Dice il direttore con un sms: me lo fai un grande pezzo su mafia e stato? Una cosina leggera, commento io, tanto per stare sulla palla appunto. Da dove partire? Dalla sociologia e dalla leggenda, dal sasso in bocca, o dai genitali fra i denti dell’ammazzato, dalla foresta di cemento sotto Agrigento, dalla strage di viale Lazio che sembrò una cosa enorme, a quei tempi, in cui la mafia non metteva mai bombe ma solo lupara e latte di benzina? Era quel periodo da racconto del Padrino con i wise guys, i ragazzi accorti con la coppola storta che dove mamma comanda, picciotto va e fa. Troppi film, troppa letteratura. Anche Sciascia ne restava nauseato. Ne sono stato testimone perché lo dovevo intervistare per Repubblica ma Leonardo era riluttante. Abitava all’hotel Tirreno su via Nazionale, quasi a piazza Esedra, e di rigore facevamo lunghe camminate in silenzio.

Era già arrivato al punto: se tutto è mafia, nulla è mafia. L’antimafia come professione è stata il fenomeno più interessante e prettamente italiano: non si fanno indagini ma manifestazioni, preghiere di massa deliranti con qualche svenimento e assunzione diretta in cielo. Il mio ricordo più traumatico fu quando andai a Palermo per la morte di Falcone che avevo intervistato poche settimane prima per una tv privata. Quando arrivai in un albergo del centro cominciai a passare da un canale tv all’altro per vedere come si comportavano le televisioni locali e mi trovai di fronte a un fatto curiosissimo: nessuno parlava delle indagini, nessuno mostrava interesse verso il movente preciso e urgente per cui Falcone era stato ucciso. dal momento che la mafia non assegna Oscar alla carriera. Sarebbe importante saperlo ancora oggi, visto che ancora non lo sappiamo. Perché Giovanni Falcone doveva essere ucciso in quel modo con un’azione da commandos militari?

Mi accorsi che non soltanto nessuno poneva le domande che è obbligatorio porsi, ma che era considerato sospetto e fuori luogo deviare dalla vulgata e dalla linea decisa: non ci si doveva fare alcuna domanda, dobbiamo santificare immediatamente Giovanni Falcone e assumerlo in cielo con tutti i possibili riti dei bambini delle elementari, delle madonne, dei capi sezione di partito, delle categorie e dei sindacati. Ma quanto a indagini, zero. Perché fu ucciso Giovanni Falcone? Io non lo so e me lo chiedo. Qualcun altro si pone il problema numero uno? Quale fu il movente preciso? Credo di essere fra i quattro o cinque che ancora lo chiedono e se lo chiedono. La mafia non uccide mai per caso, la mafia non uccide mai per odio, la mafia quando uccide sa che subirà un danno in affari gigantesco.
Prendevo nota ogni giorno dell’assenza totale di notizie di investigazioni criminali. Giravano voci, si sentivano i soliti sospetti, routine.

Quando fu la volta di via D’Amelio, il mio amico ex magistrato e poi deputato Peppino Ayala mi aprì la porta di casa Borsellino, dove entrai come giornalista della Stampa, e vidi quelle povere persone colpite da una bomba termonucleare, già consapevoli di dovere assumere un ruolo pubblico che caricasse sulle loro spalle il peso del decoro che lo Stato sembrava aver perso. Lo Stato l’aveva perso perché anche tutta la storia di via D’Amelio è finita in un groviglio di pentiti che smentiscono altri pentiti che hanno mentito su altre menzogne e così via e così via. Ricordo Brusca, quello che squagliava i bambini nell’acido, catturato da una candid camera mentre diceva a un giornalista: “Ma dottore, ma vi pare a voi che un uomo ignorante come me poteva fare tutto ‘sto casino come quello di Capaci?”
Tornando indietro, da cronista ho seguito più o meno i delitti più importanti e le uccisioni dei magistrati, dei poliziotti e dei politici uccisi dalla mafia. Fui preso da quella febbre che colse tutti noi giornalisti alla morte di Falcone.

In particolare rimasi molto impressionato dal piccolo libro di Marcelle Padovani con una intervista a Falcone che tutto prevedeva e interpretava. C’è stata una grande mafia – e questo lo sappiamo – che ha fatto politica e che – anche questo lo sappiamo – ha fatto anche la vera trattativa. Non quella che è stata gettata nel cesso dalla Corte d’appello di Palermo l’altro ieri. Ma quell’altra, quella del mondo democristiano. Ricordo in breve due fattarelli utili che si tende a dimenticare. Gli americani erano stati assolutamente refrattari a intervenire nella Seconda guerra mondiale e non dichiararono guerra a Hitler neppure dopo aver subito l’attacco giapponese di Pearl Harbor. Fu Hitler a dichiarare guerra. Metà abbondante degli americani era isolazionista ma comunque di fronte al fatto compiuto si entusiasmò. Lucky Luciano stava in galera in una cella con servizi e servitù e fece la prima vera trattativa a favore di se stesso, chiedendo in cambio dei suoi servigi e dell’uso dei suoi contatti un ulteriore miglior trattamento e la promessa di essere rimandato in Italia: avrebbe fatto proteggere il porto di New York dal sindacato per vigilare su eventuali attività di sottomarini tedeschi e poi prese l’impegno di favorire lo sbarco delle truppe americane in Sicilia.

