Certamente l’Internazionale socialista non ha mai avuto l’arcigna centralizzazione ideologica dell’Internazionale comunista con la quale si è storicamente contrapposta. Tuttavia, specialmente nel passato, essa è stata caratterizzata da grandi dibattiti ideologici con protagonisti come Karl Kautsky (al quale Lenin dedicò un libretto finalizzato a dimostrare “per tabulas” che egli era un “rinnegato” rispetto ai canoni del marxismo) o come Bernstein che portò invece alle estreme conseguenze proprio la “revisione del marxismo”. Non a caso ai giorni nostri Umberto Ranieri e Umberto Minopoli, due miglioristi del PCI-PDS, indiziati di filo-craxismo agli occhi dei “ragazzi di Berlinguer”, presero proprio Bernstein come punto di riferimento in un libro dal titolo Il movimento è tutto per sottolineare la loro posizione eretica rispetto alla maggioranza del loro partito.

Comunque, più recentemente sia pure a maglie molto larghe, il PSE, e quindi il suo gruppo parlamentare (così come pure, ovviamente su altre problematiche, il Partito Popolare Europeo di orientamento conservatore-moderato), si è sempre caratterizzato per un intenso dibattito politico e culturale. Negli anni che stanno alle nostre spalle il dibattito si è sviluppato fra “il nuovismo” di Tony Blair, “la terza via” prospettata da Giddens e le posizioni più tradizionali di francesi, tedeschi e spagnoli (ma anche fra di essi sono emerse sfumature politiche differenti). Orbene sfidiamo chiunque a ritrovare nella produzione via Twitter, Facebook e anche nelle interviste giornalistiche e nei talk show (ma non li vedremo più in quelli della Rai) una qualunque manifestazione di interesse per questo tipo di problematica da parte dei grillini. Legittimamente e francamente essi sono appartenuti dalla nascita ad oggi a tutto un altro mondo, inizialmente quello della protesta più totale e successivamente quello del populismo e del giustizialismo più efferato.

Andando alle origini del fenomeno, va detto che a suo tempo due personalità dotate di ben diverse qualità, Grillo e Casaleggio senior, hanno avuto la genialità di riuscire ad incanalare in un movimento unico quelle proteste suscitate sia dagli errori dei governi di centro-destra e di centro-sinistra della cosiddetta Seconda Repubblica, sia dalla politica di lacrime e sangue realizzata fra il 2011 e il 2013 dal governo Monti. La loro posizione di fondo escludeva qualunque intesa o coalizione con altre forze politiche differenti. Poi è successo nel 2018 un caso che potremmo semplificare con l’espressione “il troppo stroppia”. Dal 25% ottenuto nel 2013, il Movimento 5 stelle è arrivato al 32%. Con un consenso di quel tipo, però, si è trovato in una condizione del tutto paradossale: in assenza di una forma-partito costituita, il suo unico autentico “tesoretto” era costituito da un enorme numero di parlamentari (fra Camera e Senato più di 300). Per conservare quel tesoretto il gruppo dirigente del Movimento 5 stelle si è trovato di fronte alla assoluta necessità di evitare a tutti i costi elezioni anticipate che lo avrebbero di molto ridotto, vista anche la masochistica decisione di tagliare il numero dei parlamentari.

Ma per evitare il voto anticipato il M5s è stato costretto a fare esattamente il contrario rispetto a quella che era la sua dottrina originaria e quindi ha realizzato in parlamento tutte le alleanze possibili e immaginabili e anche ben tre governi di segno opposto, uno con la Lega sostanzialmente di destra, uno con il PD di centro-sinistra, il terzo presieduto addirittura da un banchiere di unità nazionale. Un comportamento di questo tipo, da un osservatore malevole, potrebbe essere definito come trasformista, ma prendendo per buone le giustificazioni avanzate dai più svegli fra i grillini (vedi Di Maio) la spiegazione offerta è stata quella che oramai le distinzioni tradizionali fra destra e sinistra sono del tutto superate. Se fossero superate, non avrebbe senso il PSE, il quale, al contrario ha radici storiche, culturali e ideologiche profonde in Europa. Così come l’Internazionale socialista nel Mondo.

