Invece di parlare drasticamente di “fine della politica”, potrebbe essere utile provare ad analizzare le ragioni delle difficoltà che incontrano i partiti ad uscire dall’impasse in cui sono finiti da almeno un anno (se non di più) e che fra l’altro rende complessa la scelta ormai prossima del capo dello stato e forse anche di un diverso capo del governo.
Un problema importante – forse quello maggiore – del sistema politico italiano è che, finita la fase delle partes tres in cui il parlamento era emerso diviso nel 2018 a causa dello scoppio della bolla del populismo dei 5S, si rilevano oggi potenzialmente due cartelli elettorali – più i piccoli partiti di centro – ma, di fatto, non esistono ancora leader affermati e riconosciuti dai rispettivi segmenti delle due potenziali coalizioni.

Un nodo decisivo a questo proposito è la battaglia più o meno sottotraccia per la leadership interna alle due alleanze che si apprestano a competere per una possibile vittoria alle prossime elezioni. La sfida è più visibile a destra, dove il declino nella consistenza elettorale (che è sotto il 9%, ma non si riflette nella stessa misura sulla popolarità individuale, che si attesta comunque attorno al 40% e mostra una tenuta nel tempo difficile da individuare in altri paesi) di Berlusconi, primo leader e inventore della coalizione di centrodestra, ha creato un vuoto, che ormai Salvini e Meloni si sforzano di colmare con la loro persona. In una situazione che non si può accomodare con la diarchia del consolato: il primo ministro in Italia è uno solo.

Anche i due governi “impossibili”, il Conte uno e il Conte due hanno mostrato che anche un primo ministro nato, soprattutto nella prima fase, come mediatore fra due vice – in linea di principio più importanti di lui perché già capi di partiti politici – è riuscito ad emergere grazie al ruolo istituzionale ricoperto. Ed è ancora oggi uno degli esponenti politici più popolari nell’elettorato (attorno al 50% di consensi, secondo una rilevazione Demos del novembre 2021 e tuttora secondo in classifica, subito dopo Mario Draghi), sia pure con un calo relativo subìto a partire dal momento in cui è stato costretto ad abbandonare Palazzo Chigi. A sinistra, mentre Giuseppe Conte spera magari ancora, Enrico Letta, forse anche a causa del livello di popolarità più modesto (attorno al 40%) mantiene un profilo basso. Ma sotto sotto si mormora che nel caso fortunato in cui dovessero riuscire a vincere alle prossime elezioni, finirebbero col richiamare Draghi al timone del governo del paese – sempre, naturalmente, che quest’ultimo fosse disponibile.

Se usiamo nomi invece che concettualizzazioni, si può serenamente affermare che, da soli, gli effetti delle leggi elettorali (sia per la Camera, sia per il Senato), in buona misura maggioritarie, non avrebbero permesso di far nascere la struttura bipolare della competizione fra i partiti (che è sopravvissuta grosso modo dalla metà degli anni ‘90 fino alla nascita del governo Monti), se non ci fosse stata la decisiva presenza e azione di almeno due leader: in primo luogo Silvio Berlusconi e dall’altra parte Romano Prodi, senza il quale la sinistra non avrebbe vinto due volte. Insomma, la “coalizione” richiede un leader, altrimenti è un semplice cartello elettorale (l’espressione l’abbiamo letta in uno scritto di Sandro Staiano) che magari – grazie ad una legge maggioritaria – permette di vincere, ma non di governare. E a questo fine la coalizione ha bisogno di qualche collante, altrimenti nel mare agitato, che è metaforicamente l’Italia da governare, la coalizione si spacca: il centro sinistra e il centro destra dell’epoca del bipolarismo se lo ricordano. Senza quello che i soliti nemici di turno della autorità democratica chiamano “l’uomo solo al comando” non si governa uno stato di partiti – un termine più preciso per descrivere la maggioranza dei regimi politici rappresentativi di quanto non lo sia democrazia, con cui chi lo usa designa per lo più quello che preferisce da un punto di vista normativo.

In altre parole, stiamo cercando di sostenere che una legge elettorale che spinga i partiti ad aggregarsi non basta. O è tuttalpiù condizione necessaria ma non sufficiente per governare: i leader riconosciuti delle coalizioni sono indispensabili quando il sistema è frammentato e di partiti ce ne sono tanti (o forse troppi). Il ruolo della leadership- un punto sottolineato già da Schumpeter che resta il miglior teorico della democrazia dei moderni – rappresenta inoltre un elemento catalizzatore per molti elettori e per le loro scelte, in un mondo dove le vecchie categorie della cultura politica si sono significativamente affievolite. Nei primi decenni della Repubblica, gli italiani, semplificando, votavano per il partito della chiesa o per quello del mito comunista. I leader c’erano anche con la legge proporzionale: si chiamavano De Gasperi e Togliatti. Ma la DC è stata egemone per quaranta anni anche dopo la morte del suo leader – e dunque senza di lui -, assumendo la forma di una vera oligarchia che, con qualche eccezione, controllava tutto il territorio nazionale, e in particolare due delle tre parti in cui il paese era diviso: il nord e il sud. Alla sinistra restavano le regioni rosse. Insomma, aveva unificato politicamente l’Italia, come poi ha saputo fare solo Berlusconi e che ha invano tentato di fare Salvini, con la sua Lega nazionale.

Oggi Salvini, se utilizziamo un parallelo forse un po’ esagerato, fa pensare ad Ercole al bivio. O si sposta sulle posizioni di Giorgia Meloni e allora non è credibile, perché quello spazio è già occupato da lei, oppure svela che si è decisamente convertito alle posizioni europeiste della Germania di Merkel e di Scholz e anche in questo caso non è particolarmente credibile, perché rischia di sacrificare un po’ di elettori populisti, oltre quelli che ha già perso per strada. In certo senso Salvini, nonostante il suo talvolta confuso attivismo, è come paralizzato perché teme che qualsiasi scelta faccia sia dannosa per lui. E probabilmente non ha torto. Non a caso, la sua popolarità tra gli elettori è scesa al 36% (la Meloni, sua grande rivale, è al 43%), così come, ormai da diversi mesi, si sono contratti drasticamente i voti per la Lega (stimati oggi dai sondaggi poco sopra il 20% a fronte del 34% ottenuto in occasione delle ultime elezioni europee). Ma è verosimile che ad un certo punto il leader del Carroccio dovrà fare una scelta o altri la faranno per lui.

Sta di fatto che molti elettori di oggi votano per dei leader. Nel ‘13 e nel ‘18 hanno votato per Grillo, che non era neppure candidato. Come prima avevano votato per Berlusconi e durante una breve stagione per Renzi. Oggi voterebbero volentieri in gran numero per Draghi, la cui popolarità è attorno al 70% (è doveroso però sottolineare che, naturalmente, i livelli di popolarità non corrispondono necessariamente ai voti potenziali che un leader o il suo partito potrebbe ottenere in caso di elezioni, ma danno comunque un’idea del consenso che li circonda). Parrebbe dunque che la gente voglia dei leader, ancor più che delle idee.

Le idee ognuno pensa di averle e sono spesso poco chiare – data anche la complessità dei problemi che deve oggi affrontare il governo di un paese come l’Italia – o basate talvolta su pregiudizi e informazioni parziali o/e distorte. Senza leader riconosciuti dall’elettorato non si può raggiungere l’obiettivo della vittoria e magari della agognata stabilità governante.

Renato Mannheimer, Pasquale Pasquino