Le sue prese di posizione hanno animato il dibattito dentro il Pd e nel “campo” più ampio della sinistra. Una cosa è certa: Goffredo Bettini fa discutere come pochi altri. E questo è un bene, comunque la si pensi.

Partiamo dal tema del governo e dell’elezione del nuovo presidente della Repubblica. Questioni scottanti e tra loro strettamente intrecciate. Come la vede?
Sulla prospettiva politica e la questione della presidenza della Repubblica, Enrico Letta ha chiesto una moratoria della discussione. È del tutto comprensibile e saggio. Speravo che tutti i dirigenti del Pd accogliessero l’appello. Non è stato così. Personalmente le cose che avevo da dire le ho dette. Ora si tratta di concentrarsi esclusivamente sulla prova difficile e per molti aspetti importantissima delle elezioni amministrative. Mi preme solo sottolineare, di nuovo, che la mia vera preoccupazione riguardava il modo migliore per non perdere il contributo decisivo di Draghi all’Italia; soprattutto sul piano dei rapporti con l’Europa, degli indirizzi macroeconomici e della politica estera. Draghi rappresenta una garanzia per l’equilibrio della Repubblica e ritengo che, qualsiasi ruolo egli voglia o possa ricoprire, tale garanzia vada conservata anche nel futuro. In politica spesso, per stupidità o per ipocrisia, chi sbandiera in modo un po’ scomposto un obiettivo (la “draghizzazione” del Pd. Boh!), alla fine diventa la causa dell’affossamento di chi si intenderebbe esaltare. Ma su questo, ripeto, faremo una valutazione più serena dopo la conclusione dei ballottaggi nelle grandi città.

Le amministrative. È difficile pensare che un voto che riguarda quasi 20 milioni di italiani e città come Roma, Milano, Torino, Bologna e Napoli, solo per citare le più grandi, non abbia una ricaduta politica sul quadro nazionale. Che previsioni si sente di azzardare sui ballottaggi?
Essi si svolgeranno in una situazione politica, a mio avviso, più aperta per il Pd e il centrosinistra. Anche grazie ad una linea allo stesso tempo ferma, autorevole e duttile del segretario del mio partito. Rimane salda l’intenzione di una convergenza-alleanza con il Movimento 5Stelle, ma nelle rispettive autonomie; che in questa fase, nella quale il governo del Paese non si fonda esclusivamente sul rapporto tra Pd e Conte, pretende che ognuno definisca meglio il proprio profilo. Si è impostato anche un dialogo nuovo con l’insieme della sinistra e con strati non secondari di società civile, attraverso le Agorà. Nel campo a noi avverso, invece, mi pare ci sia una divisione molto forte di tutti contro tutti. Ma in particolare tra Salvini e la Meloni. E, nella stessa Lega, emergono fratture non facili da sanare. Nessuno sa bene come si comporranno gli schieramenti della destra italiana prima nel voto del 2023. Da qui traggo l’impressione di una difficile stabilità del governo dopo le elezioni del presidente della Repubblica e del rischio che proprio dalla destra possa venire il “rompete le righe” rispetto a Draghi. Ma ripeto: vedremo. Oggi, come ho detto, ci dobbiamo concentrare sul voto di ottobre. Un buon risultato nelle amministrative può cancellare quella sensazione che ci portiamo appresso da qualche anno; vale a dire che sia scontata una vittoria delle destre nelle prossime elezioni politiche. Né per Letta né per Conte, per certi aspetti entrati in corsa nella preparazione di questa prossima battaglia, i risultati metteranno in discussione la loro leadership. Ma è certo che conteranno sul corso degli avvenimenti futuri e per le sorti della nazione.

Previsioni?
Sono molto fiducioso. Si tratta di combattere fino alla fine, ma in queste settimane si sono evidenziati elementi rilevanti. Si è confermata tra i cittadini la convinzione che la sinistra nelle amministrazioni locali generalmente lavora meglio e più onestamente rispetto agli altri. Dove le forze democratiche e progressiste non hanno governato unitariamente, o dove ha governato la destra, gli esiti sono stati altamente negativi. Roma e Napoli sono gli esempi più significativi. I candidati che abbiamo messo in campo sono nettamente più preparati, credibili e autorevoli dei loro avversari. Infine, nella crisi profonda che la società italiana sta attraversando e tentando di superare, i nostri programmi riescono a unire un’ispirazione sociale, di giustizia e di umanità con una visione moderna, innovativa e coraggiosa del futuro.

