Ogni volta che la moka gorgoglia, in travaglio per dar vita al caffè, a Bashar si riscioglie il nodo che ormai perenne gli dimora in gola. Il suo, quello siriano, gli riempiva le albe estive, speziato di cardamomo, annunciava il viaggio, insieme a suo padre. Una strada infinita, che di tappa in tappa andava da Aleppo a Tripoli, dalla Siria alla Libia. Quando la scuola chiudeva, suo padre ricompensava così la sua bravura, gli regalava un posto su un camion luccicante.

Un’astronave che attraversava i mondi: tutta la Siria, la Giordania, l’Egitto. Un sogno multicolore come le terre e le vesti che passavano fuori dal finestrino. Il viaggio era il suo sogno segreto, avanti e indietro fra distese di ulivi, campi di cotone e di sabbia. Avrebbe voluto essere come suo padre un giorno. E il sogno si è realizzato, vestendo i panni scuri dell’incubo, i 3.500 km tra Aleppo e Tripoli si sono trasformati nei 2.700 km che da Aleppo arrivano a Trieste. La sua casa di un tempo aveva 250 metri quadri divisi fra numerose stanze, e 250 metri quadri spartiti fra balconi e terrazze, e 2.500 metri quadri di terra intorno regno incontrastato di ulivi. Il caffè al cardamomo raggiungeva ogni centimetro del mondo di pace in cui era cresciuto. E in Occidente nessuno se la può immaginare la pace siriana che nutriva la sua gente. In Occidente ci si immagina che i siriani da sempre vengano al mondo fra crepitii di bombe.

In Occidente ci si immagina che la tranquillità sia una prerogativa propria, la massima conquista delle democrazie occidentali. Bashar è partito a settembre: Turchia, Bulgaria, Serbia, Croazia, Slovenia. In Italia è arrivato a marzo, sei mesi di cammino, sempre a piedi: dormendo come poteva, mangiando quello che capitava. Non riesce a contarli i compagni incontrati, quelli persi. Non le conta le rese e le ripartenze, le disperazioni e le speranze, il freddo, la paura, l’orrore. Un viaggio lungo, che pochi riescono a realizzare, per riprendersi quello che hanno avuto, che un potere cinico gli ha levato. La tranquillità, quella realizzabile sulla terra, è il punto di equilibrio fra l’uomo, le sue ambizioni, e il contesto che una civiltà riesce a raggiungere, e ogni civiltà prima o poi ne raggiunge uno. La guerra è la rottura dell’equilibrio, spesso arriva portata da un’altra civiltà.

I siriani camminano a piedi per sei mesi, non perché debbano riscattarsi, solo per riprendersi qualcosa che gli è appartenuto. Rompere gli equilibri degli altri è la superbia massima dell’Occidente, per questo il covid19 gli fa tanto paura, un mostro che minaccia l’equilibrio. Ogni volta che la moka gorgoglia, prima del parto, i Bashar sparsi nel mondo, smettono per un attimo il lavoro che stanno facendo, si schiariscono il groppo che hanno in gola e pensano ai viaggi placidi e straordinari che facevano da bambini.