Chiamato in causa, Marco Bentivogli, coordinatore nazionale di Base Italia, ex leader dei metalmeccanici, non si sottrae al confronto. E lo fa con la consueta nettezza politica e forza delle argomentazioni.

«È ora di unificare le forze. C’è bisogno di una aggregazione liberale e socialista che elabori un progetto, ridia spazio alla politica, rimetta in moto anche le capacità di pensare della sinistra e della destra, dia scacco al qualunquismo…». Lo sprone del direttore di questo giornale è rivolto anche a lei. Come risponde?
Mi sembra che il ricorso alla polemica continua faccia la fortuna (relativa) solo dei talk. Oggi la sfida di una nuova piattaforma riformista è costruire un progetto e una grande squadra che riporti centinaia di persone a mobilitarsi, tirare fuori il meglio di sé, riappassionarsi all’impegno civico, sociale, politico. La polemica continua infervora i groupies, i followers fanatici, rifornisce il narcisismo di chi ne è protagonista ma ammazza lo spazio della buona politica e allontana dall’impegno. Bisogna rassicurare chi può e deve mettersi in gioco, altrimenti si affacceranno alla politica solo gli ambiziosi e i furbetti mediocri. Serve un appello alle forze migliori del paese con valori e idee che dimostrino concretamente di stare dalla loro parte. Se leggiamo i documenti fondativi del Partito democratico, quel partito c’è già. Negli ultimi anni la caporalizzazione del partito, la difficoltà a ricostruire una nuova identità e al contempo a donare sangue all’esperimento politico di Giuseppe Conte ne hanno ritagliato una forza in campo prevalentemente per il ruolo derivato dalla polarizzazione con una destra becera e retrograda. La cultura liberale, socialista riformista, popolare ha fondato la nostra Repubblica, la Costituzione, la riforma fiscale, della sanità, della scuola pubblica. Non si tratta di evocare le proprie radici, ma oggi la politica è completamente eradicata.

Cosa intende?
Siamo passati dalle ideologie al vuoto pneumatico, senza valori sono ricomparsi i dogmi. Per questo considero ancora l’occasione di Draghi al Governo come una straordinaria opportunità proprio per fare quello che dice Tom Nichols nel suo bellissimo libro, Il nemico dentro (riferito agli Usa ma che calza perfettamente per il nostro paese): riconfigurare la politica, rifare i partiti, i sindacati, i corpi sociali. I congressi sono roba vecchia? Si studino altre cose più coinvolgenti. Di certo avviare congressi e primarie solo quando l’esito è predeterminato convince sempre meno persone. Possibile che nei democratici americani, nella Spd tedesca, nei laburisti inglesi ci sono più idee e su queste ultime e la capacità dei leader di incarnarla si costruisce tutti insieme una sintesi? Aperti e contendibili non significa cambiare ogni tanto il segretario come si fa con gli allenatori. Significa non temere la democrazia come confronto tra chi incarna i contenuti, non chi li evoca. Si sono confusi i progetti di cambiamento con i posizionamenti tattici, tutti e sempre speculativi. Significa dare forza alla dialettica che spero torni aspra sulle idee nel rispetto delle persone. Bisogna ripartire dall’analisi sul nostro familismo amorale, sul narcisismo dell’uomo comune. Sul cambio completo di prospettiva. Come si fa a non accorgersi del giro di boa che abbiamo fatto? Nella storia ci si è sempre organizzati per passare dal singolare al plurale, per poter contare nel potere pubblico, nelle decisioni collettive. Oggi è sempre più il contrario, ci si organizza perché il potere pubblico stia lontano da noi: i forconi, i no green pass. Inseguirli è come premere il bottone dell’autodistruzione. Ma non si può non interrogarsi sul perché siamo arrivati qui, sul perché la partecipazione è delegittimata e ai minimi storici. I percorsi di fede, i sindacati, i partiti, il volontariato sono stati scuole di democrazia, di consapevolezza, di mediazione, di solidarietà. In un bellissimo editoriale su l’Espresso, Marco Damilano, ammonisce: «Si ha come l’impressione che tra il Presidente del Consiglio e la folla dei no vax, non ci sia più nulla». Ma la verità è ancora peggiore, il rischio concreto è occuparsi di un perimetro di popolazione sempre più piccolo. Guardiamo quanti sono stati lasciati a casa nel 2020 nonostante cassa integrazione e blocco dei licenziamenti (1 milione). Al fatto che si è parlato per settimane dell’accesso alla mensa nei metalmeccanici con o senza il greenpass quando il 70% non ha la mensa, quanto contino i balneari, i tassisti, rispetto ai cittadini che utilizzano i servizi. Inseguire le minoranze urlanti corporative è la cifra tipica delle forze politiche reazionarie. Alla rabbia e al disagio bisogna dare forma e contenuto perché sia energia positiva, il contrario del coccolare la deriva qualunquista e distruttiva. I corpi intermedi devono fare scelte radicali e rifondative e rigeneratrici, ma senza di essi la democrazia non esiste.

