Nove anni di guerra. Nove anni di distruzione e di morte. Un Paese ridotto ad un cumulo di macerie, oltre mezzo milione i morti, in grandissima maggioranza civili, un popolo ridotto ad una moltitudine di profughi alla mercé di trafficanti di esseri umani o di spregiudicati “Gendarmi”, come il presidente turco Erdogan, che li usano come arma di ricatto verso l’Europa. Un Paese distrutto. Uno Stato fallito. È la Siria. A nove anni dall’inizio del conflitto, che risale al 15 marzo 2011 la crisi umanitaria – aggravatasi da dicembre – rimane più che mai drammatica. Dal 1° dicembre 2019, più di 961.000 persone sono sfollate nel nord-ovest del Paese, di cui 950.000 scappate da Idlib e Aleppo: la maggior parte di loro sono donne e bambini, costretti a dormire all’aperto in balìa delle temperature rigide perché i campi hanno raggiunto la loro massima capienza.

Oggi, quella siriana è la popolazione rifugiata di dimensioni più vaste su scala mondiale. Una situazione su cui l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr) lancia l’allarme, diffondendo anche un appello per le donazioni destinate a supportare le attività di soccorso della popolazione civile stremata dal conflitto, dagli stenti e dall’inverno. Ad oggi, fa sapere l’Unhcr, l’intervento umanitario è stato finanziato solo per il 9%.

La maggior parte delle persone sfollate nel nord-ovest della Siria, spiega l’Unhcr, si trova ora nei governatorati del nord di Idlib e Aleppo, aggravando una situazione umanitaria già allo stremo. Infatti i recenti spostamenti di massa superano l’attuale capacità di risposta, e a causa dei combattimenti il numero degli sfollati interni cresce di ora in ora: si calcola che arriverà a 1,1 milioni di persone entro poche settimane. I combattimenti stanno avanzando verso aree densamente abitate, aumentando l’impatto del conflitto sui civili, e rapporti recenti indicano un aumento degli attacchi aerei e bombardamenti che hanno coinvolto scuole, ospedali e altre infrastrutture civili, causando un alto numero di vittime. Per rispondere attivamente anche ai bisogni dei nuovi sfollati, i partner che fanno parte con Unhcr del cluster di protezione stanno identificando le terre più adatte ad estendere i campi.

Negli ultimi nove anni, spiega ancora l’Unhcr, i governi e le popolazioni di Turchia, Libano, Giordania, Iraq, Egitto, nonché di alcuni Paesi al di fuori della regione, hanno assicurato ai siriani protezione e sicurezza aprendo loro scuole, ospedali e le proprie case. Nonostante la maggior parte dei rifugiati presenti nei Paesi limitrofi viva al di sotto della soglia di povertà, fa tutto il possibile per guadagnarsi da vivere, investire in un futuro per sé e per le proprie famiglie e contribuire alle economie dei Paesi che li accolgono. Alcune comunità di accoglienza, ad esempio in Libano, devono far fronte a ristrettezze economiche, e la carenza di aiuti e l’accesso limitato a servizi sanitari e istruzione generano un aumento dei costi giornalieri e rischiano di spingere le famiglie rifugiate in una spirale di vulnerabilità.

Per la disperazione, alcuni rifugiati sono costretti a ritirare i propri figli da scuola per farli lavorare e contribuire al sostegno della famiglia. Altri riducono il numero di pasti giornalieri. Esposti a sfruttamento e abusi, altri ancora si danno alla prostituzione, contraggono matrimoni precoci o cadono vittime di lavoro minorile. «La Siria entra nel decimo anno di guerra con quasi un milione di persone costrette ancora una volta a fuggire dalle proprie case – dice a Il Riformista Carlotta Sami, portavoce dell’Unhcr per il Sud Europa – . Intrappolate, case, scuole e spesso ospedali distrutti. La maggior parte di loro è esposta al freddo, sotto le tende, a ridosso del confine con la Turchia: la situazione umanitaria sta causando effetti devastanti sulla nutrizione, l’educazione e la salute. Abbiamo bisogno di aiuto immediato, non possono essere abbandonati».

Tanto più ora; ora che una tragedia umanitaria rischia di trasformarsi in una catastrofe sanitaria con la pandemia del Coronavirus. Cresce l’allarme nei campi profughi, super affollati, in Giordania, in Libano, a Lesbo e in altre isole greche, in Turchia, in Iraq, ed ora l’allarme rosso è scattato anche nella Striscia di Gaza: milioni di persone già provate da stenti e sofferenze indicibili, con un fisico fortemente debilitato, risultano più vulnerabili al virus. Non possono essere abbandonati. Non devono esserlo.