La storia di Luigi Leonardi è una di quelle storie che hanno dell’incredibile, perfetta per un film, devastante se parliamo di vita vera come in questo caso. La storia dell’imprenditore che ha denunciato le estorsioni firmate dalla criminalità organizzata delinea perfettamente i confini entro i quali si muove una giustizia che non funziona e che viene meno a uno dei suoi compiti primari: dare risposte ai cittadini. Siano esse di segno negativo o positivo, deve darle.

È chiamata a rispondere delle decisioni che si prendono in un’aula di tribunale ma che si riflettono inesorabilmente e spesso con conseguenze drammatiche su chi le subisce. Questa volta tutto l’assurdo della vicenda è contenuto in un cognome. Nel 2008 Leonardi decide di denunciare la camorra che aveva iniziato a chiedere il pizzo per la sua attività. Inizia il processo dopo le denunce di estorsione. Uno si era appena concluso con 81 persone condannate in via definitiva. Ma veniamo al secondo. Leonardi viene inserito nel programma di protezione come testimone di giustizia e vengono condannate tre delle dieci persone che aveva denunciato, senza l’aggravante del metodo mafioso. Così Leonardi risulta poco attendibile. Poi salta fuori che un cugino di secondo grado del padre era un “delinquente” e il ministero degli Interni lo informa che molto verosimilmente anche lui potrebbe essere un delinquente. «In attesa di chiarimenti quindi sono stato etichettato come collaboratore di giustizia – racconta – Io sono incensurato, non sono mai stato indagato, non ho ancora visto una prova che possa dimostrare che io sia un delinquente e dopo sei anni ancora attendo risposte».

E le risposte le cerca negli uomini di giustizia. Ha scritto al procuratore Melillo, a Cafiero De Raho, ha fatto ricorso al Tar, al Consiglio di Stato, c’è perfino un’interrogazione parlamentare in corso. Ma nessuno risponde. Intanto quell’etichetta pesa come un macigno. Può un cognome stabilire chi sei? «No. È per questo che ho maturato l’idea di andarmi a costituire, per cercare almeno di comprendere con l’aiuto degli inquirenti, visto che la Dda, la Commissione centrale e la politica tutta, non sanno darmi spiegazioni del mio essere un delinquente – racconta Leonardi – Tante volte mi son detto che magari costituendomi, come è giusto che faccia un delinquente che si penta delle sue malefatte, la giustizia sia in grado di darmi spiegazioni sul mio essere un delinquente». Sì perché oggi per lo Stato Luigi Leonardi che ha ricevuto il premio Borsellino, che tiene seminari nelle scuole per parlare di legalità, che lavora accanto a don Maurizio Patriciello dalla parte degli oppressi, è un delinquente. È un pentito. È un collaboratore di giustizia. Perché?

Perché “pur non rilevandosi concreti elementi che inducono a ritenere che il Leonardi abbia accusato falsamente esponenti della criminalità organizzata di avergli imposto tangenti estorsive ovvero che egli goda di una provvista di denaro di natura illecita o abbia acquistato possidenze immobiliari frutto di reinvestimento di capitali mafiosi, le attuali emergenze impongono una rimeditazione in ordine alla possibilità strumentale del Leonardi di richiedere di essere sottoposto a misure di protezione” si legge agli atti. «Tali “emergenze” coincidono sostanzialmente sulla valorizzazione della mia parentela con Antonio Leonardi, un collaboratore di giustizia cugino di mio padre di secondo grado. Perché nonostante non si rilevino concreti elementi per poterlo fare, questo Stato, incurante delle conseguenze di ciò sulla mia persona, fa di me un pentito. E io a queste condizioni sì che lo sono, pentito, ma di aver denunciato».

E Leonardi il parente in questione lo denunciò pure. In questa sede non vogliamo sostituirci alla giustizia, ma solo chiedere che vengano date risposte a un uomo che da anni vive sotto scorta per aver denunciato la camorra, ma paradosso dei paradossi, ora viene accusato di farne parte. Per un cognome. «A oggi – conclude Leonardi – la battaglia a tutela della mia dignità, contro questo Stato che mi accomuna ai delinquenti, è in assoluto la battaglia più triste e cruenta che abbia mai intrapreso perché fatta nei confronti di chi ho sempre creduto: lo Stato». La nascita è un caso, ma è un gran bel caso e un cognome può essere una grande fortuna o una grande maledizione, ma non può essere l’ago della bilancia. Bilancia, simbolo della giustizia.

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Nata a Napoli il 28 settembre 1992, affascinata dal potere delle parole ha deciso, non senza incidenti di percorso, che sarebbero diventate il suo lavoro. Giornalista pubblicista segue con interesse i cambiamenti della città e i suoi protagonisti.