Di Carlo Calenda hanno tutti o quasi tutti una paura fottuta. L’esercizio di questi giorni è stato quello di nanizzarlo essendosi mostrato gigantesco ed esorcizzarlo. Ho spigolato fra i talk alcuni frammenti di linciaggio fra il comico e il terrorista. Che cos’ha questo giovane uomo e imprenditore e politico e ministro e inventore di una associazione politica detta Azione, di nuovo e diverso? La butto lì: Calenda risponde ai nuovi criteri di un’Italia quasi futura ma che è già arrivata. È quella del super commissario e agente europeo Mario Draghi (sia detto anche come complimento sia a lui che all’Europa) che, come tutti sappiamo, per principio riga dritto. Ha accettato di fare personalmente una seduta psicoterapica a Salvini che vola come un tordo nella cattedrale sbatacchiando sui vetri, fa quella faccia da buono che non gli riesce mai, e ha dimostrato che la politica di questi partiti, quelli in campo, vale pochissimo. Di qui il turbamento, di qui l’astensionismo sanissimo che dimostra quanto gli elettori stiano vivendo un momento di crescita nella libertà e nell’indipendenza nel votare, di qui le furie eccitate di tutti i mercanti del tempio che non hanno più spazio per le loro bancarelle e botteghini per cambiavalute.

L’Italia che si profila ha un dannato bisogno di lavoratori che non ci sono, di ricerca scientifica che è umiliata ma che sa addirittura produrre un Premio Nobel per la Fisica nella stessa casa della Sapienza che ha ancora l’odore dei ragazzi di via Panisperna, di Fermi, di Cabibbo, Amaldi, Ageno e tutta la nostra magnifica scuola romana. Il Nobel Giorgio Parisi, scicchissimo perché volutamente disadorno, parla come Draghi, simulando battute d’arresto per cercare la parola e per trovarla secca e semplice. È uno che ha studiato la complessità del divenire, animale e sociale e fisico e terrestre e celeste. Geniale. Anche l’ecologia e il global warming sono state equazionate da Giorgio Parisi, e l’Italia seguita a vincere. È una stagione fatta così e arriva Calenda. Carlo non è un uomo nuovo, nel senso che è già stato ministro e un bravo ministro, ma è uno che ha capito la complessità, ha capito la novità, ha capito che devi saper dimostrare di andare dritto al punto, cut to the chase direbbe Draghi, and whatever it takes.

Questo fa incazzare tutti o quasi tutti. Il risultato elettorale su Roma ha dimostrato che c’è un popolo evoluto e riformista che cerca risposte solide e vere. Immondizia? Ci vuole il termovalorizzatore. Niente impianto, vuol dire cinghiali (che sono anche bestie educate e pulite che attraversano la Roma della ex Raggi sulle strisce) e sorci, e pantegane e avvoltoi bianchi quali sono gli infernali uccelli marini appollaiati sui cassonetti. Calenda ha trovato voti da tutti, centro destra e sinistra e cani sciolti. Lo hanno subito accusato di essere un pariolino, di praticare una politica senza cuore ma solo tecnologica. Nel centrodestra hanno detto che ci vorrebbe un Calenda. Lo stesso a sinistra. I pentastellati non capiscono bene di che si tratta e si danno a riti voodoo contro Carlo Calenda di cui bruciano o accecano bambole con la sua faccia. Ma il medioevo italiano si sta sbriciolando man mano che le truppe corazzate europee capitanate da Marius Von Draghi, erede della Merkel, attaccano sulle riforme dalla giustizia alla pubblica amministrazione, è perché l’Europa si è un po’ rotta le palle degli italiani che si autodefiniscono sempre geni assoluti, ma che hanno un Paese a macchie di leopardo in cui si intervallano i geniali e i trogloditi, di solito curatori dei loro privilegi.

Morale? È nata e già guida il motorino, l’idea di una azione riformista moderna all’altezza di una strategia che affronta la complessità alla maniera di Giorgio Parisi, il nostro amatissimo e pregiato Nobel. Calenda dà proprio questa impressione e comunicazione: uno che affronta la complessità, aborre la retorica, vomita davanti ai luoghi comuni, dà molti e giustificati segni d’insofferenza. È su questi che trova i voti. Molti voti, visto che come partito il suo è risultato primo. Un inizio folgorante che ha generato panico. Voi direte che non c’entra niente, ma a me viene in mente il presidente Cossiga, uno simpatico – e matto come un cavallo – messo in croce e demonizzato, il quale aveva capito all’inizio degli anni Novanta che bisognava affrontare la nuova complessità derivata dalla fine della guerra fredda e dei privilegi dell’Italia come Paese di cerniera. Nemo propheta in patria, e infatti si rifugiò in un convento in Irlanda. Oggi siamo in una transizione di una complessità internazionale di cui pochi si sono resi conto, in un contesto di pre-guerra che coinvolge America, Regno Unito e Australia con la Francia furiosa e una Merkel che passa il testimone e lo scettro di comando a Draghi, il quale ha chiuso la via della Cina e quella della Russia chiedendo un esercito europeo ma prima di tutto una politica estera. Un mondo nuovo. Formidabile e pericoloso, estremamente pericoloso.

Roma è una città di complessità unica per la sua triplice natura archeologica, periferica e burocratica, e Calenda ha convinto i romani più alfabetizzati, cosa che ha irritato moltissimo i suoi detrattori spaventati: “Sei un pariolino”. Sì, embè? Ha risposto lui. Dunque, Calenda è l’oggetto del desiderio. Di un doppio desiderio: utilizzarlo e ucciderlo. Secondo i casi. Dicendo che avrebbe votato Gualtieri al secondo turno ha forse ammazzato Michetti, ma questo è un dettaglio. Non appartiene di fatto ad alcun partito ma ha capito che i cittadini votano con la loro testa, magari a capriccio e non per partito. Tutto è rimesso in gioco e con lui all’orizzonte il tempo richiede velocità, altrimenti si finisce alle calende greche.

 

Giornalista e politico è stato vicedirettore de Il Giornale. Membro della Fondazione Italia Usa è stato senatore nella XIV e XV legislatura per Forza Italia e deputato nella XVI per Il Popolo della Libertà.