Il “Cantiere della sinistra” rivisitato da Nadia Urbinati, accademica, politologa italiana naturalizzata statunitense. Professoressa di scienze politiche alla prestigiosa Columbia University di New York: insomma, una intellettuale “transatlantica” con cui poter spaziare dalle vicende italiane all’America di Biden.

In una intervista al Riformista Mario Tronti ha affermato a proposito del Pd: «Se non si scrolla di dosso questa immagine del più affidabile degli establishment, non andrà lontano. Deve trasformarsi in una forza di sinistra autenticamente popolare, perno di un fronte più vasto». Solo così, sostiene Tronti può battere sul campo una destra sempre più radicalizzata e sovranista. Cosa ne pensa?
Condivido l’asserzione di Tronti. La mancanza della sinistra, o dei partiti dichiaratisi tali, in questi anni è stata propria questo: il non avere radicamento nella società. Qui si parla di sinistra, non di un partito liberalmoderato, che può permettersi di essere solo notabilato, solo istituzionale e avere rapporti solo con i ceti più direttamente collegati, che sono anche i ceti più organizzati, come quelli padronali o di élite che hanno già un’organizzazione e sono più facilmente tracciabili. D’altro canto, i partiti di centro non aspirano mai diventare di massa…

Mentre la sinistra?
Qui il discorso si fa più complesso. Poiché la sinistra è un progetto, non è nelle cose, ed è un progetto legato ad una visione della società, della giustizia, di quello che dovrebbe o potrebbe essere, allora occorre una struttura che sia ideologica da un lato, e organizzativa dall’altro, senza le quali la sinistra rimane un discorso, puro e semplice.

“Cantiere”, “Campo”… Variano le metafore ma il tema resta lo stesso: quale pensiero, visione, progettualità dovrebbe, a suo avviso, definire le fondamenta di questo “cantiere”?
Siccome parliamo di sinistra non rivoluzionaria, e quindi democratica, il punto di riferimento primario dovrebbe essere quello già scritto nella nostra Costituzione, e cioè un impegno per una limitazione della disuguaglianza, di un contenimento al massimo possibile delle disuguaglianze, per consentire a tutti i cittadini e alle cittadine, di qualunque parte del territorio nazionale e di qualunque età etc. di avere una opportunità di voce altrettanto valida e forte di tutti gli altri. L’idea di cittadinanza democratica presume delle condizioni che la rendono più agevole invece che più difficile o addirittura indifferente, come sta avvenendo nelle nostre democrazie mature dove c’è una apatia partecipativa ed elettorale estesa. In questa visione di sinistra, uguaglianza non è un concetto astratto, indefinito e indefinibile. Uguaglianza è un concetto di relazione tra chi, per che cosa e in base a che cosa. In base ad una idea progressiva di cittadinanza, di uguaglianza politica, in base alle condizioni effettive di diseguaglianza che il sistema economico capitalistico, di mercato, genera, quindi questo dà alla comunità tutta, democratica, l’obbligo di intervenire per contenere quelle forti diseguaglianze che hanno una ricaduta negativa sull’uguaglianza politica.

In un recente webinar organizzato da italianieuropei, di cui lei è stata tra i protagonisti, Massimo D’Alema ha sostenuto, cito testualmente: «Serve una nuova forza politica con un progetto di riforma del capitalismo che renda possibile il contenimento delle diseguaglianze e la tutela dell’ambiente». La dico brutalmente: ma perché questa “nuova forza” continua a restare nel libro dei sogni?
Perché le forze che abbiamo sono a tutti gli effetti impotenti e incapaci. Ma non è che creandone un’altra nuova noi aggiungiamo capacità. La dico così: io avevo a casa un vecchio motorino, un “Ciao”, che aveva sempre dei guasti, era sempre rotto e continuavo sempre a ripetere al mio babbo compriamone un altro, compriamone un altro…Ne abbiamo comprato un altro e aveva gli stessi problemi. Non è questione di “comprare” un’altra forza politica, è questione di equipaggiare quel che abbiamo, tanto o poco che sia. Abbiamo diversi movimenti sparsi, e dobbiamo far sì – ognuno per quel che sa e può, senza deleterie tentazioni leaderistiche – di mettere in collegamento stabile, organizzato, questi movimenti, fare una specie di arcipelago della sinistra. Io lo chiamo un “campo”, perché quella di “campo” è una idea che ha una estensione, quindi non è obbligatorio stare tutti nello stesso luogo, e che dia il senso di avere un progetto e una idea comune. Noi abbiamo bisogno di idee forti, di idee etico-politiche forti che riescano a tradursi in politiche. Cosa vuol dire contenere le disuguaglianze? Vuol dire, per esempio, riprendere in mano la nostra Costituzione laddove parla di tassazione progressiva. Vuol dire riprendere in mano il problema della grande evasione fiscale, cioè darci degli strumenti. Non basta dire vogliamo meno disuguaglianza, bisogna sapere come fare. Penso a presidi sanitari locali, per entrare in un altro campo di stringente, drammatica attualità, quindi ridisegnare il nostro piano sanitario nazionale, interrompere l’emorragia che veniva dal rapporto con le aziende private, con le assicurazioni che hanno tutto l’interesse di privatizzare, insomma avere chiaramente delle bussole per un campo di riferimento che non può essere generico.

