Pensando alle loro esigenze effettive, in primo luogo a quella di elaborare una strategia vincente per le prossime (quando ci saranno) elezioni politiche, quasi tutti i maggiori attori del sistema politico del nostro paese sembrerebbero avere oggi soprattutto bisogno di tempo. In fondo, questo è il più evidente significato che si può leggere nella richiesta di tutti quei partiti che chiedono al Presidente del Consiglio di restare a Palazzo Chigi, in modo da continuare a gestire le urgenze che, per ora, non accennano a scomparire.

Al riguardo, dobbiamo farci una ragione del fatto che le urgenze ovvero gli “accidenti straordinari”, come li chiamava Machiavelli, durino più a lungo dei sei mesi canonici durante i quali venivano sospesi gli ordinamenti della costituzione della Repubblica Romana – il lasso di tempo durante il quale si conducevano le campagne militari a quei tempi – che richiedevano talvolta l’attivazione del governo di emergenza. Infatti, all’“accidente” della pandemia si aggiungono ora i problemi che si affacciano sul fronte economico, a partire dall’inflazione e dalle possibili difficoltà dell’economia globale. La razionalità richiederebbe dunque che le forze politiche evitino di destabilizzare lo status quo istituzionale e che con Draghi alla testa del governo – se così a lui piace, il che dipende anche dal comportamento dei partiti nel dibattito sulla legge finanziaria – e con Mattarella o chi possa sostituirlo alla Presidenza della Repubblica, i vertici dello Stato lavorino nel corso del prossimo anno anche col fine di riaggiustare l’assetto dei partiti e dare loro una nuova credibilità. Senza la quale i meccanismi della democrazia liberale funzionano con grandi difficoltà e il ricorso a figure estranee alla tradizionale classe politica e in certa misura super partes finiscono col diventare (come è accaduto in passato) la regola piuttosto che l’eccezione.

Diversi tra i partiti maggiori, dunque, hanno bisogno di tempo. Anche per adeguare la loro offerta alle richieste dei cittadini e persuaderne un numero maggiore a sceglierli al momento del voto. Al riguardo, la situazione appare al momento assai critica: da un recente sondaggio Swg emerge come il 38% degli elettori che oggi si dichiarino intenzionati a disertare le urne in occasione delle prossime consultazioni politiche, affermi di volerlo fare perché “non mi convince nessuna forza politica”. E un altro 18% dica che “nessuna forza politica fa proposte serie sui temi che a me interessano”. Insomma, molti astenuti potenziali sarebbero conquistabili con proposte adeguate. Ma per metterle a punto ci vuole, appunto, ancora tempo a disposizione prima delle elezioni. Il Pd ne avrebbe necessità per provare a formare quel “campo largo” auspicato da Letta e tenere insieme con sé il “centro” di Calenda (con, se possibile, tutti i frammenti di quell’area) e il M5S di Conte e Di Maio. Lo stesso ex-Movimento grillino avrebbe bisogno di tempo per ancorare all’area moderata di centro sinistra quello che è diventato ormai, almeno sulla carta, un vero e proprio partito, di vago orientamento social-democratico.

La Lega, a sua volta, ha necessità di capire nei prossimi mesi quello che vuole fare “da grande”: se allearsi coi sovranisti di Orban o, invece, con la Germania (magari bavarese), come vorrebbero gli elettori del Nord Est. E sperare che cali FdI. Calenda, infine, come ha detto lui stesso di recente, ha necessità di tempo per crescere. L’unica forza che vuole andare a votare al più presto e preferisce Draghi al Colle e poi un “rompete le righe” è comprensibilmente il partito della Meloni, poiché deve approfittare del fatto di trovarsi oggi al massimo dei consensi (nei sondaggi sulle intenzioni di voto): del domani non vi è certezza. Ma Meloni presidia l’opposizione, non la maggioranza di questo momento. Avendo invece tutte le forze politiche che contano bisogno di tempo, non possono auspicare oggi né elezioni né mutamenti al vertice del sistema istituzionale: entrambi potrebbero creare disordine e togliere loro il tempo di cui necessitano. Ergo: Draghi a Chigi e Mattarella (se vuole e non è il caso) al Quirinale. L’esigenza prioritaria sarebbe dunque la stabilità, Nonostante quello che pare vogliano i cittadini: sempre Swg documenta come il 32% degli elettori (soprattutto, naturalmente, quelli di FdI) non desideri per il futuro il proseguimento della formula di governo oggi in atto e come un altro 28% la auspichi solo nel caso che non sia possibile formare una maggioranza da parte di uno schieramento ben definito (centrosinistra o centrodestra). Solo il 20% (ma il 56% tra i votanti dei partiti di centro) vorrebbe confermare in futuro l’attuale composizione della coalizione, comprendente sia partiti di centrodestra, sia partiti di centrosinistra.

