La posta in gioco nelle elezioni comunali di Roma. La genesi del successo della Lista Calenda e le possibili ricadute sul quadro nazionale. E sullo sfondo, l’ombra inquietante di una destra sempre più radicalizzata. Il Riformista ne discute con la storica e scrittrice Emma Fattorini, già senatrice del Partito democratico, tra i fondatori di Azione, docente di Storia contemporanea all’Università La Sapienza di Roma.

Il voto di Roma ha una valenza politica che va ben oltre la dimensione amministrativa. In questa chiave, può essere il laboratorio di un’alleanza attorno all’”agenda Draghi”?
Le novità del voto di Roma sono state due. In primo luogo che la metà dei romani non ha votato, e, in secondo luogo, l’importante ma non sorprendente affermazione di Carlo Calenda. E in queste novità si può intravedere indubbiamente qualcosa che riguarda Draghi. Ma, prima ancora di qualcosa relativa alle alleanze del suo governo vedo una sorta di “cambiamento antropologico” dei cittadini e dell’elettorato. Delle sue aspettative e delle sue richieste. Una nuova domanda. L’onestà, l’efficienza, la capacità di decidere, il credere in quello che si dice e il disinteresse nell’attuarlo in concreto: sono questi gli unici valori che attraggono i giovani e rassicurano gli adulti. Ed è quello lo spirito, squisitamente riformista in senso radicale, che ha ispirato il governo Draghi. Ed è quello che dovrebbe innervare la futura politica riformista. Quella che dovrebbe realizzare le riforme strutturali oltre la mera emergenza. Certo, nell’implicito bisogno alla delega a questo governo, ci sono dei rischi. Un affidamento che si avverte sempre di più, e che può portare ad un impoverimento della vita parlamentare e della partecipazione democratica. Ma non perché la soluzione stia nella politica di questi partiti, così come li abbiamo visti all’opera negli ultimi anni. Sia a destra che a sinistra. La distanza dei cittadini dalla politica tradizionale è ormai siderale. Da tanto, troppo tempo lo diciamo. Se il consenso dei partiti intorno a Draghi non è che una pausa resa necessaria dall’emergenza e non l’occasione per qualcosa di davvero nuovo avremo uno stanco ritorno ai partiti che prelude alla medesima ingovernabilità tripolare.

Il primo turno a Roma ha registrato un risultato superiore alle aspettative della “lista Calenda”. A determinarlo è stata “solo” la caratura personale del candidato sindaco o c’è anche dell’altro?
Mi lasci dire, come premessa, che non è stato sorprendente l’ottimo risultato di Carlo Calenda. Esso è dipeso da alcuni fattori contingenti e da altri strategici. Calenda fin dal primo giorno della sua lunga campagna elettorale si è rivolto alla vasta area dei disillusi. A chi non credeva alla retorica delle lotte tra stati maggiori di partito. Per offrire con energia e passione una concreta e credibile svolta nel governo di una città messa in ginocchio. Questo ha mobilitato davvero, al di là del numero dei voti. Perché conta anche lo spirito con cui si è votato, il come. Non solo in modo stanco, strascicato, turandosi il naso per l’ennesima volta. Si è visto chiaramente nello spirito, nell’energia e nella passione dei tantissimi giovani. Ed è stata penalizzata invece una nomenclatura politica che mira alla sua sopravvivenza e a una continuità degli assetti di potere destinati a mortificare ogni reale volontà di cambiamento. Certo hanno contato anche le indubbie doti personali di Carlo Calenda le sue capacità gestionali e direi la sua autonomia e indipendenza intellettuale, il suo coraggio e la sua determinazione. Paradossalmente le accuse di essere un decisionista o, un uomo solo al comando sono state una nota di merito. E credo che questo costituisca una indicazione “strategica”. Queste qualità vanno oltre il disastro di Roma, molti avvertono ora l’urgenza di una politica di questa natura per affiancare Draghi e per il dopo. Una politica che si confronta, ascolta, allarga il campo, ma poi decide, senza avere come unica bussola quella ideologica e di essere contro e non invece propositivamente “per”. Per governare e anche per rappresentare. Rappresentare chi produce e lavora, i ceti produttivi ma anche i tanti lavori precari e senza tutele e, non di meno, chi non ce la fa: chi è ai margini, gli scartati. Oltre il mero orizzonte assistenzialistico. Sfida difficile ma l’unica che valga la pena affrontare.

