L’importanza di mantenere in vita la memoria della Shoah. Perché senza memoria non c’è futuro. Nella settimana del Giorno della memoria (venerdì 27 gennaio) Il Riformista ne discute con il professor David Meghnagi, già Vicepresidente dell’Unione delle Comunità ebraiche italiane (Ucei) e delegato per l’Italia presso la Conferenza dell’Osce contro l’antisemitismo. Tra i suoi libri, ricordiamo Ricomporre l’infranto. L’esperienza dei sopravvissuti alla Shoah (Marsilio, 2005); Le sfide di Israele. Lo Stato ponte tra Occidente e Oriente (Marsilio, 2010).; Il padre e la legge. Freud e l’ebraismo (Marsilio, 2010); Libia ebraica. Memoria e identità, testi e immagini (Feltrinelli, 2020).

“Ricomporre l’infranto” Le quattro figure che lei narra rappresentano, da angolature diverse, tutti coloro che si sono misurati con il male assoluto. Come definirebbe oggi quel male?
Ho cercato di rivisitare la storia e la memoria della tragedia della Shoah facendo idealmente dialogare quatto autori che hanno attraversato dall’interno le temperie storiche del Novecento. Levi mi sembrava adatto a rappresentare il valore della testimonianza. Diventare testimoni comporta una grande trasformazione psicologica e valoriale. Si assume un ruolo attivo, diventando una sorta di profeta del nostro tempo. Edelman, che ha visto quattrocentomila persone radunate nel piazzale del ghetto per essere deportati e sterminati, ha assunto un ruolo di guardiano di un mondo scomparso in cui non c’erano nemmeno le tombe. Gli amici hanno lasciato il paese, chi partecipando all’eroica epopea della ricostruzione di una vita nazionale indipendente in Israele quando tutto rischiava di andare perduto, chi emigrando verso altri lidi dove ha ricostruito la sua esistenza spezzata. Testimone di un mondo perduto, visse in una realtà asfittica attraversata da pulsioni antisemite e dominata dal totalitarismo comunista contro cui da democratico e socialista si era sempre opposto e quando arrivò il momento si unì a Solidarnosh. La storia di Deutscher è ben racchiusa in un adagio talmudico che utilizzò in un incontro con la gioventù ebraica.

Qual è questo adagio e chi ne erano i protagonisti?
Rabbì Mehir, una figura importante del Talmud, e Elisha Ben Abuya, con il quale non interruppe i rapporti nonostante questi avesse abbandonato la fede e ogni pratica religiosa. L’eretico, scrive Deutscher, era in groppa a un asinello. Per rispetto della santità del Sabato il suo amico procedeva a piedi. La profondità della discussione fu tale che Meir non si accorse di aver raggiunto il confine oltre il quale, stando alle norme rabbiniche, è vietato per un ebreo avventurarsi nel giorno di sabato. Il maestro si rivolse all’allievo dicendogli che era stato raggiunto il confine e che bisognava dividersi: “non accompagnarmi oltre”. Su questo interessante dialogo, Deutscher avrebbe voluto scrivere un componimento teatrale che rimase però al primo atto. Elisha era per Deutscher il prototipo di una figura nuova dell’ebraismo contemporaneo, collocata ai confini di mondi diversi, il “prototipo” di “grandi rivoluzionari del pensiero”, degli ebrei “non ebrei”, con cui apertamente si identificava. La sua interpretazione lasciava senza risposta la domanda più importante: che cosa ne sarebbe rimasto di Meir e del suo mondo? Doveva “sparire” in nome di un universalismo astratto, o doveva al contrario vivere e sviluppare la propria cultura in aperto dialogo con il mondo esterno? Nel caso di Scholem abbiamo a che fare con una soluzione opposta. La storia di Scholem è di un ebreo tedesco in rotta con il mito della simbiosi ebraico tedesca e che diventa sionista. Il fratello da cui era stato avviato al sionismo, divenne un leader comunista. Entrambi entrarono in rotta con il padre. Per non partecipare alla grande carneficina della guerra, Scholem riuscì a farsi passare per schizofrenico. Nel 1923 si trasferì a Gerusalemme contribuendo con la sua imponente opera a riscoprire la storia del misticismo ebraico. Il suo epistolario con Benjamin, di cui fu grande amico, è una delle più grandi testimonianze culturali del Novecento.

Professor Meghnagi, non crede che mantenere in vita la memoria della Shoah sia oggi un fatto di grande significanza politica, oltre che storica e culturale?
Senza la memoria di quel passato, che deve essere alimentata dallo studio e dalla ricerca, il rischio è di tornare ad una falsa innocenza perduta che rischierebbe di condurre l’umanità a nuove catastrofi. L’antisemitismo è un “virus” che infetta ancora oggi l’Italia e l’Europa.

Quali ne sono le manifestazioni più acute e pervasive?
Il pregiudizio antiebraico ha una storia millenaria ed è sedimentato nelle profondità dell’inconscio culturale e nel linguaggio. Il vero pericolo è quando assume delle forme politiche con l’obiettivo di riplasmare la società e lo Stato. La nostalgia di una falsa innocenza perduta è all’origine di un nuovo antisemitismo che accusa gli ebrei di coltivare la memoria come una “rendita di posizione”. In questo perverso gioco le negazioni, le banalizzazioni, i dinieghi interpretativi e le false equazioni delle vittime, che si trasformano in carnefici (per esempio nella demonizzazione di Israele), fanno da sfondo ad una nuova e più subdola accusa che rischia di rovesciare contro gli ebrei l’odio che cova a livello mondiale contro la società occidentale e i suoi valori liberali.

In una intervista a questo giornale, Furio Colombo ha sostenuto di ritrovare oggi la disumanità che connotò le leggi razziali nella campagna di odio e di criminalizzazione dei migranti. Lei come la vede?
L’intolleranza e l’odio vanno combattuti richiamandosi ai valori della Costituzione, alla dichiarazione universale dei diritti e in nome dell’etica della responsabilità, evitando espressioni linguistiche che non aiutano a capire e a distinguere e che finiscono per appiattire in un unicum processi storici e realtà fra loro diversi.

Fare i conti con la storia, politica e personale, da cui si proviene non è mai semplice. Non le pare che questo doloroso ma necessario ripensamento difetti alla destra, o almeno ad una parte di essa, che oggi governa l’Italia?
Chiedere perdono per le leggi del ’38 è un atto dovuto ed è uno sviluppo da non sottovalutare e da implementare. Una rivisitazione critica del passato non può fermarsi al suo esito più devastante. Nei vent’anni del regime fascista ogni fase ha purtroppo preparato l’altra. Dalla marcia su Roma alla presa del potere con la violenza, all’assassinio di Matteotti, alla distruzione delle libertà civili, all’esilio degli oppositori e al loro confino. Per non parlare dell’assassinio di Gobetti e dei fratelli Rosselli, dei massacri nel Corno d’Africa: in ogni fase ci fu la possibilità di scegliere diversamente. Così fu anche per le Leggi del 1938 e per le derive successive. Con l’ingresso dell’Italia in guerra al fianco delle Potenze dell’Asse e poi dopo con l’occupazione nazista, ci fu chi scelse diversamente e si unì alla Resistenza pacifica e militare, combattendo i nazisti, salvando le fabbriche, nascondendo le persone braccate, rifiutando di unirsi a Salò, come fecero centinaia di migliaia di militari che furono per questo deportati e con il loro sacrificio contribuirono ad affrettare la fine della guerra.

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Esperto di Medio Oriente e Islam segue da un quarto di secolo la politica estera italiana e in particolare tutte le vicende riguardanti il Medio Oriente.