Nel momento più basso della storia del giornalismo italiano, con il Ranucci-gate che costringe la Rai a ripensare il servizio pubblico e l’Ordine a interrogarsi sulle regole della professione, cosa fa la FNSI? Scende in piazza contro il ddl sull’antisemitismo.

Il 9 settembre, insieme a oltre cento associazioni, sindacati, movimenti e realtà culturali, il sindacato dei giornalisti parteciperà al presidio di piazza Capranica, a pochi passi da Montecitorio. Nel mirino c’è l’adozione della definizione IHRA, considerata dai promotori un rischio per la libertà di critica nei confronti di Israele.

E qui torna il Ranucci-gate. Nelle intercettazioni dell’inchiesta su Valter Lavitola compare una frase inquietante, riferita all’attentato: «Diamo la colpa a Israele». Secondo l’accusa, Lavitola avrebbe suggerito di attribuire a Israele la responsabilità di un’azione che lui stesso avrebbe organizzato.

Ed ecco chi lo segue, oggi, sul campo.

Ma il punto vero è un altro. L’antisemitismo va assunto come un’emergenza nazionale. E proprio il mondo dell’informazione dovrebbe essere il primo ad accorgersene: giornali, televisioni, social network, piattaforme digitali hanno una responsabilità enorme nella costruzione delle narrazioni e nella diffusione, o nel contrasto, dei pregiudizi.

Per questo il benaltrismo della FNSI non soltanto preoccupa. Allarma.

Perché mentre l’antisemitismo torna a circolare senza più alcun pudore nella rete, nei campus, nelle piazze e persino nel linguaggio pubblico, il sindacato dei giornalisti sceglie di mettere sotto accusa una legge che mira a rafforzare gli strumenti di contrasto.

Non si è capito come sta andando il mondo.

Si fischietta sul Titanic dell’informazione corretta mentre si inabissa. E questa volta il rischio è che l’inabissamento sia definitivo.

Il giornalismo dovrebbe essere il primo argine. Non il passeggero che, mentre la nave affonda, discute se sia politicamente scorretto chiamare iceberg l’iceberg.

L’antisemitismo non è un problema laterale. È una cartina di tornasole della salute democratica dell’Occidente. E chi fa informazione dovrebbe saperlo meglio di chiunque altro.

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Ph.D. in Dottrine politiche, ha iniziato a scrivere per il Riformista nel 2003. Scrive di attualità e politica con interviste e inchieste.