C’è veramente bisogno in Italia di un nuovo partito politico? A sentire gli elettori, pare proprio di sì: è una richiesta che emerge a gran voce da una gran parte della popolazione. Appartenente in modo trasversale a ogni area politica. Tanto che, forse, ne occorre anche più d’uno, in relazione alla posizione in cui il nuovo partito si andrebbe a collocare.
Nel quadro della generale disaffezione verso la politica, gli italiani appaiono sempre più insoddisfatti dell’attuale offerta dei partiti e cercano – ormai da diversi decenni – sempre qualcosa di “nuovo”. Per poi precipitarsi sovente a votarlo e successivamente esserne – almeno in una buona parte dei casi – inevitabilmente delusi.

È successo, ad esempio, con la Lega di Bossi, con Forza Italia di Berlusconi, con il Movimento 5 Stelle di Grillo e di tanti altri. Beninteso, si tratta di casi molto diversi tra loro: ma tutte queste forze politiche sono state, sia pure con modalità e tempistiche molto differenziate, inizialmente accolte come novità dirompenti nello scenario italiano e premiate con un numero relativamente elevato di consensi. Salvo poi essere, qualche anno dopo, abbandonate da buona parte dei loro votanti iniziali. Si tratta di un fenomeno emerso negli ultimi lustri, assai diverso da quanto accadeva in passato (nella “Prima Repubblica”) quando i grandi partiti di massa (ma non solo loro) potevano contare su di una base stabile: il cosiddetto “zoccolo duro”. Insomma, gli elettori italiani sono oggi costantemente alla ricerca di qualche cosa di nuovo – o, meglio, di innovativo – rispetto al sistema politico e all’offerta di quest’ultimo.

Non sorprende dunque il fatto che, secondo una recente ricerca del “Radar Swg”, addirittura il 41% degli italiani in età di voto afferma di auspicare la costituzione di un nuovo partito politico che si aggiunga a (o sostituisca) quelli già esistenti. Malgrado questi ultimi siano già molti, con un’offerta molto articolata e forse fin troppo frammentata: ancora una volta, non si può non ricordare che un tempo i due maggiori partiti (la Dc e il Pci) raccoglievano nel loro insieme la maggior parte di voti (per esempio nelle politiche del 1976 ottennero complessivamente il 73% dei suffragi, per di più con una astensione bassissima), mentre oggi la somma delle due forze politiche più votate (almeno secondo i sondaggi) stenta ad arrivare al 40%. La percentuale di chi auspica la creazione di un nuovo partito è dunque imponente, pari a quasi metà dell’elettorato. Ma sarebbe un errore considerarla unitariamente nel suo insieme, come se fosse animata da un solo genere di motivazioni, poiché è il risultato di differenti e articolate richieste e di diverse speranze, anche se tutte accomunate dall’idea che ci vorrebbe qualcosa di nuovo nello scenario politico.

Tra costoro, la maggioranza (pari al 25% dell’elettorato complessivo) dichiara comunque l’intenzione di votare, alle prossime eventuali elezioni politiche, uno dei partiti che sono oggi già in lizza. Di cui però confessa, al tempo stesso, di essere insoddisfatto, almeno in una certa misura. Si tratta, come si è detto, di elettori provenienti un po’ da tutti i partiti. Sorprende, tuttavia, il fatto che una quota significativa degli elettori (5,4%) sia oggi collocata tra i votanti di una delle forze politiche che più hanno avuto successo in questi ultimi tempi mesi: Fratelli d’Italia. Magari una parte dei suoi elettori cerca posizioni più “governative” o “moderate”: come si sa, il partito della Meloni è all’opposizione dell’esecutivo guidato da Draghi, il quale, come emerge anche da una recente indagine condotta da Eumetra, tanto successo ottiene oggi tra l’elettorato nel suo insieme.

Ma questa diffusa insoddisfazione per l’offerta politica attuale non risiede solo a destra, benché qui sia molto presente. Anche sul lato opposto – e questo era più ragionevole aspettarselo – nel Movimento Cinque Stelle, si trovano molti insoddisfatti (4,2% dell’elettorato, il che corrisponderebbe a una quota considerevole degli attuali elettori grillini). Questo è un ulteriore, chiaro segnale del fatto che la base attuale (e ancor più quella passata) dei pentastellati è “sul mercato” e può essere conquistata dai partiti concorrenti. Chi, tra costoro, non è ancora migrato verso l’astensione, si dichiara in buona parte non contento del M5S che, pure, continua a votare. Le richieste di una nuova forza politica, si trovano però diffuse, spesso in porzioni importanti, anche tra gli altri partiti: ad esempio il Pd (4,2%), la Lega (2,9%) e Forza Italia (2,5%, il che costituisce, anche in questo caso, una porzione rilevante dell’elettorato attuale). Insomma, la voglia di nuovo si evidenzia tra i votanti per un po’ in tutto l’arco politico. Non solo: una quota notevole di chi oggi preme per la creazione di una nuova forza politica è talmente insoddisfatta dell’assetto attuale dell’offerta da dichiarare di volersi astenere alle prossime elezioni o di essere indeciso sul da farsi.

Se si sommano questi “insoddisfatti” per aree politiche, si trova una qualche accentuazione nell’area del centro destra, specie in quella parte che Swg definisce “moderata”: tanto che quasi un insoddisfatto su tre (31%) si colloca in quest’ambito. Ma molti – benché un po’ meno – sono anche gli “insoddisfatti” nel centro sinistra (24%) e anche, sia pure in misura ancora lievemente inferiore, nel centro (22%). In più, una quota consistente dichiara sin d’ora di non collocarsi in alcuna casella dell’asse sinistra destra. Considerando gli “insoddisfatti” nel loro insieme, l’elemento che viene più richiesto alla eventuale nuova forza politica è la presenza di “persone serie e competenti”, prima ancora che di “programmi e proposte chiari e concreti” o di “una forte tendenza al cambiamento”. Queste risposte avvalorano la percezione di un fenomeno già noto e presente in modo sempre più accentuato: la “personalizzazione” della domanda politica del nostro paese. Si cercano soprattutto figure di leader sempre nuovi e capaci di mobilitare l’elettorato. Ciò che favorisce talvolta, come si è visto nell’esperienza passata, argomentazioni e slogan populisti che possano suscitare consensi senza troppi complicati ragionamenti politici. Ma porta spesso a cercare anche leader competenti estranei alla classe politica.

Insomma, questi dati confermano ciò che si è già rilevato dai risultati delle ultime tornate elettorali: gli italiani hanno assunto da qualche anno un atteggiamento marcatamente volatile nella scelta di voto, abbandonando ogni fedeltà politica e essendo pronti a cambiare partito in relazione all’offerta, attratti specialmente dalle novità. Nel linguaggio del marketing e dei consumi si chiamerebbe un mercato insoddisfatto in attesa di un’offerta adeguata. È possibile che in questa insoddisfazione nei riguardi dell’offerta politica risieda anche una delle cause della crescita dell’astensionismo. In altre parole, quest’ultimo potrebbe essere originato non tanto (o non solo) da un generico disinteresse per la politica e le sue vicende, quanto, spesso, da una domanda di cambiamento (o, se si vuole, di rinnovamento) della stessa.

Renato Mannheimer, Pasquale Pasquino