Il Colle conteso. Tra le speranze di Berlusconi, i fans, non tutti sinceri, di Draghi e la prospettiva, che bisogna capire quanto realistica, di un Mattarella bis. Il Riformista ne discute con uno dei più autorevoli storici e studiosi italiani della sinistra: Massimo L. Salvadori, professore emerito all’Università di Torino. Tra le sue innumerevoli pubblicazioni e saggi, ricordiamo i più recenti Le ingannevoli sirene. La sinistra tra populismi, sovranismi e partiti liquidi (Donzelli, 2019) e Storia d’Italia. Il cammino tormentato di una nazione. 1861-2016 (Einaudi, 2018).

La corsa al Quirinale è aperta. Si moltiplicano i tavoli, reali e virtuali, dei partiti per giocare la grande sfida. Il Centro-destra venerdì ha ufficialmente lanciato la candidatura di Silvio Berlusconi. Professor Salvadori, quella del Cavaliere è una candidatura di facciata?
Se si tratti o meno di una candidatura di facciata, non sono in grado di dirlo. Forse sì, forse no. Non è però su questa questione, pur molto importante, che occorre ora soffermarsi, ma sui seguenti fatti: che la candidatura sia stata resa ufficiale da parte dello schieramento che ritiene di avere dietro di sé la maggioranza degli italiani; che questa candidatura spaccherebbe il Paese; che l’ipotetica elezione di Berlusconi ha già ben comprensibilmente iniziato ad allarmare non solo in Italia ma anche all’estero.

In tutto questo, il segretario del Pd Enrico Letta ha riunito l’Assemblea nazionale dem proponendo un patto di legislatura e l’elezione di un «Presidente super partes».
Buoni propositi, che richiedono buoni interlocutori. Il problema è che i partiti, chi più chi meno, sono divisi al loro interno, a partire dal Movimento 5 Stelle, dove Conte non riesce a tenere insieme i vari pezzi. Un patto di legislatura presuppone un’idea condivisa del programma da perseguire e di ciò che costituisca l’interesse nazionale al di sopra degli interessi particolari. L’esperienza insegna che i nostri attuali partiti, dalla crisi del governo Berlusconi che portò a quello presieduto da Monti per arrivare all’avvento di Draghi alla guida dell’esecutivo, si rendono disponibili a larghe intese solo quando avvertono di non avere più il pallino in mano e hanno di fronte un Capo dello Stato saldamente in carica in grado di prendere l’iniziativa politica e proporre una soluzione che la maggioranza dei parlamentari non può rifiutare. Sennonché i partiti che si sentono esautorati mirano ora a riaffermare la loro “sovranità” facendo però leva su non salde coalizioni, le quali più che in competizione sono in contrapposizione. Tutto ciò, mentre occorre che alle elezioni del nuovo Presidente non faccia seguito un esecutivo incapace di portare in porto le riforme senza le quali vengono a cadere i finanziamenti dell’Unione Europea. Letta invoca un «presidente super partes». Naturalmente l’espressione ha alcunché di retorico poiché nessuno nel mondo è sopra le parti. Ma si capisce comunque ciò che egli intende dire, e cioè che si richiede un Capo dello Stato che sia capace di mediazione nell’affrontare i contrasti, impedendo che sia messa in forse la tenuta delle istituzioni, favorisca le buone relazioni tra l’Italia e i suoi partner europei, tenga ferma l’ispirazione europeistica e, last but not least, possegga la necessaria esperienza politica. Saranno all’altezza del loro compito quanti chiamati ad eleggere una personalità con un simile profilo?

Al centro dei “giochi” c’è Mario Draghi. Vi è chi lo vorrebbe al Quirinale, chi invece ritiene che debba restare a Palazzo Chigi fino alla fine della legislatura nel 2023…
Certo la personalità di Draghi si attaglierebbe assai bene alla figura di Presidente della Repubblica sopra delineato, ma personalmente penso che sarebbe meglio che egli restasse alla guida del governo, poiché non vedo all’orizzonte alcuno che abbia l’autorevolezza e le capacità da lui dimostrate in questa funzione quanto mai delicata e difficile.

Il giudice emerito della Corte costituzionale, Sabino Cassese, ha sostenuto che l’elezione del nuovo Capo dello Stato è determinante per gli equilibri politici. Lei come la vede?
A seconda del tipo di figura che venga elevata alla presidenza della Repubblica, è evidente che le ricadute sulla composizione della maggioranza che può sostenere il governo, saranno senza dubbio rilevanti. C’è il rischio che un presidente di un certo tipo possa venire incontro alle tendenze di quei partiti che vorrebbero che l’elezione del Capo dello Stato costituisse la premessa per lo scioglimento delle Camere e per l’andata alle elezioni. E questa a me pare davvero una prospettiva sciagurata.

Da questo punto di vista, chi sta lavorando sotto traccia per un Mattarella bis…
Io credo che quella di un Mattarella bis sia una ipotesi fuori gioco. Penso che sia una ipotesi che non ha concretezza. Che i partiti, anzitutto per l’indisponibilità da lui affermata con molta determinazione. Un Mattarella bis sarebbe sicuramente la migliore soluzione, ma al tempo stesso il segno dell’incapacità dei partiti di assumersi la responsabilità di eleggere un nuovo Capo dello Stato. Sarebbe la riprova data al paese che le forze politiche non sono in grado di esprimere un presidente della Repubblica. Se si muovessero nella direzione di un Mattarella bis comunicherebbero al paese un senso di fallimento.

Michele Prospero dalle colonne de Il Riformista ha caldeggiato Draghi alla testa di un nuovo schieramento di sinistra. Lei che ne pensa?
Draghi non ha il profilo del leader di uno schieramento partitico; e non penso che ambisca a diventarlo. È troppo prezioso come uomo delle istituzioni. Io lo vedrei al meglio, terminato il ruolo di capo del nostro governo, tornare nel seno dell’Unione Europea, magari come eminente presidente della Commissione europea.

Per restare a sinistra. Massimo D’Alema ha sostenuto che fortunatamente il Pd è «guarito da solo» dal virus maligno del «renzismo». E questo giustificherebbe un rientro nel Pd “derenzizzato”. Un suo giudizio…
Per quanto valga il mio modesto giudizio di osservatore dei fatti passati e presenti, mi auguro che sia il Pd a rimanere “dedalemizzato”. L’astio di D’Alema nei confronti di Renzi, espresso in ogni occasione con la notoria acidità di cui è capace, non gli fa onore. Io mi rammarico per l’iter compiuto da Renzi dopo la fine del suo governo e la sua uscita dal Pd, che svilisce le sue indubbie qualità personali. Ma credo che non vadano dimenticati i meriti del suo governo, tra i quali quello di aver proposto una riforma costituzionale la cui approvazione avrebbe giovato al Paese, per arrivare all’iniziativa, in cui Renzi ha esercitato la parte di protagonista, che ha sbloccato una situazione di stallo e portato alla formazione del governo Draghi. Per tornare a D’Alema, io non ho compreso quale sia la prospettiva per il Pd da lui indicata in termini di cultura politica e di strategia delle alleanze. Ma io ho i miei difetti. Ciò di cui sono persuaso è che l’astio verso Renzi non possa essere elevato a prospettiva politica.

Esperto di Medio Oriente e Islam segue da un quarto di secolo la politica estera italiana e in particolare tutte le vicende riguardanti il Medio Oriente.