Cruciale sarà il risultato di Roma, città che lei conosce molto bene.
In questo quadro Roma è certamente la madre di tutte le battaglie. Gualtieri sta combattendo con molta forza e intelligenza. Ha scelto, prevalentemente, di camminare palmo a palmo nella città. In tutte le sue parti. È il solo che affronta anche le situazioni più difficili, senza demagogia ma con proposte concrete e convincenti. Tranne la brevissima parentesi di Marino che pure ha lasciato dei risultati importanti e oggi rivalutati, la sinistra non governa Roma dal 2008. E si sente. Non si tratta di essere nostalgici di Rutelli e Veltroni. Perché anche il loro straordinario lascito va rinnovato. Si tratta, più semplicemente, di smontare delle ridicole argomentazioni per le quali chi ha portato la città nelle condizioni attuali, si giustifica con un passato ormai lontanissimo. L’evidenza non si può negare: da quando si è interrotto il nostro governo riformatore, la Capitale è stata mandata allo sbaraglio. Oggi Gualtieri la vuole e la può rimettere sui binari giusti. Condivido molto la sua aspirazione a rendere Roma la città dei “15 minuti”. Dentro questa idea c’è una spinta alla giustizia (che manca), a cambiare una comunità che costringe la gente normale a faticare ogni giorno per poter curare gli affetti e i figli, andare a lavoro, usufruire dei servizi, curarsi o svagarsi. Avere tutto a portata di mano, significa costruire una città policentrica, dove la qualità rende le periferie vivibili, funzionali e attrattive. Naturalmente ciò comporta non solo visione, ma capacità amministrativa e risorse. Gualtieri è in grado, lo ha dimostrato in Europa e come ministro del Tesoro, di saper maneggiare con grande equilibrio e perizia le leve dell’amministrazione pubblica. E, soprattutto, è il solo veramente in grado di alzare il telefono e di parlare con tutta la classe dirigente europea, garantendo che le risorse destinate a Roma vengano protette, aumentate e spese bene. E poi c’è un aspetto decisivo. I romani si sono sentiti molto abbandonati. È aumentata la distanza tra il potere capitolino e le loro vite. Il senso della comunità si è disperso. È un processo che ha investito in generale la società italiana. Ma nelle grandi città può diventare più acuto e irreversibile. È decisivo invertire la tendenza. Ecco perché occorre, come ha ribadito più volte Gualtieri, mettere in campo una squadra larga, diffusa, vicina alle parti più diverse della società romana. Nella sua alleanza, ci sono due formidabili liste civiche. È tornato il glorioso simbolo dei Socialisti con Bobo Craxi capolista. Occorre un’orchestra e non un unico direttore solitario e prepotente. Naturalmente questa orchestra va fatta suonare con ordine, armonia e disciplina unitaria. Ma, in essa, ognuno avrà la possibilità di portare il suo contributo e le sue riflessioni. Si tratta di riaprire un confronto, un corpo a corpo con i cittadini per drenare la solitudine, l’indifferenza, la diffidenza e il disincanto. Occorre dissodare il terreno. Ritornare a parlare alle singole esistenze disperse. Rivitalizzare una rete straordinaria di associazionismo e di volontariato che pure esiste, ma opera tra tante difficoltà. Calenda si vanta di aver presentato una sola lista. Un listone unico, che già di per sé come idea ricorda periodi infelici della storia italiana. Ma con un listone unico si manifesta una volontà dirigistica, verticistica e presuntuosa che è esattamente il contrario di quello che si aspettano i romani.