Ma tutte queste considerazioni sul tempo necessario oggi ai partiti per (ri)conquistare gli elettori presupporrebbero che questi ultimi ragionassero (e di conseguenza agissero) sulla base di strategie almeno di medio periodo. E non vi è né certezza né evidenza che questo sia oggi il caso. I medesimi partiti di cui sopra (con l’eccezione di FdI, che presidia l’opposizione) sembrano piuttosto, come si suole dire, navigare a vista, ed essere sotto il dominio del breve periodo, anche perché per lo più divisi sul da fare al loro interno, senza leader capaci di controllare il partito. Certo, le difficoltà in vista della prossima imminente scadenza, quella della scelta del Capo dello Stato da parte del Parlamento, non sono poche. La prima è trovare un sostituto a colui che almeno a parole tutti vorrebbero restasse dov’è, escluso l’interessato, ovvero l’inquilino attuale del palazzo del Quirinale. L’altra difficoltà sta nel fatto che Draghi per ora non ha espresso nessuna opinione sul ruolo che sarebbe disponibile ad assolvere nell’immediato, anche se naturalmente non vi è ragione a priori che non resti nella posizione che gli è stata affidata dal parlamento con un voto di fiducia il 13 febbraio scorso. La norma è che un Primo Ministro si dimette se non ha più la fiducia del Parlamento.

Certo, nel medio periodo, se la situazione politica non precipita, vale a dire se l’equilibrio presente non subisce mutamenti rilevanti (ciò che richiede un accordo fra i partiti della coalizione governativa circa il prossimo Capo dello Stato) l’incognita più importante riguarda il centro destra. Il centro sinistra può aggregare o meno tutti i potenziali membri del “campo largo”. È indubitabile che se non vi riesce uscirà sconfitto alle prossime elezioni. Nel caso dell’altra parte politica, invece, il problema non è tanto quello dell’unità dei suoi tre membri, quanto quello delle politiche che esso vorrà/potrà perseguire se, in virtù del responso delle urne, dovesse accedere al governo del paese. Il paradosso di questa alleanza è che essa è più unita dell’altra in casa, in Italia, cioè nella prospettiva e nella voglia di accedere al governo, ma divisa assai più del centrosinistra per quello che riguarda l’Europa. Il che, come ormai si sarà capito, non è un dettaglio, poiché i soldi per la ripresa e il suo consolidamento, insieme alla accettazione di una richiesta di flessibilità delle norme dei trattati europei, dipendono dai buoni rapporti con la Germania ed i paesi del nord Europa, oltre che dalle ottime relazioni che stiamo instaurando con la Francia, che può far da ponte fra il sud e il nord dell’Unione Europea.

Con FI schierata su posizioni certamente europeiste, FdI alleata di alcuni dei gruppi sovranisti a Strasburgo e la Lega in mezzo al guado, non si capisce quale potrà essere il profilo internazionale di un eventuale governo composto da questo centrodestra. Non a caso, a tutt’oggi, i rapporti fra la Lega e FdI, appunto sul decisivo fronte europeo, permangono tesi. Va da sé che, in una cultura politica sostanzialmente liquida (e per certi versi inconsistente) come quella attuale del nostro paese, trasformazioni e conversioni non si possono escludere. E cattivi governi nemmeno. Il futuro mostrerà il suo volto oggi coperto. Ma è sperabile che i partiti guardino con maggior attenzione almeno al medio periodo, anziché agire alla giornata con continui tatticismi. Ne va della loro reputazione presso gli elettori.

Renato Mannheimer, Pasquale Pasquino