Gli ultimi tentativi di restare a Downing Street sono falliti. Boris Johnson si è dimesso da primo ministro e leader dei Conservatori, mossa anticipata questa mattina da Sky News e BBC dopo la rivolta interna al partito e la raffica di dimissioni, una sessantina, tra ministri e membri del governo.

Dimissioni a metà, quelle di BoJo. Il premier resterà in carica fino a quando non sarà scelto il nuovo leader Tory al congresso del partito. Il vincitore o la vincitrice automaticamente subentrerà poi a Johnson anche alla guida del governo britannico.

Ipotesi questa che sta già spaccando i Conservatori. Come sottolinea Sky News, alcuni membri del governo ritengono sarebbe accettabile potrebbe essere quella di avere Dominic Raab come premier ad interim.

Le parole di Johnson

Affranto, deluso, Johnson esce da Downing Street per parlare alla nazione e si dice “costretto a lasciare il lavoro più bello del mondo, dopo aver ottenuto la più grande maggioranza parlamentare dal 1987. Mi spiace e sono triste. Ma nessuno è indispensabile, e questa è la volontà dell’istinto di gregge a Westminster, che mi ha frenato”.

BoJo ha comunque ammesso che la maggioranza del Partito vuole ora un altro leader e che il processo per eleggerlo inizierà domani. Ha quindi ammesso che alcuni saranno “felici” del suo addio, insistendo tuttavia a dirsi fiero, seppure rimpiangendo l’impossibilità di portare a termine altri grandi progetti del programma

Nessuna scusa però per gli scandali sessuali del partito, per le bugie, per il partygate. Anzi, BoJo si è detto “immensamente orgoglioso” di aver portato a compimento la Brexit nei suoi tre anni a capo del governo. Johnson ha inoltre rivendicato tra i suoi meriti quello di aver fatto uscire il Paese dalle restrizioni Covid per primo in Europa, di aver portato a casa un anno di crescita economica e il record assoluto di occupazione nel Regno.

Infine un pensiero rivolto al “popolo ucraino”, assicurando che il Regno Unito “continuerà a sostenere l’Ucraina” con forza anche dopo la sua uscita di scena.

L’ondata di dimissioni

BoJo ha dovuto fare i conti anche questa mattina con una nuova ondata di dimissioni nel governo: una vera e propria emorragia quella in corso, con gli addii formalizzati oggi del ministro per l’Irlanda del Nord, Brandon Lewis, del ministro per la sicurezza, Damian Hinds, di quello per la Scienza, George Freeman, e della ministra del Tesoro, Helen Whately.

Lewis, Hinds e Freeman hanno pubblicato le loro lettere di dimissioni sui rispettivi account Twitter. Un “governo dignitoso e responsabile si basa su onestà, integrità e rispetto reciproco: è motivo di profondo rammarico personale per me dover lasciare il governo poiché non credo più che quei valori devono rispettati“, ha scritto Lewis motivando le sue di ministro da ministro, Sottolineando che “una decisione di lasciare il governo non viene soprattutto mai presa alla leggera, in un momento così critico per l’Irlanda del Nord“.

È stato un enorme privilegio e responsabilità ricoprire il ruolo di ministro della Sicurezza. Non devono volerci le dimissioni di membri di colleghi, ma per il nostro Paese, e confidando nella nostra democrazia, occorre un cambio di leadership“, le parole scelte per lasciare il ministro per la Sicurezza Hind.

Adesso basta, non può andare avanti“, ha scritto invece su Twitter il ministro della Scienza Freeman. “Il caos al n. 10 di Downing Street, il crollo della responsabilità collettiva del Gabinetto, l’abbandono del codice ministeriale, la difesa dell’illegalità e della sfida al Parlamento sono tutti insulti al conservatorismo in cui credo e che sostengo“, ha affermato Freman, accusando Johnson di avere mostrato “mancanza di trasparenza e franchezza nei confronti del Parlamento“.

Ma l’affondo più grave per Johnson è stato forse quello del nuovo cancelliere britannico dello scacchiere Nadhim Zahawi, nominato appena 36 ora fa dal premier per sostituire Rishi Sunak, che si era dimesso dicendo di non poter più sostenere il governo Johnson dopo la serie di scandali che lo ha travolto. “Questo non è sostenibile e andrà sempre peggio: per te, per il Partito conservatore e soprattutto per tutto il paese. Devi fare la cosa giusta e dimetterti, ora”, ha detto Zahawi.

A dimettersi, anche lei da neonominata ministra, era stata anche la titolare dell’Istruzione Michelle Donelan. “Con grande tristezza devo dimettermi dal governo”, ha scritto su Twitter. Donelan era stata nominata martedì per prendere il posto di Zahawi, diventato cancelliere dello scacchiere.

Gli scandali

Johnson fino alla serata di mercoledì non aveva mostrato alcuna intenzione di lasciare Downing Street. Il premier aveva risposto con un secco ‘no’ alla richiesta arrivata nella serata di ieri da parte dei pochi fedelissimi rimasti, che gli hanno chiesto di gettare la spugna dopo i ripetuti scandali che hanno visto protagonista lo stesso BoJo e il partito. Tra questi vi era anche Priti Patel, ministra dell’Interno e ‘falco’ del governo Tory, una dei lealisti del premier.

L’ultimo in ordine di tempo, dopo quello a dir poco clamoroso del cosiddetto ‘partygate’, ovvero lo scandalo delle feste private organizzate nella residenza del primo ministro durante il lockdown per il coronavirus che gli è costato una multa, ha riguardato l’ormai ex vice capogruppo Chris Pincher. Quest’ultimo è stato accusato di aver molestato due uomini mentre era ubriaco in un noto club privato di Londra. Johnson ha dovuto ammettere di essere a conoscenza già nel 2019 di accuse di comportamenti inappropriati di Pincher, ma nonostante ciò lo aveva promosso a deputy chief whip del partito.

Eppure, rispondendo al Question Time alla Camera dei Comuni e replicando alle accuse lanciata dal leader dei Laburisti Keir Starmer, Johnson aveva ribadito di voler resistere per far sì che il suo governo “vada avanti” nel proprio lavoro e prosegua “ad attuare il programma” malgrado la raffica di dimissioni nel governo.

Romano di nascita ma trapiantato da sempre a Caserta, classe 1989. Appassionato di politica, sport e tecnologia