Allora mettiamo assieme quelli che sono i tre punti distintivi del Movimento 5 stelle sul piano, diciamo così, politico-culturale, cioè il superamento della distinzione fra destra e sinistra, una dose molto rilevante di populismo, il giustizialismo efferato: ebbene che cosa hanno a che fare tutti questi tre punti – ma specialmente quelli relativi al superamento della distinzione fra destra e sinistra e al giustizialismo – con un qualunque rapporto con l’Internazionale socialista e con il Gruppo parlamentare europeo socialista? Siccome il gruppo dirigente del Pd alcune di queste cose le sa benissimo, sembra quasi che esso ritenga che oramai il Partito Socialista Europeo, e conseguentemente il suo gruppo parlamentare, ha avuto una sorta di mutamento genetico. In sostanza, indirizzando il Movimento 5 stelle verso il gruppo parlamentare socialista sembra proprio che il gruppo dirigente del Pd ritenga che il Pse e l’Internazionale sono diventati una sorta di “albergo ad ore” o di ostello per la gioventù, da offrire come punto logistico di riferimento per quei giovani che a Bruxelles e a Strasburgo non trovano alcun altro alloggio.

Ma le asimmetrie e le contraddizioni non si fermano qui. Nel dibattito, anzi più propriamente nella rissa che caratterizza una parte cospicua dell’attività politica italiana, i grillini, ma specialmente il loro leader Conte, hanno insieme come punto di riferimento culturale e giornalistico e come organo Il Fatto di Travaglio. Ebbene, in che modo Il Fatto e Travaglio sono riconducibili al socialismo democratico? Francamente ciò può avvenire solo se ci si colloca dentro la trasmissione “Scherzi a parte”. Infine, le cose diventano ancora più imbarazzanti e inquietanti se si fa riferimento all’azione politica e di governo svolta da Conte come presidente del Consiglio in ben due occasioni. In entrambi quei governi, peraltro di segno opposto, il tratto più caratteristico ha riguardato la politica estera italiana, del tutto fuoriuscita dal suo quadro storico di riferimento (l’europeismo, la Nato, i rapporti con gli Usa).

Abbiamo avuto una politica estera allo sbando che spaziava da Putin, alla Cina, al Venezuela di Maduro, alla copertura di singolari iniziative spionistiche sul nostro territorio da parte degli amici di Trump (di qui il suo saluto a “Giuseppi”). Non parliamo poi delle singolari scorribande avvenute sul nostro territorio nella prima fase della pandemia da parte di simpatiche brigate militari russe e cubane e degli scambi di materiale sanitario, di cui peraltro eravamo quasi sprovvisti, con i compagni cinesi avvenuti il 15 febbraio del 2020, salvo ritrovarsi a marzo del tutto sprovvisti proprio di mascherine, esposti, tramite l’uomo di fiducia Arcuri, a molteplici operazioni speculative da parte di vari soggetti. Le cose forse non si sono neanche fermate qui. Ci auguriamo che il Copasir faccia luce su un’inquietante episodio narrato da Bruno Vespa a proposito di un tentativo di intimidazione messo in atto da un alto esponente dei servizi (il cui nome non pubblicato peraltro sta girando) nei confronti di Cesa, segretario dell’Udc, nel momento cruciale della crisi del secondo governo Conte.

Orbene, che cosa c’entra tutta questa problematica con l’adesione, che dovrebbe essere una cosa seria e impegnativa, del Movimento 5 stelle al PSE e al suo gruppo parlamentare? Enrico Letta (rispetto a Zingaretti e a Bettini che si battevano per la parità tra Pd e 5s e Conte leader e candidato premier) ha posto al centro la gramsciana egemonia, nel senso che i 5s dovrebbero accettarla tout court. E però dovrà spiegare con la capacità che lo contraddistingue di sviluppare ragionamenti seri, fondati su una ancor più seria documentazione.

Fabrizio Cicchitto, Biagio Marzo