«Un movimento in crisi che cerca un’ancora di salvataggio in una “famiglia” politica pure lei in crisi. Oltre che privo di sostanza culturale, quello dei 5Stelle è anche un tentativo fuori tempo». A sostenerlo è uno dei più autorevoli storici e studiosi della sinistra e del socialismo europeo: il professor Donald Sassoon, allievo di Eric Hobsbawm, già ordinario di Storia europea comparata presso il Queen Mary College di Londra, autore di numerosi libri di successo, tra i quali ricordiamo Eric Hobsbawm. Nazionalismo. Lezioni per il XXI secolo. A cura di Donald Sassoon (la grande storia Rizzoli, 2021); Quo Vadis Europa? (Ibs); La Cultura degli Europei dal 1800 ad oggi (Rizzoli); Intervista immaginaria con Karl Marx (Feltrinelli); Social Democracy at the Hearth of Europe. Il suo ultimo saggio, ha un titolo intrigante, e uno sviluppo che ci riporta anche all’Europa e alle difficoltà nell’essere all’altezza delle sfide del Terzo Millennio: Sintomi morbosi. Nella nostra storia di ieri i segnali della crisi di oggi (Garzanti). «Sento affermare da più parti che questi sono tempi segnati da un impressionante deficit di cultura politica, e non solo a sinistra – annota Sassoon -. Io direi che ciò che scarseggia è l’intelligenza politica e qui vale il detto “tutto il mondo è paese”».

Vista da Londra e analizzata da uno storico della sinistra e del socialismo europeo, che lettura politica dà della intenzione manifestata da uno dei leader del Movimento 5Stelle, Luigi Di Maio, di aderire alla famiglia del socialismo europeo?
Intanto devo dire che questa notizia non è ancora arrivata in Inghilterra, anche perché del Movimento 5Stelle se ne sa molto poco e se ne capisce ancora meno, il che non deve sorprendere perché mi pare che anche in Italia non se ne capisca molto di ciò che è questo movimento, quanto a cultura politica, identità e radicamento sociale. Anche quando è cominciato, il suo grande appeal era quello di non essere né di destra né di sinistra. Adesso sembra che abbiano deciso di essere di sinistra, un pochettino, perché non è che il Partito socialista europeo sia tremendamente di sinistra. Ma vuol dire anche che stanno cercando una identità che è nell’arco della vecchia politica, dove tutto era racchiuso dentro la dicotomia destra/sinistra. E poi c’è un’altra cosa che mi viene in mente andando, da storico, un po’ indietro nei tempi…

Vale a dire?
Mi ricordo dei vecchi tempi, quando far parte del movimento socialista europeo, era un’ambizione del Partito comunista italiano che non fu realizzata perché allora erano più esigenti. Oggi lo sono di meno, parlo del Partito socialista europeo e del gruppo al Parlamento europeo, e non escludo la possibilità che il Movimento 5Stelle sia accettato, soprattutto se il Pd è d’accordo. Ma questo è anche un altro segno della terribile situazione nella quale si trova il socialismo, la socialdemocrazia in Europa. Perché stanno perdendo da tutte le parti. Quando riescono a ottenere una piccola vittoria in Germania, si parla di un ritorno della sinistra, mentre in realtà la Spd aveva il 40% nei vecchi tempi e adesso è felice e contenta di avere un terzo dei voti. Lo stesso si può dire dei socialisti spagnoli. E in questo scenario si cala la mossa dei 5Stelle. Una mossa disperata e fuori tempo…

Perché, professor Sassoon?
Andiamo alla sostanza delle cose. Qui c’è un partito, l’M5S, che è in grossa difficoltà e non sa neanche se sopravviverà, che cerca di entrare in un movimento, quello del socialismo europeo, che pure lui è in grossa difficoltà e anch’esso non sa se avrà ancora vita lunga. Mi viene in mente la famosa battuta di Borges, che diceva sono come due calvi che fanno la lotta per il pettine. D’altro canto, penso che nessuno coltivi l’illusione, da una parte e dall’altra, che un eventuale ingresso dei 5Stelle nel Partito socialista europeo porterà un voto in più ai contraenti di questo contratto politico. Non credo che gli elettori italiani dicano: beh guardate che adesso i 5Stelle fanno parte del Partito socialista europeo e quindi li votiamo. Neanche per sogno.

Lei in precedenza ha fatto riferimento al Partito democratico. La sortita di Di Maio e soci non ha provocato discussioni, confronto di idee, e non è servita a riaccendere un dibattito, almeno negli organismi dirigenti del Pd, su cosa significhi oggi essere socialisti europei. Non è anche questo il segno di un deficit culturale?
È un deficit culturale di quasi tutti i partiti della sinistra in Europa. Non è che il Partito laburista britannico abbia la più pallida idea di quello che dovrebbe fare se alla fine dell’era di Boris Johnson dovesse vincere le elezioni. Non lo sanno proprio.