Il risultato di Virginia Raggi è il peggiore nella storia dei sindaci uscenti. Più in generale questa tornata elettorale ha segnato un pesantissimo arretramento dei 5Stelle. L’anti politica non attrae più?
La crisi irreversibile dei 5Stelle non significa la fine dell’antipolitica. E del resto se la metà degli italiani non va votare nelle più importanti città italiane, lì dove la politica dovrebbe essere quella più vicina ai cittadini, qualcosa di enorme vorrà pure dire. È finita la modalità grillina dell’antipolitica che riesplode in tante forme. In quelle pericolose che si sono viste negli scontri di Roma. Gravissime non per il pericolo fascista ma per l’assenza di una politica capace di interpretarla e rappresentarla. Non è più quella massimalista e palingenetica grillina che, di fatto, paradossalmente, raccoglieva i peggiori difetti della degenerazione della politica che i grillini tanto volevano combattere. Una eterogenesi dei fini, conditi con l’ignoranza e il pressapochismo che li ha caratterizzati. Le ragioni della crisi della politica e purtroppo della democrazia liberale ci sono ancora tutte e anzi si sono aggravate: l’idea che la politica possa risolvere tutto, l’investimento che viene fatto su di essa, di risolvere tutti i problemi degli individui, anche i loro bisogni-desideri che si vorrebbero riconvertire tout-court in diritti, l’affidamento acritico a un leader o viceversa la delega ad una rassicurante “comunità di interessi”, il ritorno a consumate ideologie novecentesche che sono impossibili prima ancora che sbagliate o pericolose, e in ultimo ma non in ordine di importanza la difficoltà di coniugare libertà e sicurezza. E tante altre aspettative onnipotenti fanno sì che di fronte all’ inevitabile impossibilità della politica, e di questa misera politica poi, a farvi fronte si produca una disillusione che genera cinismo. Un’estraneità che a sua volta può degenerare nella rabbia e persino nello squadrismo che abbiamo visto a Roma. Di una gravità che non va sottovalutata.

Roma nei giorni scorsi è stata al centro di violenze squadristiche. È solo un problema di frange minoritarie?
Quello che è successo a Roma non va minimizzato in nessun modo. Ma da storica non credo che il pericolo reale sia quello di un aggregarsi intorno ai miti pericolosi e regressivi del fascismo. Anche se, come avremmo detto un tempo, non dobbiamo mai abbassare la guardia: applichiamo la legge Mancino, piuttosto che moltiplicare un’infinità di leggi, come quella che approvammo sul negazionismo, più contro le opinioni che efficace nel contrastare le convinzioni o quelle per chiudere circoli di matrice fascista che potrebbero produrre l’effetto opposto. Credo piuttosto, e non da ora, che se c’è un riferimento storico che dovremmo scorgere con apprensione, è quello del clima Weimar. Quando la politica, la rappresentanza parlamentare, i partiti non riuscivano a rispondere alle immani attese post-belliche a fronte della loro assoluta debolezza di fronte alla crisi economica, di valori, e di speranze. Malcontento, insoddisfazione fine della politica, mancanza di rappresentanza, scontento che si incanala nella paura dei no vax. Perché se è vero che la distinzione tra destra e sinistra non corrisponde più al suo significato originario, la sostanza di ciò che questi schieramenti volevano rappresentare ci sono tutte e anzi, come nel caso delle diseguaglianze, esse restano e si sono anzi ancora più accentuate. Il problema è di chi e come le rappresenta. E qui entra in gioco un riformismo efficace e “radicale”. Per questo credo che il “centro” non debba essere uno spazio neutro, scialbamente moderato, geometricamente equidistante. Ma che, soprattutto e tanto più di fronte alla miseria dell’attuale destra italiana, debba schierarsi intanto sulle questioni di fondo della democrazia liberale e della giustizia sociale. E stare in quel campo. Ma la scelta non è stare in uno schieramento predeterminato quanto misurarsi sui programmi, il che non significa non avere una visione. E convinzioni ideali. Mi sembra che occorra lavorare senza indugio a questo progetto. Intorno ad Azione di Carlo Calenda per una confederazione che, secondo un copione visto già troppe volte, non deve avvenire attraverso una sommatoria politicistica di sigle o di rissosi leader poco generosi. Non si tratta insomma di ripetere o di contestare se ci sia o meno un mitico spazio al centro, ma di partire dalla domanda concreta delle persone, soprattutto di tanti giovani che ci mandano segnali inequivocabili, quelli di non volere scivolare nell’antipolitica ma che chiedono una politica molto, molto diversa, fatta da persone oneste e credibili, preparate e motivate.

Esperto di Medio Oriente e Islam segue da un quarto di secolo la politica estera italiana e in particolare tutte le vicende riguardanti il Medio Oriente.