Una vita nel sindacato, nella Cgil, della quale è stato segretario generale dal giugno 1994 al settembre 2002. E poi una esperienza da primo cittadino di una città importante come Bologna, di cui è stato sindaco dal giugno 2004 al giugno 2009. E poi europarlamentare dal giugno 2009 al 1° luglio 2019. In sintesi, Sergio Cofferati.

Sostiene Fausto Bertinotti: «Si ha l’impressione che il Paese si stia abituando al nuovo regime a-democratico. È come se il governo, cioè la pratica del governare, dovesse essere messo al riparo da una politica capace solo di giochi di potere…».
Questa passivizzazione di cui parla Bertinotti dovrebbe suonare come un campanello d’allarme non solo per la sinistra ma per chiunque abbia a cuore un sistema democratico. C’è un’accettazione passiva che investe ogni livello della vita politica e istituzionale. Prendiamo il Governo. La disputa tra i partiti che lo compongono è singolare…

Perché?
Perché poche volte è legata al merito. E anche sulle procedure: il presidente Draghi propone soluzioni, che magari di volta in volta costruisce col singolo ministro o con i tecnici, ma che non sono mai oggetto di discussione dentro il Governo. C’è una semplificazione dell’attività all’interno del Governo, del tutto inedita e per niente positiva. Che poi favorisce, paradossalmente, anche il processo successivo, quello che riguarda i partiti. I partiti non hanno un dibattito vero sui singoli capitoli anche quando questi sono particolarmente impegnativi. Noi stiamo aspettando tantissime risorse dall’Unione Europea con il Recovery fund. Ma che si sappia con una discreta precisione quale saranno i contenuti e le priorità del Recovery fund, non è dato. Rispetto alla tradizionale, consolidata prassi parlamentare, e di conseguenza di democrazia parlamentare successiva, nei rapporti dentro i partiti, tra i partiti e i loro elettori, tra il sistema politico e i cittadini, c’è un mutamento davvero molto consistente e per niente positivo.

«Ripartire dal lavoro: questa dovrebbe essere la parola d’ordine della sinistra di oggi». Così Mario Tronti in una intervista a questo giornale.
È condivisibile quanto affermato in quella bella intervista da Tronti. C’è un cambiamento nel lavoro che viene sottovalutato dalla politica, e ovviamente la sottovalutazione più grave è quella che riguarda la sinistra. È un cambiamento che ha molte facce. Provo a indicarne qualcuna. Ce n’è una in basso, dove c’è poca professionalità in campo ma tanta fatica e tanto sfruttamento. Si pensi al lavoro nelle campagne, che non è più quello di cinquant’anni fa. Oggi anche la cultura intensiva che è favorita dall’evoluzione tecnologica, ha poi come terminale la raccolta di ciò che cresce che è fatta con criteri antichi, senza protezioni, senza tutele per le persone che la svolgono e che sono in prevalenza stranieri arrivati in Italia. C’è uno sfruttamento, nel mondo agricolo, peggiore di quello antico. Uno sfruttamento ignorato. Poi ci sono forme nuove, anche queste non meno prive di sfruttamento, di fatica e, aggiungo, di pericolo…

A cosa e a chi si riferisce?
Ai riders. Il sistema dell’attività commerciale sta cambiando, e la rapidità del cambiamento è favorita dalla pandemia. Le persone evitano, e sono qualche volta sollecitate giustamente a farlo, di frequentare i luoghi tradizionali dell’acquisto e della distribuzione. Ed è aumentata a dismisura la consegna a casa. Fatta senza regole. E ritorniamo alla presenza massiccia di stranieri i quali, non avendo radici qui sono più facili da sfruttare. Questi lavori sono diventati anche pericolosi, come testimonia la crescita spaventosa degli incidenti, anche quelli mortali, sul lavoro. Un lavoro a cottimo come quello dei riders, presuppone un’accelerazione nella distribuzione che è pericolosa per chi la pratica, non dissimile da quella del cottimo negli anni ’50 nelle fabbriche industriali. Devi correre per fare più consegne. Fatica, pericolo, mancanza di diritti, perché non è ancora sancito chi sono questi, come sono classificabili. E anche questo è un grande tema. E mentre il primo, quello della campagna, potrebbe anche cambiare con una certa rapidità in virtù di pratiche organizzative e tecnologiche, quello della distribuzione a domicilio si è ampliato a dismisura. E poi, lo smart working. Un modello positivo, se però contenuto nei limiti che lo giustificano. E non utilizzato strumentalmente una volta e negato la volta successiva. Ultimo ma non ultimo, l’effetto delle tecnologie nei luoghi della produzione. È singolare che si discuta dell’uso di nuove tecnologie, guardandole anche da un versante positivo come la tutela dell’ambiente, ma nulla si dica e nulla si rifletta sugli effetti che questo produrrà sul lavoro. Quanti saranno, di che carattere. Ho fatto questi esempi per dire che c’è un cambiamento in atto, accentuato dalla pandemia, che introduce nuove pratiche sia nel lavoro che nell’utilizzo degli effetti del lavoro. Gran parte di questo è destinato a consolidarsi. Diciamo che la pandemia sta aiutando un intero salto temporale nel cambiamento del lavoro, delle sue procedure e dei bisogni che determina. Di tutto questo la politica ha una straordinaria distrazione. E una distrazione molto colpevole della sinistra che lì ha le sue radici di sempre, del passato e del futuro. È lì, ha ragione Tronti, che la sinistra ha la sua prima ragion d’essere.

