Le sfide della Leopolda. Contenuti, alleanze e un rilancio dell’impegno garantista. La parola a Ivan Scalfarotto, sottosegretario agli Interni, figura di primo piano di Italia viva.

Su quali valori e contenuti dovrebbe fondarsi quel campo centrista evocato alla Leopolda da Matteo Renzi?
Parlare di “centro” potrebbe essere fuorviante, far pensare a una palude immobile che è tutto il contrario di ciò a cui pensiamo. L’area politica che intendiamo rappresentare è quell’area di elettori che non si riconoscono negli opposti estremismi, sovranismo e populismo, che negli ultimi anni hanno inquinato il dibattito politico e che hanno trovato sublimazione nell’alleanza gialloverde. Ma sarebbe sbagliato definirlo solo in negativo. Il campo che abbiamo in mente è al contrario denso di valori forti e chiari: è quello dei riformisti, dei liberali, dei progressisti, degli europeisti. Di chi crede nel merito, di chi sogna un Paese che aiuta e sostiene i più deboli, ma che per farlo efficacemente non può che puntare sulla crescita. Di chi si concentra sugli obiettivi e non sulle bandiere. Di chi crede nel lavoro e non nell’assistenzialismo, nella necessità di abbassare la pressione fiscale. Di chi difende i diritti delle minoranze, la parità sostanziale fra uomo e donna, di chi chiede una giustizia giusta, di chi crede che si debba proteggere il Pianeta ma non per questo ascoltare le sirene della decrescita, bensì sfruttare la transizione ecologica come mezzo per far crescere il Paese. Di chi guarda alla risoluzione dei problemi e non resta ancorato alle ideologie del passato. Io mi sono sempre ritenuto, e tuttora mi ritengo, uomo di sinistra. Ma se essere di sinistra in Italia significa andare a braccetto con chi ha firmato i decreti Salvini, o con chi fa alleanze locali con gli esponenti di Casa Pound come accade in Puglia, allora è necessario che le ragioni di chi crede in una società equa e aperta si sviluppino in un campo completamente nuovo e ugualmente alternativo agli altri due, non dipendente né dall’uno né dall’altro. Del resto, a chi si stupisce e si indigna ogni qual volta Italia viva non si schiera sulle posizioni del Pd, bisognerebbe ricordare che c’è un motivo preciso, questo, se siamo usciti da un partito che abbiamo contribuito a creare e a portare al massimo dei suoi consensi.

Contenuti e alleanze. Per Italia Viva la rottura dell’asse Pd-5Stelle è condicio sine qua non per immaginare un’alleanza con i dem?
Come dicevo, il Partito democratico ha nei fatti abbandonato la sua vocazione riformista inseguendo Conte e il Movimento Cinque Stelle e privilegiando quelle frange interne al partito più a proprio agio con il messaggio populista. Il problema è tutto politico: noi siamo sempre stati e siamo ancora alternativi al populismo grillino. Il M5S ha cambiato faccia pur di restare a galla ma non scordiamoci quali sono stati i loro storici cavalli di battaglia, qual è il loro DNA: il giustizialismo, la “decrescita felice”, la violenza comunicativa, l’abbandono della collocazione euroatlantica, le fake news e il complottismo, l’impeachment per il Presidente Mattarella. Il Movimento, con la sua retorica dell’”1 vale 1”, è la negazione stessa della politica. Come ha detto giustamente la nostra Presidente Bellanova alla Leopolda, chi pensa che Teresa sia di destra e Paola Taverna di sinistra, farebbe bene a farsi curare. Il Pd ora è di fronte un bivio: o lasciare il Movimento al suo destino e costruire un centrosinistra vero, con un’identità precisa, pragmatica ed europeista oppure, se il progetto è quello dell’alleanza con Conte, le nostre strade dovranno necessariamente dividersi. Purtroppo, l’annuncio dell’ingresso del M5S nel gruppo socialista al Parlamento Europeo lascia presagire il peggio.

