca, è “più probabile che non”, guardatevi bene dal protestare pubblicamente contro una simile infamia. Se rischia di lasciarci le penne un parlamentare di lungo corso, diciamo che, per chiunque di noi, è almeno “più probabile che non”.

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Presidente Unione CamerePenali Italiane