Nel suo libro Il compagno del secolo scorso, Gianni Cervetti, una storia nel Pci e del Pci, ha raccontato gli anni della sua formazione, assieme alla moglie Franchina, compagna di una vita recentemente scomparsa, di studente nella Russia di Chruščëv. «Cervetti – scrive Siegmund Ginzberg in un bel articolo su Il Foglio – è uno che di Unione Sovietica e di Russia ne sa qualcosa… È l’uomo che Enrico Berlinguer aveva incaricato di recidere ogni cordone ombelicale con l’Urss. Di mettere fine agli imbarazzanti finanziamenti, in qualsiasi forma. L’ha raccontato negli anni Novanta senza alcuna reticenza, per filo e per segno nel suo L’oro di Mosca». E nel riannodare i fili della storia che collegano il passato con un tragico presente, la guerra in Ucraina, Gianni Cervetti, storico segretario della Federazione milanese del Pci, regala a Il Riformista un aneddoto inedito nel centenario della nascita di Enrico Berlinguer.

Denazificare l’Ucraina. Un richiamo costante alla Grande Guerra Patriottica. Nella narrazione “putiniana” che accompagna la guerra in Ucraina questi riferimenti al passato ricorrono incessantemente. Cosa c’è dietro?
Il tentativo di attualizzare le cose quando non si possono attualizzare. Perché le condizioni della storia erano altre. Questa attualizzazione ha un significato chiaramente politico: il tentativo di dimostrare che nulla è cambiato in Ucraina e nel mondo. Un tentativo che mi pare molto difficile non solo da condividere ma che possa avere un vero successo.

Per restare sull’argomento. Un passo indietro nel tempo. Venticinque aprile 2005. Quel giorno, in un discorso passato alla storia, Putin afferma, cito testualmente: “La dissoluzione dell’Unione Sovietica è stata la più grande catastrofe geopolitica del XX° secolo: un dramma per decine di milioni di connazionali abbandonati fuori dai confini della Russia”. La narrazione che fa da sfondo alla guerra in corso nasce dunque molto prima del 24 febbraio 2022…
Certo, nasce prima. Però è una narrazione che non tiene conto degli sviluppi della Storia. Mi pare una narrazione che serve a Putin per giustificare e legittimare, soprattutto sul piano interno, la decisione di muovere guerra all’Ucraina. E questa è un’operazione che nella Storia non si può né si deve fare.

Una Storia che lei ha vissuto in prima persona. E che rimanda anche al rapporto tra il Partito comunista italiano e l’Unione Sovietica. Il 26 maggio si è celebrato il centenario della nascita di Enrico Berlinguer. In questa occasione molti hanno scritto facendo riferimento, tra l’altro, al Berlinguer dell’intervista a Pansa sulla Nato e al Berlinguer dello strappo con Mosca. Lei, che a Berlinguer è stato molto vicino, come declinerebbe questo racconto alla luce dell’oggi?
Quel racconto di Berlinguer, nei passaggi storici a cui lei fa riferimento, tocca il massimo del suo pensiero e della sua azione. Poi, più in generale della figura di Berlinguer si può discutere per altri versi. L’interpretazione che, per esempio, ne dà Tronti nell’intervista a Il Riformista, per quanto stimolante a me pare che dia di Berlinguer una visione riduttiva e al fondo sbagliata.

Perché?
Dell’intervista di Tronti mi ha colpito particolarmente un passaggio, quello in cui afferma che il famoso “strappo” rispetto all’Urss, comunemente considerato tardivo, in realtà avviene al limite ultimo, quando non se ne poteva più fare a meno. E questo perché Enrico sapeva, a differenza di autorevoli iscritti al Pci che diranno di non essere mai stati comunisti, che il suo popolo non voleva strappare…”. Mi ha colpito perché io ero a Mosca, con Berlinguer, nei giorni in cui deflagrò lo “strappo”. Io mi ricordo una piccola vicenda della sua vita e del suo pensiero di cui sono stato testimone diretto. Se vuole gliela racconto…

È un regalo che fa ai nostri lettori…
Eravamo a Mosca a preparare il discorso che Enrico Berlinguer avrebbe poi fatto al Congresso del Pcus. Un intervento che suscitò molte perplessità e persino un brusio nella sala. Un brusio molto strano per quel tipo di pubblico. A un certo punto, Berlinguer, e io con lui ci stancammo e uscimmo a fare quattro passi tra mucchi di neve, era il mese di febbraio. Parlammo liberamente. E io mi permisi di dirgli che dovevamo prendere le distanze da quella politica e anche da quel Paese che aveva avuto una chiara involuzione con Bréžnev. E lui mi fece un segno di assenso assolutamente soddisfatto.

Tornando alla Russia. Un Paese che lei ha conosciuto e amato molto, come emerge nel suo bel libro Il compagno del secolo scorso. Oggi che cosa è rimasto di quella Mosca, di quella Russia?
Senta, la Mosca di quei tempi, quelli che io vissi là, era una Mosca impersonata da Chruščëv, che pur con tutte le sue contraddizioni e oscillazioni fu certamente un innovatore, sia sul piano internazionale sia su quello interno. Si può dire tutto di Chruščëv ma non che fosse un fine teorico. Era un vecchio contadino che cercava di svolgere un lavoro di rottura rispetto a un certo passato. E con tutte le sue contraddizioni cercò di rompere vecchie incrostazioni.