Il ferocissimo generale Patton trovò pochi reparti italiani a resistere e ordinò ai suoi di “sparare agli italiani all’altezza dello stomaco, così vedrete che gli passa la voglia”. Poi fece fucilare tutti i prigionieri italiani delle Camicie Nere come spie non militari. Ma non ci fu altra resistenza militare degna di nota. La gente applaudiva e gettava fiori dalle finestre. Per la mafia era la liberazione perché, inutile nasconderlo o minimizzarlo, sotto il regime fascista e i pieni poteri del generale Mori (un altro Mori…) i mafiosi se la vedevano brutta. A riportare in vita la mafia e anche in pompa magna fu una grossolana valutazione militare: gli americani immaginavano che Mussolini avrebbe venduto cara la sua pelle ma non fu così e in poche settimane le truppe di Patton erano in Calabria in marcia verso Salerno. Venne il dopoguerra e arrivò l’attentato a Togliatti quando un aitante Salvatore Giuliano – che fu fatto assassinare dal cognato Gaspare Pisciotta per conto dei carabinieri – attaccava con bombe e fucili le sezioni del Pci di Carini, Borgetto, Partinico, Cinisi, Monreale, mentre il giovane Buscetta – che darà a Falcone le chiavi dei gironi mafiosi – era fatto uomo d’onore della famiglia di Porta Nuova guidata da Tano Filippone.

Il bandito Giuliano, bello, aitante e amato dalle donne, si illuse di prendere la Sicilia intera con l’Evis, un esercito di liberazione del bandito Salvatore Giuliano che volle provare il suo anticomunismo agli americani sparando e uccidendo contadini che festeggiavano il primo maggio ìn scampagnata. C’era la guerra fredda che sembrava quasi calda e qualcuno mise in testa a Giuliano che la Sicilia avrebbe potuto diventare il cinquantunesimo degli States dopo le Hawaii. In America la macchina produttiva e il brand di Cosa Nostra erano oggetto di studi economici oltre che polizieschi: era evidente al procuratore Dewey, grande nemico di Al Capone, che si trattava di un’azienda criminale da distruggere, ma anche esemplare per politiche di marketing, dedizione del personale, lungimiranza e duttilità nel business: la droga non andava allora così forte come la prostituzione e si facevano più soldi con le aree edificabili e con le case da gioco, cosa che rendeva la Sicilia più vicina a Cuba che all’Italia continentale, almeno fino all’arrivo dei barbudos di Fidel Castro.

Era il periodo d’oro. Regnavano allora su Palermo una ventina di famiglie con una trentina di soldati ciascuna. I vecchi capi come Calogero Vizzini e Genco Russo stavano per passare la mano, a cominciare dal decrepito ma imponente Gaetano Filippone detto “U’ zu’ Tanu Filippone”, sostituito dal genero Giuseppe Corvaia e poi dal famoso Pippo Calò. Salivano di grado i futuri colonnelli e in particolare il promettente Tommaso Buscetta, che benché giovane fu invitato all’incoronazione di Gerlando Alberti detto “U paccarè”, il posato, il calmo. Non lo conosceva nessuno. I giornali se ne stavano calmi. Erano tutti molto calmi. Si pubblicavano i libri di Michele Pantaleone ma fu soltanto nel 1978 con le rivelazioni di Giuseppe Di Cristina, che si poté profilare quel ragazzo posato. La mafia padronale e comunque al servizio di chiunque potesse pagare, non se la prendeva soltanto con i comunisti, ma anche con i socialisti; fu Luciano Liggio a decretare la messa a morte di Placido Rizzotto, un sindacalista socialista. Ma Liggio fu assolto. E poi fu assolto di nuovo e così per altri nove omicidi. Nel luglio del 1960 Cosa Nostra fa una sorta di Congresso per il rilancio della sezione marketing e vengono dagli Usa per dare qualche lezione di modernità Lucky Luciano e Joe Bonanno col sempre più rampante Tommaso Buscetta.

Fermiamo le lancette dell’orologio. Cosa Nostra è una società criminale che ha pensato di dare prove di anticomunismo militare agli americani per mettere la DC in condizioni di non poter rifiutare i suoi piani. La guerra fredda è reale, gli americani sono attenti e in fondo guardano con un occhio di gratitudine a quei “paisà” che durante la guerra dettero una mano alla marina per proteggere il porto di New York. Tutto ciò formava il contesto e quel contesto, cui si riferiva Sciascia, aveva la precedenza e la priorità su tutto. La sinistra chiedeva continuamente commissioni d’inchiesta e Sciascia vide che si stava formando un ceto politico relativamente nuovo: quello dei professionisti dell’antimafia di cui avvertì immediatamente il pericolo come vedremo nella prossima puntata.

(1 – continua)

Giornalista e politico è stato vicedirettore de Il Giornale. Membro della Fondazione Italia Usa è stato senatore nella XIV e XV legislatura per Forza Italia e deputato nella XVI per Il Popolo della Libertà.