Questo riguarda anche le élite intellettuali?
Ci sono persone che sentono di appartenere a questa élite che scrivono sui giornali perorando idee che durano lo spazio di un giorno, per poi cambiarle il giorno dopo come se nulla fosse. E poi ci sono gli studiosi che fanno il loro mestiere, che è quello di dire, come faccio anch’io, che le cose sono complicate, che bisogna andare in profondità, seminando più dubbi che certezze.

Sono quelli che pongono più domande piuttosto che offrire risposte…
Non solo. Ma scrivono in una nicchia dove si leggono l’un l’altro e brontolano. Brutta cosa l’autoreferenzialità…

Lei è stato uno degli allievi più apprezzati del grande storico del socialismo, Eric Hobsbawm. Le chiedo: il termine “socialista” ha ancora un senso nel XXI° secolo?
Le rispondo da storico. Il termine “socialista” è sempre stato molto conteso e non c’è mai stata una definizione accettabile da tutti di questo termine. Dopotutto, Turati era un socialista ma anche Lenin si dichiarava per il socialismo e non è che avessero un granché in comune. È un termine vago che è quasi impossibile da definire, come quello di progressista. E dunque non deve sorprendere che oggi i socialisti europei siano in difficoltà, perché in realtà lo sono sempre stati. È sempre stato, quello socialista, un movimento che è passato attraverso fasi difficili, ed è sempre stato colto di sorpresa dai grandi avvenimenti, come le rivoluzioni, le guerre e così via.

A sinistra c’è chi ha brindato alla presunta, perché tale è, morte dell’ideologia, come se ci si fosse liberati di un fardello pesante, di un armamentario vetusto, un’anticaglia del passato. Ma può esistere un partito, non solo a sinistra, privo di ideologia?
Quasi tutti i partiti oggi sono privi di ideologia. Quello che hanno sono delle proposte politiche che discendono dalle condizioni attuali. Poi dicono che quelle proposte hanno dietro di esse se non una ideologia una visione di lungo respiro. Ma lo fanno per darsi un tono e dignità culturale. Come si può dire che esista una ideologia socialista quando negli ultimi cinquanta-sessant’anni, il socialismo voleva dire ritoccare, con qualche riforma più o meno significativa, il capitalismo? Mentre al suo inizio, più di cento anni fa, essere socialista voleva dire essere anti capitalista. Oggi come oggi nessuno è anticapitalista. Le differenze sono come e se controllare il capitalismo. Siamo ben lontani da Marx…

E dentro un evidente deficit di cultura politica…
Diciamolo pure in modo brutale: di intelligenza politica. Ed è una mancanza preoccupante.

Ma questa mancanza può essere surrogata dal ricorso ad una tecno-burocrazia per quanto illuminata? Penso all’Italia e a Mario Draghi. La crisi della politica e delle sue organizzazioni porta con sé il ricorso al “salvatore della patria”?
In Italia l’idea del tecnico super partes non nasce oggi e non nasce con Draghi. Prima c’erano stati Ciampi, Monti, a capo di governi cosiddetti “tecnici”. Non è cambiato nulla. Perché alla fine i problemi non sono tecnici ma politici. Ci sono i cosiddetti tecnici, che sarebbero quelli esperti che però non è che abbiano cambiato il mondo, e poi ci sono quelli che vengono da fuori del mondo tradizionale della politica. E anche qui l’Italia è stata pioniera in questo con Berlusconi. Trump negli Stati Uniti non era mai stato eletto prima di diventare presidente, così pure Macron in Francia, e anche lui, detto per inciso, si dichiara né di destra né di sinistra.

Nel 2018 i 5Stelle furono capaci di intercettare un profondo malessere nei confronti della vecchia politica. Oggi non c’è nessuno che appaia in grado di indirizzare, anche elettoralmente, un malessere che la crisi pandemica ha ancor più ingigantito.
Intercettare il malessere non è una politica. È un modo per ottenere i voti da quanti hanno questo malessere. Una volta che questi ti hanno votato, se poi non sei capace di fare qualcosa se non per risolvere almeno per attenuare quel malessere, allora la tua sorte politica è segnata. È come se uno va dal medico con dei sintomi e quello gli dice: sì, lei sta male però non ho la più pallida idea di come curarla. E alla fine si va da un altro “medico”. E così di seguito. Finché ci sono dei “medici” – partiti – e ce ne saranno, si continuerà ad andare avanti.

Esperto di Medio Oriente e Islam segue da un quarto di secolo la politica estera italiana e in particolare tutte le vicende riguardanti il Medio Oriente.