Silvio Berlusconi ritiene che il centro esiste solo se guarda a destra. Come la mettiamo?
Per smentirlo basta pensare che il più grande partito di centro, la DC, aveva un’ala destra e un’ala sinistra. L’ala sinistra è quella che negli anni ha prevalso più spesso. Per Berlusconi, Aldo Moro era forse uomo di destra? Molti importanti esponenti del Pd vengono dalla tradizione popolare, da Delrio a Castagnetti, da Rosy Bindi a Franceschini: qualcuno potrebbe mai considerarli esponenti della destra? Io credo invece che debba essere Forza Italia a decidere finalmente da che parte stare: in Europa ha scelto il PPE, non i sovranisti che si alleano con Ungheria e Polonia. In Italia invece, a parte alcune figure di spicco che mi pare non nascondano nemmeno più il proprio comprensibile disagio, sembra dimenticare chi sono i suoi compagni di strada. La verità è che un centrodestra è pensabile solo se a trazione moderata: negli ultimi anni invece, più che parlare di centro-destra, parlerei di un centro fagocitato dall’estrema destra. Speriamo che dopo il Quirinale ci sia maggiore chiarezza, visto che Silvio Berlusconi sembra essere concentrato attualmente solo su quell’obiettivo: è arrivato addirittura ad elogiare il reddito di cittadinanza per corteggiare le truppe grilline in rotta… sentirlo dire dal leader di un partito che si definisce liberale, deve aver fatto un certo effetto anche ai suoi elettori.

Molto si discute e si ipotizza sul futuro politico di Mario Draghi. C’è chi lo vorrebbe al Quirinale e chi invece ritiene che debba continuare a essere sulla plancia di comando di Palazzo Chigi per portare a termine la realizzazione del Pnrr. Lei come la vede?
Mario Draghi è la punta di diamante di un intero Paese, ha restituito all’Italia il ruolo e il prestigio che merita. Con lui alla guida, siamo diventati i leader europei della campagna vaccinale e in Europa la posizione di Roma è tornata determinante. Aver creato con le nostre dimissioni dal governo Conte le condizioni del suo arrivo a Palazzo Chigi credo sia stato un grande servizio che Italia viva ha reso al Paese. Con le sue capacità e il suo standing, Draghi può essere il protagonista di qualsiasi scenario: dall’assunzione di un ruolo internazionale, all’elezione al Quirinale, alla possibilità di governare il Paese fino al completamento del Pnrr da Palazzo Chigi fino al 2028. Proprio per le sue qualità trovo molto irrispettoso il gioco dei leader politici che hanno in mente di spingere per il voto anticipato nel 2022 al fine di “archiviare” l’esperienza Draghi e riprendersi una scena dalla quale il suo arrivo li ha esclusi. Di certo, parlare ora di Quirinale è prematuro: in genere, il quadro si schiarisce solo all’ultimo istante. Mi lasci però utilizzare questa opportunità per esprimere ancora una volta un ringraziamento al Presidente Mattarella per il suo settennato e la sua leadership. Le sue decisioni sono state fondamentali per il destino del Paese, in questi anni segnati dalla crisi e dalla pandemia. Gli italiani lo ricorderanno a lungo con gratitudine e con molto affetto.

Nel dna di un campo centrista allargato c’è anche il garantismo?
Il garantismo dovrebbe essere un principio irrinunciabile per chiunque si professi democratico e abbia a cuore lo Stato di diritto. Il garantismo sta scritto nella Costituzione repubblicana anche se dall’ex premier Conte (punto fortissimo di riferimento di tutte le forze progressiste) abbiamo sentito teorizzare non soltanto le virtù del sovranismo dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, ma anche “l’equidistanza tra garantismo e giustizialismo”, come se fossero due posizioni equipollenti. In Italia assistiamo purtroppo da anni a un pericoloso squilibrio fra potere giudiziario e politico, ai danni del secondo. La denuncia di Sabino Cassese, Carlo Nordio, Annamaria Bernardini De Pace e Gian Domenico Caiazza dal palco della Leopolda è un grido che va ascoltato e a cui occorre dare seguito con grande equilibrio, ma anche con atti concreti. D’altronde, gli italiani hanno purtroppo sempre meno fiducia nella magistratura: questo perché una parte di essa, sono certo minoritaria, ha assunto un ruolo che è sempre meno vicino a quello dell’arbitro e sempre più vicino a quello di chi gioca. Ma essere garantisti non vuol dire esserlo solo con gli amici o con i cosiddetti colletti bianchi: significa rinunciare in toto al populismo giudiziario della gogna, delle manette, dei processi sommari. Significa anche avere un sistema carcerario degno di un Paese civile, significa difendere le prerogative e i diritti di chiunque, anche di chi si è macchiato di crimini orrendi: “Nessuno tocchi Caino” per citare il nome della benemerita associazione radicale contro la pena di morte. In questo risiede la forza della democrazia e dello Stato di diritto. Purtroppo, in questo senso, ci sono ancora molti passi da fare nella politica e nell’opinione pubblica.

Esperto di Medio Oriente e Islam segue da un quarto di secolo la politica estera italiana e in particolare tutte le vicende riguardanti il Medio Oriente.