Rimanendo dentro la Storia. Vladimir Vladimirovic Putin, ex ufficiale del Kgb, non è un prodotto di quella Storia?
Sì, lo è. Ma occorre essere più precisi e non eccedere in una generalizzazione che non aiuta a capire gli eventi della Storia e quelli della politica. Putin è stato una scelta di Eltsin che, è bene ricordarlo, fu colui che rifiutò quella Storia nella sua parte progressiva. Eltsin era avversario diretto di Gorbacëv il quale, anch’egli con limiti e contraddizioni, cercò comunque di innovare. Nella storia della Russia, prim’ancora che s’instaurasse l’Unione Sovietica, ci sono tre periodi nei quali le cose potevano svilupparsi in senso democratico…

Quali?
Il primo all’inizio del secolo scorso, quando Lenin stesso scrisse un libro alquanto ponderoso e meditato, Lo sviluppo del capitalismo in Russia, giustificando con materiale addirittura statistico, la sua idea che in Russia potesse svilupparsi una rivoluzione democratica. Il secondo periodo è con Chruščëv che cerca di fare ciò a cui accennavo in precedenza, con un’opera di destalinizzazione e di riforme che fu stroncata con la sua destituzione. Il terzo periodo, è quello brevissimo di Gorbaciov, stroncato anch’esso con la sua defenestrazione, dovuta a un combinato disposto di motivazioni internazionali e ostacoli interni, quest’ultimi impersonati da Eltsin. Queste sono state le tre grandi occasioni mancate. Irripetibili.

Per restare nella Storia. Berlinguer nella celebre intervista a Giampaolo Pansa, pubblicata sul Corriere della Sera il 15 giugno 1976, afferma di sentirsi più sicuro sotto l’ombrello della Nato. Che ricordi ha di quel passaggio d’epoca?
Beh, fu un fatto dirompente ma sostanzialmente positivo. Ci fu discussione all’interno della Direzione del Partito. Alcuni l’accettarono obtorto collo, ma la cosa passò. E fu un bene.

Anche alla luce dell’oggi? C’è chi vede con preoccupazione l’ingresso nella Nato di Svezia e Finlandia. Lei che ne pensa?
Penso che sia una scelta obbligata, conseguenza di ciò che è avvenuto e sta avvenendo in Ucraina. Uno stato di necessità. Una risposta difensiva, a questo punto necessaria, all’azione aggressiva della Russia.

Per concludere con Berlinguer. Pescando anche nei ricordi personali, c’era in lui una visione “europeista”?
Le rispondo con un ricordo personale che dice molto sull’europeismo di Berlinguer. Riguarda il suo via libera alla scelta che facemmo di candidare Altiero Spinelli alle elezioni politiche del 1976. La cosa suscitò qualche malumore da parte di alcuni. È una storia che ho raccontato nel libro che lei ha citato, Il compagno del secolo scorso. Quella decisione fu presa su suggerimento di Amendola. Mi telefonò una sera, a liste ormai chiuse, e mi disse: ho sentito dire da Pirani che se facessimo una proposta a Spinelli, non sarebbe alieno dal considerarla. Allora Pirani, che poi divenne una delle firme più prestigiose della Repubblica di Eugenio Scalfari, era segretario di Spinelli. E come faceva di solito Amendola, un po’ sbrigativamente, mi disse: vedi tu… Io telefonai a Pirani, e poi lascerei la parola a Spinelli che nel suo Diario scrive, tra l’altro “Trovo all’aeroporto, Monbelli, Pirani e Cervetti, responsabile della centrale comunista e un notaio. Firmo la mia accettazione per le Circoscrizioni di Roma e Milano per la Camera dei Deputati… Mezz’ora dopo, la moglie di Cervetti parte per Milano per portarla. Resto un po’ titubante rispetto a questa fretta che precede ogni accordo. Cervetti mi rassicura. Mi spiega che come indipendente sarò libero di dire quello che vorrò e di votare come vorrò. Accetto. Alle 20 Cervetti mi telefona: tutto è riuscito. Sono nelle liste di Milano e di Roma. M’informa che il Partito chiede la concentrazione delle preferenze su un gruppo di nomi, tra i quali il mio […]. Dieci minuti dopo, gli detto una mia dichiarazione […] Vado a letto pensando, con malinconia, che Ursula non può partecipare a questa mia vittoria politica…”. E la sua candidatura ed elezione fu anche una vittoria di Enrico Berlinguer. È solo un ricordo, un frammento politico, ma indicativo di un europeismo di Berlinguer che andava oltre l’orizzonte dell’eurocomunismo. Spinelli rappresentava il “sogno” federalista, gli Stati Uniti d’Europa. Nella realizzazione di quel sogno c’è il futuro dell’Europa.

Esperto di Medio Oriente e Islam segue da un quarto di secolo la politica estera italiana e in particolare tutte le vicende riguardanti il Medio Oriente.