«Da diversi anni si parla di spazi di vivibilità e affettività, il che è indicativo del fatto che è tanto tempo che si individuano delle criticità ma non si riesce a trovare un rimedio e a pensare diversamente il sistema penitenziario». Francesca Nasti lavora come psicologa nel carcere di Secondigliano. Le misure per arginare i contagi in questo periodo di pandemia hanno sacrificato ulteriormente la sfera degli affetti per chi è dietro le sbarre, vietando qualunque contatto durante i colloqui e aumentando le distanze. «Se ci atteniamo alla regolarità del tempo pre-Covid e a quello che sarà il futuro, i colloqui sono un momento di grande caos e di assoluta deprivazione di intimità».

A comprimere i diritti si aggiungono anche gli spazi. «Qui – spiega la dottoressa Nasti – si apre un’altra questione piuttosto drammatica perché non ci sono spazi a sufficienza, in carcere c’è una dimensione di ozio forzato che obbliga il detenuto a restare in cella per tanto tempo. Una cella non è abitabile, non prevede distinzione degli ambienti per cui si mangia nello stesso spazio dove si dorme e talvolta anche dove si fanno i bisogni. Per chi ha invalidità la condizione è ancora più drammatica. Tutto questo – aggiunge – crea un vissuto profondo di mortificazione e frustrazione che non fa altro che alimentare il circuito della rabbia, dell’ingiustizia percepita, e ciò nonostante ci sia molto spesso il riconoscimento di aver commesso un errore di cui bisogna rispondere».

Carcere come luogo di sofferenza più che di recupero. «Per il modo in cui è organizzato e strutturato il carcere è un luogo di sofferenza che genera sofferenza per cui anche persone sane, quelle che non hanno sperimentato nella loro vita da liberi alcun disagio mentale, in carcere affrontano condizioni di ansia, depressione». È una grande falla del sistema. «Si è molto lontani da un sistema che assicuri un percorso rieducativo che dovrebbe essere anche di reintegro, di istruzione di possibilità alternative, di progetti fattivi sul territorio. Servirebbe un lavoro in rete, di collegamento, invece il carcere ha le sbarre e non solo simbolicamente. È praticamente disconnesso dal resto della società».

La distanza tra il mondo fuori e quello dentro andrebbe colmata. Ci sono proposte: maggiore sinergia tra i due mondi, dentro e fuori, meno la burocrazia, più relazioni, più investimenti per educatori, formatori e psicologi per guidare i detenuti, tutti, verso percorsi positivi di cambiamento. Oggi ai corsi di istruzione e formazione accedono in pochi, questione di mezzi e risorse a disposizione: pochi come sempre. Ma a partire da una premessa, che è poi il pilastro su cui si dovrebbe reggere tutto: «Intanto bisognerebbe garantire i diritti minimi – sottolinea la psicologa Nasti – che stanno nel rispetto di uno spazio, di un luogo che consenta di espiare la pena non improntandola sulla deprivazione grave». Poi il secondo step: «Istruzione e formazione sono l’unica arma di emancipazione che abbiamo». Dovrebbero diventare l’opportunità offerta in carcere per invertire la tendenza di una società che tende più facilmente a recludere che a includere, a considerare il lavoro più una concessione che un diritto.

«Gli educatori, gli psicologi, gli agenti di polizia penitenziaria, tutta l’equipe che conosce le persone in carcere fa fatica a ragionare su progetti individulizzati perché le risorse sono scarsissime anche per lavorare in carcere. È una battaglia – dice Nasti – è difficile, si resta in attesa per tanto tempo e si lavora per poco tempo. Il lavoro sembra una concessione, specchio anche della società esterna che di fronte a delinquenza, emarginazione, disagio pensa che la soluzione sia nel marginalizzare piuttosto che integrare».