La politica, si sa, spesso personalizza lo scontro. Su di lei poi…
Non voglio soffermarmi troppo sulle critiche ai nostri competitori. Sono stato oggetto, davvero in modo bugiardo e malevolo, di attacchi personali. Ho ripetuto che, per quanto mi riguarda, della gestione di Roma non mi occupo da tanti anni, almeno dal 2008. Da quel momento è nata una generazione di nuovi dirigenti nel complesso orientata a superare l’esperienza del “modello Roma” e quello che è considerato, appunto il sottoscritto, il suo fondamentale ideatore. Mi è sembrato giusto. Mi rincuora tuttavia aver lasciato a Roma non solo un segno politico con una esperienza di governo importante, ma anche risultati solidi e visibili: l’Auditorium e la Festa del cinema. Il primo seguendolo passo passo come responsabile della costruzione. Il secondo avendolo fondato da zero, insieme a Veltroni e con la collaborazione di Mario Sesti. Sugli altri candidati svolgo qualche considerazione oggettiva. Per quanto riguarda Calenda, ha dimostrato una oscillazione continua che non promette nulla di buono se dovesse fare il sindaco. Cosa che allo stato attuale ritengo altamente improbabile. In un primo tempo si è presentato come una variante più rigorosa e “riformista” del centrosinistra. Dividendolo e indebolendolo. Oggi vedo che indica Bertolaso come vicesindaco. Ammiccando alla destra e indicando quello che nelle settimane passate era un candidato molto accreditato proprio nella destra. Poi chiama in causa anche Marino. Che è stato combattuto innanzitutto da Renzi, che in questa campagna elettorale è alleato di Calenda. La confusione è sovrana. Altro che priorità dei programmi. Siamo al puro politicismo su una impostazione personalistica: quello che conta per Calenda è Calenda stesso.
Sulla Raggi c’è poco da dire. Non solo in questi anni è stata del tutto inadeguata. Da un punto di vista politico appare molto combattiva, persino tosta, ma per certi aspetti questa resistenza è ancor più negativa per la città. Perché tenta di nascondere un complessivo fallimento che si vede persino ad occhio nudo in questi giorni di campagna elettorale. Il traffico è impazzito. I rifiuti aumentano sulle strade, mentre i cinghiali scorrazzano. Le piste ciclabili, assolutamente auspicabili, sono state collocate lungo percorsi incredibili. Bloccando la circolazione e permettendo il loro facile utilizzo da parte di tanti motociclisti che sfrecciano a 100 km/h. Il Festival di Ostia è stato interrotto per sospette infiltrazioni mafiose. Per avere una carta d’identità passano mesi. Infine, il sottoscritto, molto più della Raggi, ha difeso fino all’ultimo il premier Conte. E considero gli elettori del Movimento 5Stelle dei compagni di viaggio per un’alternativa alla destra. Ecco perché ritengo davvero ingiuste e pregiudiziali molte critiche che la sindaca fa a Gualtieri per le decisioni assunte come ministro del Tesoro del Governo Conte II, di cui Conte è corresponsabile. Ci vuole più coerenza e trasparenza. Comunque la verità resta che il vero pericolo da respingere è la vittoria della destra con Michetti. Egli non è in grado di fare la campagna elettorale né tantomeno di governare. Ma ha dietro la destra romana che è sempre rocciosa. Per evitare sorprese è meglio che convergano tutti su Gualtieri, che è il candidato democratico con più consensi e con maggiore esperienza.

Uno dei terreni più duri di scontro riguarda il Green Pass…
Sui vaccini condivido interamente la posizione del Pd e di Draghi. Si vada avanti sulla strada intrapresa e non ritengo una prepotenza arrivare, se necessario, anche all’obbligatorietà del vaccino. Alla base dei no vax c’è un’idea un po’ strana della libertà. Che significa libertà? Mettere a rischio le altre persone, renderle meno sicure e protette, si può considerare una forma di libertà? Chi può accettare questo disprezzo per la vita che egoisticamente una minoranza intende praticare? È una libertà, francamente, che non si misura con la libertà dell’altro. Quella di non essere contagiato e manomesso nella propria esistenza. È la libertà egoistica, individualista, ottusa e persino volgare che ampiamente si è diffusa nella società contemporanea. La destra parla tanto di mura da costruire per difendere le tradizioni e il nostro passato. Eppure quando si tratta di difendere la salute in particolare dei più deboli, si dimostra libertina; non libertaria ma libertina. Cioè, giustifica comportamenti irresponsabili e totalmente privi di una coscienza comunitaria. So che anche da qualche importante intellettuale della sinistra sono venute critiche rispetto ad alcuni provvedimenti eccezionali che possono ledere i diritti dei cittadini. Ma a me francamente non preoccupano i provvedimenti eccezionali di fronte ad una situazione eccezionale. Mi preoccupa, invece, quella riduzione della rappresentanza democratica e dei canali di scorrimento tra l’alto e il basso che almeno dalla metà degli anni ’70 (ricordate la trilateral?), hanno affermato che nel mondo c’è troppa democrazia. Oggi le grandi potenze capitalistiche coincidono con molti regimi autoritari. Questa riduzione di democrazia è stata una potente spinta a considerare il riscatto e il miglioramento della propria vita come un fatto individuale. Come personale successo e non come un processo collettivo di liberazione e di speranza. C’è stata una sorta di trasformazione antropologica nel nostro popolo. Ognuno per sé e chi se ne frega degli altri. Da qui la radice della protesta dei no vax (per fortuna minoritaria). Ma, ripeto, che libertà è questa? L’autentica libertà è comprendere ciò che si vuole veramente nella vita e ciò che a partire dalla scoperta autentica di chi si è, si può condividere con gli altri. Perché senza gli altri non esisteremmo neppure.

 

Esperto di Medio Oriente e Islam segue da un quarto di secolo la politica estera italiana e in particolare tutte le vicende riguardanti il Medio Oriente.