A proposito di questo. Sempre citando Tronti. Lui afferma: «Le sinistre, non solo in Italia, analogamente in Europa e in Occidente, hanno subito passivamente negli ultimi trent’anni una egemonia culturale di parte avversa, un vero e proprio apparato ideologico, che consisteva nel dire che con i processi di modernizzazione, di globalizzazione, di finanziarizzazione del capitalismo, il lavoro non era più il centro d’interesse nella vita degli individui. Una colossale falsa notizia».
Ha ragione. Anche in Europa, la sinistra ha mostrato distrazioni su temi fondamentali. Non solo della sua storia ma del tempo recente. Anche qui un esempio. Ho visto che in questi giorni si è ritornati a parlare del fisco, della riforma fiscale. Ma la riforma del fisco o comincia in Europa o non è data. E nessuno ne parla. Ma perché un’azienda deve lavorare qui, produrre qui, e non paga le tasse, perché ha dislocato la sua sede in un altro Paese! Il fisco è uno degli strumenti fondamentali nella redistribuzione. Se non lo fai diventare, com’era un tempo per ogni singola nazione, uno strumento d’azione su tutto il territorio nel quale quelle regole vengono applicate, non avrai mai né equità né giustizia. E ancor meno potrai fare delle riforme che abbiano il carattere fondamentale della progressività. I paradisi fiscali non sono soltanto le Bahamas o i paesi lontani. I paradisi fiscali sono Paesi europei. C’è una storica azienda che a Torino ha lasciato soltanto la Juventus… Se guardi la dislocazione di molte aziende italiane, e non solo di quelle straniere che vengono da noi a produrre, le sedi restano laddove si pagano meno tasse. Io credo che in Italia ci sia bisogno di una riforma fiscale che ridia senso alla progressività e valore a questo meccanismo redistributivo. Ma non sarà possibile, neanche ipotizzarla con qualche ragion d’essere, se non si parte dall’Europa. L’Europa ci darà ora molte risorse. Bene. Ma o l’Europa cambia la sua natura, cioè cambia nei Trattati e si supera questo assurdo potere di vincolo dell’unanimità dato su determinate materie, e non si entra nella dimensione nuova delle decisioni a maggioranza, oppure anche l’uso delle risorse che verrà sarà sottoposto a condizionamenti pesantissimi. Di questo non se ne parla, ancor prima degli altri da parte della sinistra. L’Europa che ci sta aiutando va bene per la sinistra? Risponde all’idea dei padri fondatori? No! E allora diamoci da fare.

Tornando al conflitto rimosso. La Cgil è arrivata a evocare uno sciopero generale. Uno scenario che di questi tempi sembra essere quasi “eversivo”.
Il problema è che è stato rimosso quello che secondo me in una democrazia è un fondamento. Io penso che il conflitto in una società democratica debba essere considerato “fisiologia”. Diventa un problema se si trasforma in “patologia”, prodotta da un rapporto sbagliato tra obiettivo e strumenti conflittuali usati, un eccesso di conflitto che ne fa perdere di valore oppure la violenza nel conflitto. Questa è “patologia”. Una democrazia può mantenere il conflitto nella sua dimensione fisiologica fissando delle regole. E la regola più importante, e che abbiamo anche sperimentato alla fine degli anni’90, è il confronto preventivo. Prima ne parliamo, verifichiamo fino in fondo se esistono le condizioni per l’intesa. Il conflitto scatta se queste condizioni non esistono, ma dopo un’adeguata e preventiva verifica. Ma qui di confronti preventivi non se ne parla più. A cominciare da quelli che oggettivamente ti propone il Recovery fund. Quando tu farai quegli interventi lì, ci saranno cambiamenti nel lavoro consistenti. Ma ne vuoi parlare prima? Altrimenti rischi di avere il conflitto in settori molto delicati con conseguenze materiali negative. Non la vuoi chiamare concertazione, chiamala come vuoi, ma al di là del nome che le dai, il parlare prima tra le parti, quelle sociali e quelle politiche, e naturalmente quelle istituzionali, è una prassi di grande valore democratico, responsabilizza e mantiene il conflitto dentro la dimensione fisiologica. Lo si fa perché ce n’è bisogno, non per errore o per mancata conoscenza.

Esperto di Medio Oriente e Islam segue da un quarto di secolo la politica estera italiana e in particolare tutte le vicende riguardanti il Medio Oriente.