Nella vita politica italiana, oltre che del (sino ad oggi) “impossibile” enigma del Quirinale, in questo momento al centro dell’attenzione, si discute talvolta anche del “campo largo” e del ruolo che il centro riformista può svolgere in esso: lo ha fatto tra l’altro proprio su questo giornale il già leader dei metalmeccanici Marco Bentivogli. Ma si affronta talvolta, al tempo stesso, la situazione dello schieramento opposto: come, cioè, possa strutturarsi – senza frantumarsi tra conflitti e fratture al suo interno – l’alleanza del centrodestra in vista delle future elezioni. Un tema, questo delle elezioni, che, più ancora di quello del come governare, ossessiona un po’ tutte le democrazie occidentali. Ormai sembra, purtroppo, che le elezioni, invece di essere il fondamento di legittimità dell’esercizio dell’autorità politica, siano di fatto l’unica preoccupazione dei partiti e che la loro preparazione occupi tutte le energie di questi ultimi.

Sulle vicende del centrodestra sarà necessario tornare per provare a capire da che lato tenderà ad andare la Lega (per ora ancora di lotta e di governo e incalzata da FdI), se verso i sovranisti di Orban o verso il Partito popolare europeo.
Intanto, vale la pena riflettere sulle possibilità di realizzare e provare a tenere unito, in vista delle future (quanto non si sa) elezioni, quello che Enrico Letta ha chiamato appunto il campo largo, cioè, grossomodo, l’insieme delle forze politiche che non si considerano parte del centro destra. Prima delle elezioni, è possibile che Mario Draghi continui a mantenere tutti o quasi nel suo governo, al di là della competizione alla quale le consultazioni politiche dovranno, prima o poi, dare una risposta. Nel frattempo, si ragiona sui sondaggi che, se non possono, come si sa e come è nella loro natura, prevedere a distanza di molto tempo (ma spesso nemmeno nel breve periodo) i risultati di elezioni, suscitano però il dibattito, e orientano le strategie e soprattutto le tattiche quotidiane della politica dei partiti, esattamente come i dati giornalieri delle borse finanziarie alimentano il dibattito sull’economia, pur senza poterci dire quale sarà il suo volto fra sei mesi o un anno.

Le ricerche sulle intenzioni di voto ci informano, per cominciare, che il Pd è ormai il solo partito che ha, per così dire, una specie di zoccolo duro, nel senso che il suo consenso da parte dell’opinione pubblica, a differenza di quello di quasi tutte le altre forze politiche, è stabile: esso non aumenta e non diminuisce da quasi quattro anni, attestatosi ormai intorno al 20% (in un sistema partitico come il nostro, nessun partito sembra ottenere nelle intenzioni di voto più di un quinto dei suffragi espressi!). Nonostante il Pd sia ormai la forza maggiore nello schieramento che si oppone al centro destra, 20% di intenzioni di voto sono meno della metà di quanto necessario per immaginare di battere lo schieramento avversario. Fra i potenziali alleati del Partito democratico ci sono da un lato il M5S di Conte e le forze dell’estrema sinistra, dall’altro la micro-galassia dei piccoli partiti di centro. Come si sa, il partito ex populista, che fu creato e guidato da Grillo e Casaleggio, ha avuto, rispetto ai momenti degli allori delle elezioni del 2018, una decisa perdita di peso politico e può contare oggi (sempre nei sondaggi) su meno della metà di quello che valeva allora.

Ma ha anche cambiato natura e si è di fatto trasformato da movimento antiparlamentare a partito governista, da antieuro e filo gilets jaunes a forza politica proeuropea (con, a questo riguardo, una autocritica esplicita di Di Maio rispetto al passato) e in via di aderire al gruppo socialdemocratico del Parlamento di Strasburgo. Tutte queste conversioni sulla via del Palazzo possono destare sospetti, in certa misura giustificati. Ma il Pd è obbligato a non tenerne conto o quasi: rinunciare ad una alleanza elettorale con il partito che Conte cerca di dirigere non è infatti possibile, a meno che i democratici non accettino di rimanere vittima ad una sconfitta largamente annunciata. Ma il vero problema è che questa alleanza, con tutte le difficoltà che comporta, da sola non basta. Questi due partiti non possono farsi facilmente l’illusione di portare al voto i numerosi cittadini che si sono rifugiati nell’astensione e che, come abbiamo scritto di recente su questo giornale, sono interessati ad una nuova e diversa offerta sul mercato elettorale, di cui peraltro non si vedono i possibili imprenditori politici. Per provare a vincere o almeno ad essere battuti di scarsa misura, con gli onori della sconfitta e un peso rilevante in parlamento, ci vogliono accordi, questi facili, sia con gli scissionisti di sinistra, che sembrano voler ritornare volentieri nel Pd “derenzizzato”, sia, soprattutto con i piccoli partiti di centro. E questa è una operazione più difficile.

Se si esclude la piccola e ragionevole pattuglia di Più Europa, le altre componenti, importanti (a nostro avviso) per le politiche che difendono, sono guidate da leader massimalisti (nonostante la posizione centrista – sembra che il Italia il massimalismo sia una cultura condivisa da tutto lo spettro politico). Massimalisti e litigiosi, pochissimo inclini ad andare insieme con i 5S. Come se, senza l’apporto dei voti grillini, loro tutti insieme e con il Pd potessero ottenere altro che essere sonoramente sconfitti. Anche se – come oggi sembra però del tutto improbabile – si dovesse accedere ad una legge elettorale proporzionale, che permetterebbe di evitare accordi fra partiti prima del voto, queste trattative sarebbero inevitabili, dopo il voto, fra tutte le forze politiche che si oppongono al centrodestra. E c’è il rischio che anche se queste fossero in grado di avere tutte insieme una maggioranza in Parlamento, sarebbero difficilmente in grado di governare.

Durante la cosiddetta seconda repubblica le alleanze di centro sinistra sono state fragili proprio a causa di alleati riottosi, da Bertinotti (9 ottobre 1998, crisi del Governo Prodi 1), a Turigliatto e Mastella (24 gennaio 2008, crisi del Governo Prodi 2). Tutti questi attori politici, se non vogliono condannarsi all’irrilevanza, dovrebbero fare i conti con i numeri delle loro forze ed accordarsi su un programma minimo. Naturalmente, non possiamo illuderci che nel nostro paese siano possibili accordi come quelli che fanno i tedeschi, fra partiti di centro destra e di centro sinistra, isolando le ali estreme. Ma se una parte dello schieramento è solo in grado di far valere veti reciproci, è inevitabile e giusto che vinca quella parte della competizione (se c’è) che è in grado invece di fare davvero gli accordi. Il compromesso social democratico tedesco comprende la parte avversaria. Quello italiano dovrebbe provare almeno ad includere le forze dello schieramento cui appartiene.

Renato Mannheimer, Pasquale Pasquino