Tre siluri “affondano” l’improbabile missione dell’“ammiraglio” Luigi Di Maio. La missione Ue per il controllo dell’embargo sulle armi in Libia sarà «aerea, navale e terrestre se sarà autorizzata dalle parti in causa». Così aveva affermato martedì il titolare della Farnesina in conferenza stampa a Roma con il suo omologo russo, Serghei Lavrov. «Il pattugliamento aereo e marittimo avverrà con attrezzature militari, ma la postura dell’Ue non è di guerra bensì legata all’affermazione della pace», ha aggiunto, rilevando che lo stop all’arrivo di armi aiuterà il dialogo tra le parti. La notizia è, spiega il titolare della Farnesina, che «c’è una missione, non era scontato che 27 Paesi Ue fossero tutti d’accordo su una missione contro l’ingresso di armi in Libia». Sarà. Ma, piaccia o meno al ministro pentastellato, la notizia preoccupante è che se dovesse realizzarsi una tale missione, dovremo mettere in conto regole d’ingaggio da combattimento.

«Prima di trarre ogni conclusione bisognerà attendere che venga messo nero su bianco il mandato, con le relative regole di ingaggio – osserva Pietro Batacchi, direttore di RID (Rivista Italiana Difesa), tra i più autorevoli analisti militari – Cosa potrebbe succedere se, per esempio, una nave turca che trasporta armi a Tripoli – magari scortata da una fregata – dovesse rifiutarsi di essere ispezionata? Uno scenario tutt’altro che irrealistico considerando la recente assertività di Ankara in tutto il Mediterraneo. E poi c’è la questione del confine con l’Egitto, attraverso il quale passano le armi – provenienti dallo stesso Egitto, ma pure dagli Emirati Arabi Uniti – destinate alle milizie di Haftar. Stiamo parlando di un confine lungo oltre 1.000 km e sorvegliarlo in maniera efficace significherebbe dover mettere in campo un contingente molto robusto e articolato, senza dimenticare la necessità di ottenere la cooperazione fattiva del Cairo.

Un’ipotesi, dunque, al momento difficilmente praticabile».«Il piano proposto dall’Unione europea per vietare il flusso di armi in Libia fallirà nella sua forma attuale, in particolare sulle frontiere terrestri e aeree nella regione orientale». Primo siluro. A lanciarlo, in una nota è il ministero degli Esteri del Governo di accordo nazionale libico di Tripoli. «Il governo di accordo nazionale – spiega la diplomazia libica – ha ripetutamente chiesto per anni la rigorosa attuazione delle risoluzioni del Consiglio di sicurezza che hanno vietato il flusso illegale di armi nel nostro Paese». Tripoli rivendica inoltre il suo «diritto di continuare le sue alleanze militari aperte attraverso canali legittimi». Il secondo siluro non è meno pesante. E viene dal “Sultano di Ankara”. L’Ue non ha l’autorità per decidere sulla Libia e Ankara è pronta a sostenere il governo di Tripoli nello sforzo per prendere il controllo del Paese. Non usa mezzi termini Recep Tayyip Erdogan, il presidente turco da sempre apertamente schierato contro l’uomo forte della Cirenaica a difesa del debole, precario esecutivo guidato da al-Serraj.

«Se non sarà possibile raggiungere un accordo equo nei colloqui internazionali, sosterremo il legittimo governo di Tripoli della Libia nel prendere il controllo sull’intero Paese» avverte Erdogan, nel suo discorso davanti all’assemblea parlamentare del suo partito Akp. Una posizione del genere ha come obiettivo quella di garantirsi il ruolo di partner principe agli occhi di al-Sarraj, una lotta in corso tra Ankara e Bruxelles, con Roma in prima fila. Le promesse di supporto militare, però, hanno già in passato spostato i favori del premier libico sulle posizioni del presidente turco. Terzo siluro. Meno appariscente ma non per questo meno devastante.