I dati macroeconomici più recenti delineano con chiarezza la complessa traiettoria di isolamento e stagnazione in cui è scivolata la Federazione Russa. Sberbank, il principale istituto di credito del Paese, ha ridotto le stime di crescita per l’anno in corso ad appena lo 0,5-1%, a fronte di un’inflazione strutturale che viaggia spedita verso la soglia del 6-6,5%. Questo rallentamento strutturale si manifesta nonostante le fiammate del prezzo del greggio sui mercati energetici globali, confermando come l’iper-attivismo bellico stia logorando il tessuto economico interno. Se nel 2021, alla vigilia della massiccia invasione dell’Ucraina, la spesa destinata alla Difesa da parte di Mosca ammontava a circa 65 miliardi di dollari (pari al 3,6% del PIL), le stime internazionali indicano che la quota destinata al comparto militare ha ormai raggiunto i 190 miliardi di dollari, assorbendo un drammatico 7,5% del PIL complessivo. Eppure, a fronte di questo colossale sforzo finanziario, quello che un tempo veniva celebrato propagandisticamente come il secondo esercito convenzionale del pianeta appare da quattro anni sostanzialmente impantanato nelle linee fortificate del Donbass, registrando progressi territoriali minimi e pagati a carissimo prezzo.

Persino la Borsa di Mosca riflette questa paralisi, posizionandosi come l’unico grande listino globale incapace di generare crescita; una situazione di stallo che ha costretto lo stesso presidente Vladimir Putin ad ammettere pubblicamente che gli indicatori reali stanno performando al di sotto delle aspettative del Cremlino. Ma le vere crepe del sistema non si leggono soltanto attraverso i freddi numeri dell’economia di guerra, bensì nei segnali in controluce di una repressione interna sempre più feroce e rabbiosa, tipica dei regimi autoritari in declino che sentono vacillare il consenso, specialmente tra le giovani generazioni.

Una morsa che stringe i suoi nodi anche sulla società civile contemporanea: la magistratura russa ha decretato la liquidazione definitiva del prestigioso Centro Sakharov, intitolato al celebre fisico dissidente e premio Nobel per la Pace, e ha sciolto lo storico Gruppo Helsinki di Mosca e l’organizzazione “Memorial”, baluardo della documentazione dei crimini comunisti fin dal crollo del Muro di Berlino. Sul fronte internazionale, nel disperato tentativo di rompere l’assedio diplomatico occidentale, la Russia è giunta a modificare radicalmente i propri elenchi di sicurezza, avviando formalmente l’iter giudiziario e legislativo attraverso la Corte Suprema per rimuovere il movimento dei Talebani dalla lista ufficiale delle organizzazioni terroristiche bandite sul proprio territorio.

Questo storico sdoganamento politico apre la strada a patti commerciali e strategici formali con il regime di Kabul, lo stesso che ha brutalmente azzerato ogni diritto fondamentale per le donne afghane, estromettendole dalle università, dal voto e dalla vita pubblica. All’interno dei confini russi, la censura si abbatte oggi con inaudita violenza contro il mondo dell’arte e della musica, tradizionali canali di espressione del dissenso giovanile.

Identica dinamica di intolleranza colpisce i segmenti più vulnerabili della popolazione, come la comunità LGBT russa: i tribunali hanno dichiarato il “Russian LGBT Network” una vera e propria organizzazione terroristica, mentre la polizia politica è giunta a perseguire penalmente persino studenti giovanissimi con l’accusa di esposizione di simboli estremisti per la sola condivisione online della bandiera arcobaleno. È la parabola classica di una struttura di potere che, incapace di generare benessere e stabilità, si rifugia nella violenza della censura e nell’oscurantismo sociale.

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