Scrive Sansonetti: «La nascita di un vero centro riformista, di ispirazione liberale e socialista, è il passaggio necessario per rompere la stagnazione politica che ormai da una decina d’anni sta paralizzando il paese, e che impedisce la nascita e l’affermarsi di un nuovo ceto politico. Del quale c’è assoluto bisogno per immaginare una ripresa». Se così è, da cosa iniziare?
Guardi, accanto al che fare, bisogna ripartire da un maggiore rispetto tra noi. Bisognerebbe obbligare chi si occupa di sociale o di politica a leggersi l’ultima enciclica Fratelli tutti. Gli ambienti da dove dovrebbe partire il cambiamento sono sempre più invivibili e cinici. E poi bisognerebbe smetterla di farsi plasmare dai talk. Se non conta il confronto su idee e visioni, vale la speculazione mediatica quotidiana da cui, infatti, si sottrae solo Draghi. Servirebbe una fase costituente in cui sfidare anche il Pd a prendervi parte. Ma vedete cosa è la politica. Oggi si scopre che fino agli anni ’80 si discuteva molto di più di quanto appariva. Ora è il contrario: ci si parla su twitter, sui giornali, in tv tranne che di persona. Tanto che quelle rare volte che si fanno discussioni serie a porte chiuse, la prima gara distruttiva è farlo sapere in giro. La politica non si guarda più negli occhi, non si ascolta non sa neanche litigare con qualche senso. Ognuno è prigioniero della propria corte che tesaurizza ovviamente se dirotta su piste divisive. Qui non serve “il campo largo” ma il campo “aperto”. Quello dove non si mettono veti e ci si ritrova perché ci sia energia e idee per costruire un gruppo dirigente capace di prendere in mano il destino del paese. Se cambia la legge elettorale bisognerà ripensare tutto, se non cambia? Lo stesso, bisognerà investire in grandi forze politiche perché i cartelli e le federazioni elettorali non convincono più nessuno.

Un campo si definisce per visione, progettualità, un programma fondamentali condivisi, ma anche nell’indicazione di un leader. Sansonetti avanza una proposta: Maria Elena Boschi…
Se si mette insieme una visione e una progettualità, ci si mettono accanto anche le virtù che deve avere chi sta più avanti. Maria Elena Boschi è stata al centro di un attacco tra i più violenti degli ultimi decenni. È una persona seria e in gamba ma ora aderire a questi endorsement corrisponderebbe a bruciare chiunque. Poi il problema è un altro. Si costruisce una grande leadership se si costruisce una squadra grande di persone coraggiose, competenti, generose e sobrie. Lì in mezzo tutti riconosceranno le leadership. Non solo, bisogna rimettere insieme e in gioco il territorio. Nei comuni sotto 80.000 abitanti ha stravinto il centro destra anche alle ultime amministrative. Io penso che i veri riformisti debbano avere quattro urgenze: accompagnare la grande trasformazione del lavoro, battere le nuove povertà ridefinendo le priorità del nostro stato sociale, costruire un sistema duale di istruzione e formazione, governare con le persone le tre grandi transizioni mettendo in campo le nuove generazioni di italiani e di nuovi italiani. Non fare programmi, fare le riforme sul serio, della Pubblica Amministrazione, della giustizia, avere un fisco più equo e semplice. Aggredire, senza remore, l’evasione fiscale. Detassare il lavoro, anche autonomo. I lavoratori dipendenti e i pensionati sorreggono il sistema fiscale, assieme ai lavoratori autonomi onesti che pagano aliquote fiscali tra le più alte al mondo. Le tasse devono corrispondere ad una maggiore semplicità e qualità dello Stato. Essere di sinistra è capire che la salute, la sanità, la poca burocrazia servono ai più deboli e per questo bisogna battersi per l’efficienza della Pa, non diventare schiavi delle corporazioni. E ancora, sono 40 anni che non si fa più una politica abitativa, nelle periferie crescono problemi di vivibilità, di pulizia, di sicurezza, di decoro. E poi ci si chiede perché gli operai si astengono o votano a destra.

Altro tema molto sentito è quello delle alleanze. In una intervista a questo giornale Ivan Scalfarotto, una delle figure di primo piano di Italia viva, fa discendere un’alleanza del campo riformista con il Partito democratico da una rottura dell’asse con i 5Stelle. Lei come la vede?
Ha ragione Scalfarotto a cui aggiungo quello che diceva Giorgio Gori, nelle alleanze serve una gerarchia. Apprezzai molto la stessa indicazione da parte di Enrico Letta nel discorso di investimento, ma deve essere cambiato qualcosa. Partire da un’alleanza elettorale e arrivare ad un gruppo unico è un successo se si ha comunione di intenti. Vedo Conte muoversi come una lega del sud che come al nord aggrega sollecitando i vizi piuttosto che i bisogni reali delle persone. La vernice con cui si ricicla Conte come socialista riformista progressista si scioglie alla prima pioggia. Quando Salvini per qualche voto in più bloccava le navi dei disperati al largo delle coste italiane, lo faceva con il consenso di Conte e del prode Toninelli. Dentro il M5s ci sono persone in gamba, ma l’approccio che ha una parte del Pd sembra più strumentale a fare una massa critica governista per il potere (nomine, dicasteri, cda, etc.). Letta non può far finta di non vederlo. Serve una moratoria delle ossessioni. Un esempio? Ognuno è libero di avere qualsiasi idea su Renzi e considero profondamente sbagliato il rapporto che ha con Mohammad bin Salman Al Sa’ud (relazioni come è noto di cui non ha il monopolio). Ma pensare di costruire alleanze e identità (in un partito che è stato tutto ed eccessivamente renziano) sull’antirenzismo corrisponde a quelle ossessioni che squalificano scelte e appartenenze. Negli ambienti degradati vale la regola che il miglior segretario è l’attuale e il peggiore il predecessore o quelli di prima. Sono richiami alla fedeltà dei furbi, che hanno la stessa capacità di pensiero dei soprammobili. Per rilanciare il paese serve coraggio e una postura politica di chi sa incarnare le sfide, non di capire con furbizia con chi schierarsi.

Esperto di Medio Oriente e Islam segue da un quarto di secolo la politica estera italiana e in particolare tutte le vicende riguardanti il Medio Oriente.