Lei è una intellettuale “transatlantica”, nel senso che si muove tra l’Italia, l’Europa e gli Stati Uniti. Molti analisti, o sedicenti tali, italiani, hanno dato questa chiave di lettura alla vittoria di Joe Biden e del Partito democratico: Biden ha vinto perché ha mostrato un profilo moderato, ha vinto perché ha conquistato il “centro”. Qual è la sua lettura?
Quella che lei ha sintetizzato, è la lettura di quanti si sono incaricati in questi mesi o anni, di definire una strategia centrista per smussare le radicalità di destra e di sinistra, il classico al centro contro gli opposti estremismi di antica memoria. Si sono serviti delle elezioni americane per supportare la loro teoria. Il fatto è che l’America ha seguito esattamente la direzione opposta…

Vale a dire?
Uno, perché il trumpismo, cioè il populismo, in questi anni ha radicalizzato profondamente il linguaggio politico. La radicalizzazione era nelle cose. Non potevi vincere se ti mostravi, diciamo così, “moderato”. Anche perché, e questo è un elemento importantissimo, la struttura vincente non è venuta tanto dall’organizzazione elettorale tradizionale dei Democratici, che ha mostrato i suoi limiti, ma da una opinione pubblica, politica, molto attenta e molto agguerrita che in questi quattro anni di presidenza Trump, ha preparato il terreno per la vittoria dei Democratici. Non è avvenuto per caso o da quando sono cominciate le primarie dei dem la primavera scorsa. Era già cominciato ben prima. Era cominciato dalla sconfitta di Hillary Clinton, che fu causata da un radicalismo mal posizionato…

A cosa si riferisce?
Sanders, che ha lottato fino all’ultimo contro Hillary Clinton, stavolta non lo ha fatto. E questo non perché è diventato moderato, ma perché ha trascinato tutto il Partito democratico verso posizioni che sono più riformiste e quindi in questo senso più agibili. La lezione è stata imparata, ed è stata imparata molto bene. Così bene che le prime misure prese da Biden in relazione alle persone nominate e agli obiettivi che si è dato nel breve e medio periodo, sono molto radicali rispetto alle classiche politiche fatte dai clintoniani, che quelle si sono state centriste, falcidiando letteralmente la base elettorale dei Democratici, perché hanno tolto risorse al pubblico, hanno tolto risorse alla scuola. Pensiamo alla questione degli studenti indebitati fino al collo, i miei come quelli di altre Università. E questo è stato l’esito di politiche dissennate che vengono da lontano. Facciamo i nomi: Carter, Reagan, Clinton. In questo si sono rivelati uguali, Democratici e Repubblicani: hanno fatto della privatizzazione il dogma incontestabile del rilancio della produttività e della ricchezza, che è stato disastroso per la maggior parte della popolazione americana, con un restringimento fortissimo della classe media. È chiaro che quando Biden parla di classe media sembra un moderato, ma non è in quella situazione, perché stabilizzare e rafforzare la classe media richiede progetti ben radicali e niente affatto moderati.

Ma perché in Italia si ha tanta paura di usare la parola “sinistra”? Si usa “democratica”, “progressista”. Cosa c’è dietro a questa censura?
A me sembra che sia un retaggio antico che ha a che fare con l’anticomunismo. E il suo peccato originario. Molti osservatori ma anche molti di quelli che oggi incominciano a scrivere libri sul centenario del Pci, attribuiscono a questo partito, indipendentemente dalla questione del ’21 e dalla rottura con i socialisti, la responsabilità del fatto che le socialdemocrazie non hanno mai governato il nostro Paese, perché dal ’56 in poi, invece di cambiare di nome e di diventare esplicitamente socialdemocratico, il Pci è rimasto nell’alveo dell’Est, comunque comunista. In secondo luogo, si guarda a quello che è nato dallo scioglimento del Pci – Pds, Ds, Pd – come ad una specie di camaleonte politico che invece di morire definitivamente si è inverato attraverso altre entità. Per cui in molti pensano, magari non esternandolo fino in fondo, che il progetto comunista sia sempre sotto cenere: c’è questa diffidenza profonda, che cova dal dopoguerra, dagli anni durissimi della Guerra fredda, dal ’47-’48, e che non è cambiato. Berlusconi vinse sull’anticomunismo quando già la Guerra fredda era finita. Ed oggi si vince o si vorrebbe vincere, come sostengono i nuovi centristi, sull’idea che c’è una sinistra buona e una sinistra cattiva, come ha affermato in quella conferenza sul web a cui hai fatto riferimento, Matteo Renzi. Qui non si tratta di buono e di cattivo. Si tratta, a mio avviso, di costruire un campo di riferimento ideologico e discorsivo, con progetti e riforme possibili nei settori più nevralgici, che diano al nostro Paese una stabilità sociale e maggiore giustizia. Il nostro è un Paese profondamente ingiusto, in alcune aree territoriali più che in altre, in alcuni ceti sociali più che in altri. Lasciamo perdere le questioni delle responsabilità antiche, passate e remote. Guardiamo questo presente, e guardiamo ad una pandemia che ha svelato il livello impressionante di disuguaglianze tra regioni del nostro Paese, rispetto a Paesi dove il sistema sanitario funziona meglio, come la Francia e la Germania, con un rapporto tra letti di ospedali a disposizione e persone, che è del 30,7 per cento da noi e il 9% in Germania. La sinistra deve partire pragmaticamente dai dati certi e capire cosa fare. A me non interessa discutere su cosa si pensa del 1921, oggi ci serve ben altro.