Occidente
La scuola e il problema del senso di colpa: l’allarme di Katharine Birbalsingh
In un intervento recente all’ARC (conferenza internazionale dell’Alliance for Responsible Citizenship, nata per difendere i princìpi della responsabilità individuale e dell’eredità culturale occidentale), Katharine Birbalsingh ha messo a fuoco uno dei meccanismi più pericolosi della nostra cultura contemporanea. La fondatrice e preside della Michaela Community School (una scuola in un quartiere londinese molto svantaggiato, con un’utenza prevalentemente di origine immigrata e con alto tasso di povertà, rendendola un modello di disciplina e risultati) ha sostenuto che quando l’educazione insegna ai giovani soprattutto il senso di colpa per la propria storia e la propria civiltà, invece di trasmettere orgoglio sano e fiducia nel proprio retaggio, non lascia loro nulla di solido da difendere. Li rende fragili, incerti e incapaci di trasmettere alle generazioni successive un motivo profondo per amare e proteggere ciò che hanno ricevuto.
Questo meccanismo non riguarda solo il piano psicologico individuale. Ha prodotto effetti collettivi profondi. Decenni di educazione improntata al senso di colpa, all’autocritica permanente e alla narrazione dominante del colonialismo, dello schiavismo e dell’oppressione come essenza della storia occidentale, hanno contribuito a formare intere masse di giovani e non solo che guardano alla propria civiltà con diffidenza o aperto risentimento. Si è così creata una generazione che, pur beneficiando quotidianamente delle conquiste dell’Occidente (dalla scienza alla medicina, dal diritto alla prosperità materiale), si è educata a considerarlo soprattutto come fonte di male storico. Il percorso ideologico è stato lineare. Si è partiti da una legittima critica al colonialismo e da un terzomondismo spesso ingenuo, si è passati attraverso forme sempre più radicali di odio verso sé stessi in quanto occidentali, fino ad arrivare, in alcuni casi, a giustificare o apertamente parteggiare per i peggiori nemici della civiltà liberale. Così è accaduto che una parte non trascurabile del mondo educativo e universitario occidentale abbia finito per vedere in gruppi terroristici come Hamas non dei criminali che massacrano civili, ma degli “attori rivoluzionari” in una presunta lotta di liberazione. Si è arrivati a difendere, o quantomeno a non condannare con chiarezza, chi pratica lo stupro sistematico, l’omicidio di bambini e la strage di civili inermi, purché questi atti siano compiuti contro un bersaglio considerato “occidentale” o alleato dell’Occidente.
È questo il paradosso più grave: mentre i nemici dichiarati delle democrazie liberali continuano a copiare, ammirare e utilizzare le tecnologie, le istituzioni e spesso anche i linguaggi prodotti dall’Occidente, una parte della classe educata occidentale ha sviluppato un’autentica ostilità verso la propria civiltà. Ha interiorizzato l’idea che l’Occidente sia il problema principale del mondo e che indebolirlo o delegittimarlo sia un atto di giustizia storica. Questo non è semplice dissenso: è una forma di nemico interno generato dallo stesso sistema educativo che avrebbe dovuto trasmettere fiducia, responsabilità e orgoglio di appartenenza.
Katharine Birbalsingh ha ragione quando afferma che, senza un’educazione capace di trasmettere orgoglio sano e fiducia nelle conquiste della propria civiltà, non si lascia nulla di ereditario alle nuove generazioni. Ma il problema va oltre la semplice perdita di fiducia. Quando l’educazione produce sistematicamente risentimento verso sé stessi, crea le condizioni perché una parte della società finisca per schierarsi, attivamente o passivamente, con chi vuole distruggere o indebolire l’ordine liberale. Questo ciclo di autofagismo morale deve essere interrotto. Altrimenti non si tratta più solo di un declino culturale, ma di una minaccia concreta alla sopravvivenza della civiltà che ha dato al mondo i princìpi di libertà individuale, stato di diritto e prosperità diffusa più avanzati della storia.
L’educazione non è neutrale. O insegna alle nuove generazioni a essere orgogliose di ciò che l’Occidente ha costruito e a difenderlo con lucidità, o insegna loro a vederlo come un’entità da smantellare. La seconda strada porta all’indebolimento progressivo di una civiltà che, proprio perché è ancora la più desiderabile del pianeta, continua ad attirare nemici esterni e a generarne di interni. Interrompere questo meccanismo è oggi una questione di sopravvivenza culturale e politica. E si deve necessariamente partire dai nostri insegnanti e dalle nostre scuole.
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